La grande tragedia si rivelò per la montagna un acceleratore di innovazioni: com'è cambiata, dopo l'alluvione del 1966, la difesa idraulico-forestale dei territori alpini

Quest'anno ricorrono sessant'anni dall'alluvione che nel novembre del 1966 sconvolse le Alpi. Un evento disastroso che segnò un prima e un dopo, determinando, nella tragedia, anche cambiamenti in positivo, come quelli relativi agli interventi di sistemazione idraulico-forestale

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Tra il 3 e il 5 novembre 1966 una devastante alluvione sconvolse l'Italia e le Alpi. Caddero al suolo fino a 400 millimetri di pioggia in meno di 48 ore su terreni già saturi a causa delle precipitazioni di ottobre e un forte vento di scirocco, oltre a spezzare e abbattere numerosi alberi, contribuì ad amplificare il fenomeno attraverso la fusione repentina delle neve.
Dal Trentino-Alto Adige al Veneto e fino al Friuli Venezia Giulia, intere vallate furono sommerse dall'acqua, ponti e strade vennero spazzati via, si verificarono tantissime frane e alcune impressionanti colate detritiche. Molti paesi rimasero isolati, ci furono decine di morti e migliaia di persone dovettero lasciare le proprie case. Fu un'alluvione devastante, che negli stessi giorni colpì anche Firenze e gran parte della Toscana.
Come ogni evento estremo di questa portata, la grande alluvione del 1966 segnò un prima e un dopo, determinando, nella tragedia, anche cambiamenti in positivo.
In Trentino, ma anche nel resto dei territori alpini, una delle principali accelerazioni avvenne nella sistemazione idraulica del territorio, attraverso numerose opere ingegneristiche inserite nel contesto forestale e montano. Ne abbiamo parlato con Mario Cerato, scrittore, storico forestale ed ex-dirigente del Servizio Bacini montani della Provincia Autonoma di Trento, la struttura che si occupa proprio della pianificazione e realizzazione delle opere di difesa idrogeologica.

Cerato premette che la storia della difesa idraulica organizzata in Trentino non nasce con il 1966, e nemmeno con la precedente grande alluvione, quella del 1882. Le sue radici affondano nel delicato equilibrio tra due necessità delle comunità alpine: da un lato, quella di ricavare terre coltivabili e di produrre legname; dall'altro, quella di proteggere abitati, manufatti e infrastrutture in territori che, anche a causa di tali attività antropiche, erano diventati via via particolarmente instabili ed esposti al dissesto.
Fin dalla metà del Settecento si iniziò così a realizzare una serie di opere, prima con strutture in legname e poi in pietrame e muratura per controllare le portate e proteggere da frane e dissesti ciò che stava a valle dei versanti montani. L'alluvione del 1882, però, dimostrò drammaticamente i limiti delle sistemazioni esistenti, determinando una profonda riorganizzazione della difesa idraulica.
"Dopo il 1882 l'Impero d'Austria organizzò gli interventi, soprattutto nelle valli secondarie e sui versanti più dissestati", spiega Cerato. "Le opere assunsero caratteristiche tecniche più robuste e venne sviluppata una vera organizzazione della sistemazione idraulico-forestale. Questa stagione ebbe anche una forte dimensione sociale: i lavori rappresentarono per decenni un'importante occasione di occupazione nelle aree montane economicamente più fragili, contribuendo a contrastare marginalità ed emigrazione".
La grande alluvione del novembre 1966 rappresentò, di conseguenza, un severissimo collaudo dell'intero sistema di difesa costruito nei decenni precedenti.
"Il caso più emblematico fu quello del torrente Chieppena, in Valsugana, la cui sistemazione venne completamente travolta da una delle più grandi colate detritiche mai verificatesi sulle Alpi", racconta l'esperto. "La colata provocò gravi danni alla viabilità, alle aree agricole, agli abitati e agli insediamenti produttivi sul conoide, causando anche tre vittime".
L'evento del 1966 mise quindi in evidenza sia l'efficacia, sia i limiti, delle opere esistenti. Dimostrò inoltre che, oltre determinate soglie di intensità delle precipitazioni, anche un territorio ben sistemato e coperto da boschi efficienti può essere sottoposto a fenomeni di dissesto diffusi. Il bosco è infatti fondamentale per ridurre i rischi connessi alle precipitazioni frequenti e intense, ma non può garantire, da solo, la sicurezza di fronte agli eventi estremi.
L'alluvione del '66, inoltre, si verificò in una fase di forte sviluppo economico, caratterizzata da buone disponibilità finanziarie e da nuove possibilità tecnologiche. Questo favorì una rapida trasformazione dell'organizzazione e delle modalità di intervento. Nel 1967 venne predisposto un piano generale di sistemazione dell'intero territorio provinciale, con l'obiettivo di ripristinare una condizione di relativa sicurezza nell'arco di trent'anni. La Legge regionale n. 39 del 1971 separò le organizzazioni delle Province di Trento e Bolzano e portò alla creazione di due Aziende Speciali di Sistemazione Montana: un passaggio importante nella costruzione di un'organizzazione autonoma e strutturata della difesa del territorio.

La principale innovazione tecnica fu il ricorso diffuso a calcestruzzi di migliore qualità rispetto al passato, capaci di garantire opere strutturalmente adeguate. Sul già citato Chieppena, ad esempio, l'intero sistema venne ricostruito attraverso grandi briglie in questo materiale. L'impiego del calcestruzzo e la spinta alla meccanizzazione dei cantieri portò anche a interventi più complessi dal punto di vista progettuale e logistico e, di conseguenza, alla necessità di formare più e meglio le maestranze, con un significativo miglioramento della qualità delle opere.
"Ma l'alluvione del 1966 ebbe anche conseguenze sul piano occupazionale", sottolinea Cerato. "Furono assunti molti operai, ma non solo. In Primiero e Vanoi, ad esempio, prima di quell'evento, i lavori di sistemazione montana erano svolti soprattutto da squadre provenienti dalla Valsugana. Dopo l'alluvione, in pochi anni, si formarono squadre locali, con capisquadra e operai del posto".
Le opere realizzate in quel periodo nelle zone maggiormente colpite possono apparire oggi eccessivamente pesanti e impattanti, ma devono essere osservate e valutate alla luce delle condizioni dell'epoca: la priorità era intervenire rapidamente, in un contesto nel quale si temeva il ripetersi di una nuova grande alluvione prima che fossero risolte le situazioni più pericolose e complesse.
"A partire dalla metà degli anni '80 il modo di intervenire sui corsi d'acqua cambiò nuovamente", continua Cerato. "La trasformazione più importante fu culturale: tra i tecnici maturò la consapevolezza che la sicurezza idraulica doveva essere perseguita insieme alla tutela dell'ambiente e degli ecosistemi fluviali e torrentizi. Anche la crescente coscienza ambientale della società e il confronto con il mondo ambientalista contribuirono a questa trasformazione. Dopo una fase iniziale di contrapposizione, le posizioni si evolsero progressivamente verso una maggiore comprensione reciproca. Il Trentino partecipò attivamente a questo processo, anche grazie agli scambi di esperienze con l'Alto Adige, il Tirolo, il Vorarlberg e la Carinzia".
È significativo, secondo Cerato, il cambiamento di atteggiamento nei confronti dei materiali presenti negli alvei: "Ad esempio, subito dopo l'alluvione del 1966, i grandi massi rappresentavano un problema da eliminare, perché potevano creare ostacoli e anomalie per la corrente di piena. Vent'anni più tardi, gli stessi massi divennero invece una risorsa, per realizzare sistemazioni più rispettose della naturalità dei corsi d'acqua. In Trentino si svilupparono così anche le prime sistemazioni concepite come vere e proprie ricostruzioni morfologiche dell'alveo, finalizzate a ricreare forme e parametri geometrici più naturali".
Un'evoluzione analoga interessò le opere per il controllo del trasporto solido. Dopo il 1966, infatti, si iniziarono a realizzare briglie dotate di aperture o a modificare briglie già esistenti, per permettere di far defluire l'acqua fermando però legname e massi.

E arriviamo così ai giorni nostri. La tempesta Vaia, di fine 2018, ha rappresentato l'ennesimo grande collaudo delle opere realizzate nei decenni precedenti, mostrando in molti casi l'utilità delle stesse e suggerendo nuove necessità e innovazioni.
1982, 1966, 2018: una storia drammatica e affascinante, quella della difesa idraulico-forestale del territorio alpino, segnata da eventi estremi ma soprattutto da periodi intermedi caratterizzati da innovazioni continue. Una storia che è utile conoscere e apprezzare perché ci ricorda sia della necessità di intervenire sull'ambiente naturale, per proteggere le nostre comunità, sia di continuare a porci domande e a crescere culturalmente, nell'ottica di ridurre l'impatto delle opere. Una storia fatta di persone, con professionalità diverse - forestali, ingegneri idraulici e civili, naturalisti e non solo - che necessariamente si sono trovate a dialogare e si sono influenzate a vicenda, amalgamando idee e punti di vista. Una storia che è parte integrante del patrimonio culturale, da non relegare nel solo angolo, spesso angusto e poco attrattivo, delle questioni tecnico-ingegneristiche.
Foto: Archivio Mario Cerato












