Al confine con l'Austria si organizzavano feste popolari napoletane: "Per le strade allestivano chioschi con pastiere e sfogliatelle". Storia della comunità partenopea in Val Canale

A Tarvisio si parlano quattro lingue ufficiali: italiano, tedesco, sloveno e friulano. In pochi sanno, però, di un quinto idioma che si può sentire da quelle parti: il napoletano. Nata a partire dal dopoguerra attorno a uno storico mercato di confine, la presenza napoletana è ancora oggi una realtà stabile. Proviamo a ricostruirne la storia tramite una testimonianza dal territorio

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nella Val Canale, in Friuli, si incontrano i tre ceppi linguistici più parlati in Europa: romanzo, germanico e slavo. Il suo centro principale, Tarvisio, è l'unico comune d'Italia dove si parlano quattro lingue ufficiali: italiano, tedesco, sloveno e friulano, che dal 1999 è riconosciuto come lingua. C'è però una quinta componente linguistica e culturale che, seppur in maniera non ufficiale, è di fatto presente nella compagine tarvisiana: quella partenopea.
Facevamo accenno ad essa in un articolo-editoriale della scorsa estate sulla multiculturalità e la natura antinazionalista della valle, a firma di Pietro Lacasella. "Vi è inoltre una comunità napoletana, nata a Tarvisio sotto il segno del commercio di frontiera che va a determinare una quinta componente linguistica giuridicamente non riconosciuta. Nel 2006, come riportava La Stampa, sui cinquemila abitanti di Tarvisio i napoletani arrivavano a quota ottocento".
Nel tentativo di tracciare un quadro storico di questa presenza, ci siamo messi in contatto con Stefano D'Incà, scrittore nativo di Tarvisio, già assessore al turismo, sposato oggi con una tarvisiana di seconda generazione, figlia di napoletani trasferitisi in valle nel dopoguerra. D'Incà ricorda bene il suono di lingue e dialetti lontani che echeggiava tra i banchetti del mercato, dove da giovane lavorava nel periodo estivo.

"Quando finiva la scuola, a giugno, molti ragazzi del liceo andavano a lavorare un paio di mesi al mercato per guadagnare qualcosa. Ricordo che noi ragazzi di Tarvisio, che fossimo figli di imprenditori o di operai, ci ritrovavamo quasi tutti a lavorare lì. Era un'occasione per conoscere da vicino le persone che lavoravano al mercato e per approfondire la conoscenza delle lingue".
Si trattava, allora, di un mercato stabile, fondato ufficialmente nel 1957 e diventato per decenni il motore economico della città. Segnata dalla guerra, la parte austriaca soffriva di possibilità commerciali molto limitate. Non diversamente, anche sul versante jugoslavo, le condizioni economiche del periodo postbellico erano precarie. Nel dopoguerra mancava praticamente tutto e per molte genti di frontiera il punto di approvvigionamento più comodo era proprio Tarvisio.
"C'era chi vendeva alimentari, mobili, coperte, scarpe, cappelli di paglia, articoli di pelletteria italiana e molti altri prodotti. Così, il mercato di Tarvisio è diventato un punto di riferimento per la vendita di ogni genere di merce".
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In questo frangente si è formata, attorno al mercato, una comunità composta da persone provenienti da diverse zone d'Italia, attirate dalle possibilità di guadagno tramite il commercio. Tra i commercianti arrivati da diverse regioni d'Italia, quella campano-napoletana era la comunità più importante e numerosa, ancora oggi fortemente presente.
Fare il venditore al mercato era un lavoro molto duro: i banchi e i tendoni venivano aperti, riforniti e chiusi ogni giorno. Si attaccava molto presto la mattina, in condizioni anche molto rigide, specie nella stagione invernale, e si lavorava per molte ore. Così, almeno, secondo i racconti dei suoceri di Stefano D'Incà, giunti a Tarvisio proprio per questa possibilità di guadagno.
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"Mio suocero era nato a Napoli, ma suo padre era emigrato in Germania, lasciando la famiglia prima a Verona e poi a Trieste. La sua infanzia è stata difficile a causa delle ristrettezze economiche. Quando aveva circa dieci o dodici anni, a Trieste, contribuiva già al mantenimento della famiglia. Mi raccontava episodi incredibili. In casa costruivano quelle le 'lingue di Menelik', le trombette che si suonavano a Carnevale, oppure assemblavano penne ed altra oggettistica. Poi, con piccoli carretti a due ruote, lui e gli altri bambini andavano nei mercati rionali di Trieste a vendere ciò che avevano preparato".
A un certo punto si è diffusa la voce che a Tarvisio ci fossero buone opportunità di lavoro. All'improvviso, le località vicine ai confini - proprio in virtù di questo pubblico transfrontaliero - rappresentavano una sorta di terra promessa per chi cercava di migliorare le proprie condizioni di vita. In molti ci riuscirono, consolidando nel tempo la presenza partenopea a Tarvisio.
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Così fu per la famiglia della moglie di D'Incà. "Mio suocero, non avendo potuto studiare regolarmente, si è poi formato da autodidatta. Io lo definirei un capitano d'azienda: considerando il punto da cui era partito e ciò che è riuscito a costruire, ha fatto davvero molto. Lavorava nel settore del mercato e aveva saputo trasformare le opportunità in un'attività solida".
Il prestigio del mercato di Tarvisio si è mantenuto nei decenni, trovando nuovo smalto intorno alla metà degli anni Novanta. La lira era fortemente svalutata e il potere d'acquisto di chi utilizzava il marco tedesco o lo scellino austriaco permetteva di acquistare in Italia a prezzi molto concorrenziali, con differenze che potevano arrivare anche al 40%. Anche la Slovenia, ufficialmente indipendente dal 1992, ha conosciuto una crescita progressiva, facendo sì che i cittadini sloveni diventassero una componente sempre più importante dell'indotto commerciale di Tarvisio.
"Tarvisio è da sempre un luogo d'incontro tra tre realtà culturali. L'arrivo della comunità partenopea ha aggiunto un ulteriore elemento a questa convivenza. Già dagli anni Cinquanta erano nati molti bambini e, nel tempo, la comunità napoletana ha mantenuto vive le proprie tradizioni, soprattutto quelle culinarie, che vengono tramandate ancora oggi".

L'epopea del mercato di Tarvisio, però, ha avuto anch'esso una fine. Con l'avvento dell'Europa, gli accordi di Schengen e la conseguente apertura delle frontiere al commercio libero, l'importanza commerciale della città frontaliera si è progressivamente ridimensionata. A questo si è sommata l'introduzione dell'euro, che ha annullato il vantaggio di moneta dei vicini d'oltralpe.
Nelle città carinziane più vicine al confine e nella stessa Lubiana, poi, sono cresciuti i centri commerciali. Il sistema commerciale si è uniformato: prodotti e aziende che un tempo si trovavano prevalentemente in Italia sono diventati disponibili anche in Austria e in Slovenia, dove le imprese italiane hanno cominciato a investire. Di allora, il commercio tarvisiano ha subito una forte contrazione e ha preso avvio una progressiva riconversione al settore turistico.
La comunità di discendenza partenopea, però, da sempre molto coesa, ha saputo reinventarsi, senza smettere di essere una componente rilevante della cittadinanza tarvisiana. Molte famiglie napoletane, infatti, grazie ai guadagni ottenuti con il mercato, nel tempo hanno reinvestito nel territorio: un fenomeno che continua ancora oggi, attraverso negozi, attività di ristorazione e strutture alberghiere. "Una parte significativa delle attività commerciali, della ristorazione e dell'accoglienza turistica fa capo alla terza o alla quarta generazione di queste famiglie di origine napoletana. Si è trattato, quindi, di un insediamento molto importante per l'economia locale", sottolinea l'ex assessore.
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"Un tempo si organizzavano anche feste popolari partenopee: si chiudevano le strade e si allestivano chioschi con specialità napoletane. Era un modo per ritrovarsi e mantenere vive le proprie tradizioni".
Negli anni non sono mancati anche momenti di conflitto. "In questo caso - commenta D'Incà - ha potuto incidere anche il fatto che la comunità napoletana, grazie alle attività commerciali, fosse diventata economicamente più indipendente e, in alcuni casi, più benestante rispetto alla comunità locale".
Fortunatamente, questi episodi non hanno compromesso questa preziosa convivenza. Oggi si sente parlare napoletano molto meno, per lo più tra le persone più anziane: i giovani nati a Tarvisio hanno generalmente perso il dialetto dei genitori e dei nonni. Nel tempo, però, c'è stato anche un continuo ricambio: sono arrivate nuove persone da Napoli e continuano ad arrivare nipoti e pronipoti delle famiglie che si erano trasferite qui.
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"Rimane una presenza culturale ben riconoscibile", conclude Stefano D'Incà. "Se c'è una partita del Napoli, per esempio, sai che in un determinato bar troverai persone riunite per guardarla insieme. Questo spirito è rimasto nell'aria e continua, in forme diverse, a far parte della vita di Tarvisio".












