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Storie | 13 ottobre 2026 | 19:00

Prima l'abbandono e il 75,5% delle case vuote, poi l'albergo diffuso diventato meta internazionale: tra aumento di presenze turistiche e spopolamento, cosa ci lascia la rivoluzione di Sextantio

A pochi giorni dalla scomparsa di Daniele Kihlgren, fondatore dell'albergo diffuso abruzzese Sextantio, ripercorriamo il recupero di Santo Stefano di Sessanio, il ricordo del Comune e le ragioni per cui la sua esperienza è diventata un riferimento nazionale (anche se il successo turistico di un paese non coincide automaticamente con la sua rinascita demografica)

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Sono trascorsi alcuni giorni dalla morte di Daniele Kihlgren, scomparso il 7 ottobre 2026. Ma il suo nome continua a risuonare tra le strade di Santo Stefano di Sessanio, il piccolo paese abruzzese alle pendici del Gran Sasso che, grazie anche alla sua intuizione, è diventato uno dei simboli italiani del recupero dei paesi di montagna. La sua storia, tuttavia, va ben oltre quella di un imprenditore che ha deciso di investire nel turismo. È la storia di un uomo che ha saputo riconoscere un valore dove per decenni si erano visti soprattutto abbandono, povertà e mancanza di prospettive.

 

Ci sono persone che attraversano un territorio lasciando qualche traccia del proprio passaggio. E ce ne sono altre che finiscono per modificarne profondamente il destino, cambiando non soltanto l'aspetto dei luoghi, ma anche il modo in cui vengono osservati e raccontati. Daniele Kihlgren apparteneva a questa seconda categoria. A distanza di alcuni giorni dalla sua scomparsa, dopo averne raccontato la morte e raccolto le parole di cordoglio, vogliamo soffermarci sulla sua figura e soprattutto su ciò che il suo lavoro ha rappresentato per Santo Stefano di Sessanio e, più in generale, per tanti piccoli paesi dell'Appennino.

 

Perché la vicenda di Kihlgren pone una domanda che riguarda ancora oggi centinaia di paesi italiani: è possibile restituire un futuro a un paese senza cancellarne il passato?

 

Per comprendere l'importanza dell'esperienza di Kihlgren bisogna tornare alla fine degli anni Novanta. Santo Stefano di Sessanio era un piccolo paese di montagna, caratterizzato da un patrimonio architettonico straordinario, ma segnato da decenni di emigrazione e progressivo spopolamento. Come accaduto in numerosi centri dell'Appennino, molte famiglie avevano lasciato il paese cercando lavoro e condizioni di vita migliori nelle città. Le abitazioni erano rimaste chiuse, alcuni edifici erano caduti in rovina e intere parti del centro cittadino avevano progressivamente perso la propria funzione abitativa. Uno studio di Antonio Alberto Clemente, ha documentato che nel 1999 il 75,5% delle abitazioni risultava inutilizzato. Un numero impressionante, che permette di comprendere quanto fosse profondo il processo di abbandono. Ed è proprio in questo contesto che arrivò Daniele Kihlgren, imprenditore milanese di origini svedesi, destinato a legare indissolubilmente il proprio nome alla storia di Santo Stefano di Sessanio.

 

La sua intuizione fu diversa da quella che aveva guidato molte operazioni di valorizzazione turistica. Non pensò di costruire un grande albergo, realizzare nuovi complessi ricettivi o trasformare il paese in qualcosa di diverso. Comprese invece che il valore del luogo era già presente nelle sue case, nelle pietre, nelle strade e perfino negli oggetti che le persone avevano lasciato dietro di sé. Quello che altri avrebbero potuto considerare vecchio, povero o superato, per lui rappresentava una ricchezza da conservare. Da questa visione nacque Sextantio, il progetto di albergo diffuso che avrebbe reso Santo Stefano di Sessanio conosciuto anche fuori dai confini nazionali.

 

Il concetto era relativamente semplice, ma profondamente innovativo nel modo in cui venne realizzato: recuperare le abitazioni esistenti e trasformarle in luoghi di ospitalità, senza snaturare l'identità architettonica e culturale che caratterizzava Santo Stefano di Sessanio. Le camere non erano concentrate in un unico edificio. Erano distribuite nelle case del centro storico, mentre vicoli, piazze e spazi comuni diventavano parte dell'esperienza del soggiorno. Il visitatore non entrava semplicemente in una struttura turistica, ma in un paese che continuava a raccontare la propria storia.

 

I lavori di recupero cercarono di rispettare le caratteristiche originarie degli edifici, conservando materiali, ambienti, divisioni interne e, dove possibile, gli arredi della tradizione contadina e pastorale. Pietra, legno, ferro battuto, tessuti e oggetti domestici non erano più elementi da eliminare per fare spazio alla modernità. Diventavano parte integrante del progetto. Naturalmente Kihlgren non inventò da zero il concetto di albergo diffuso, già sviluppato in altre realtà italiane. Il suo merito fu quello di proporne un'interpretazione particolarmente rigorosa, legata alla conservazione del patrimonio storico minore e alla tutela dell'identità dei luoghi. Un approccio che avrebbe contribuito a far conoscere Santo Stefano di Sessanio a un pubblico internazionale, creando nuove opportunità economiche e richiamando investimenti e attività legate all'ospitalità.

 

Per comprendere il rapporto che Kihlgren aveva costruito con Santo Stefano di Sessanio sono particolarmente significative le parole diffuse dall'amministrazione comunale dopo la sua scomparsa. Il Comune lo ha ricordato come un "custode radicale dell'anima della montagna", sottolineando come il suo lavoro abbia restituito dignità non soltanto alle abitazioni, ma anche alla memoria collettiva di una civiltà appenninica. Un riconoscimento che va ben oltre il valore economico degli investimenti. Nel ricordo dell'amministrazione tornano i materiali della vita quotidiana: il legno consumato dal tempo e dal fumo dei camini, la pietra calcarea, i chiavistelli in ferro battuto, la lana lavorata ai telai e gli strumenti domestici appartenuti alle generazioni precedenti. Oggetti che raccontano un mondo fatto di pastorizia, agricoltura, lavoro e sacrifici. Un mondo che per molto tempo, anche attraverso le trasformazioni sociali del dopoguerra, era stato associato soprattutto alla fatica e alla povertà.

 

Kihlgren ebbe il merito di guardare a quell'eredità da una prospettiva diversa. Non si trattava di ricreare artificialmente il passato, né di trasformare le case in piccoli musei. L'obiettivo era recuperare gli spazi, restituendo loro una funzione contemporanea e mantenendo riconoscibile la cultura che li aveva prodotti.

Nel saluto del Comune emerge un'immagine particolarmente significativa: "Le pietre di questo paese non sono più sole". È forse una delle espressioni che meglio restituiscono il senso del rapporto tra Kihlgren e Santo Stefano di Sessanio. Perché dietro quelle pietre non esiste soltanto un patrimonio architettonico. Esistono storie familiari, generazioni di abitanti, tradizioni e un modo di vivere la montagna che rischiava progressivamente di scomparire.

 

Il caso di Santo Stefano di Sessanio è stato osservato e studiato anche al di fuori dell'Abruzzo perché ha dimostrato che il patrimonio storico dei piccoli paesi poteva diventare una risorsa economica senza necessariamente ricorrere a nuove costruzioni. Era un principio tutt'altro che scontato. Per molto tempo, lo sviluppo turistico della montagna è stato associato soprattutto alla realizzazione di infrastrutture, nuovi edifici, strutture alberghiere e servizi capaci di attrarre visitatori. Kihlgren propose invece un percorso differente: partire da ciò che esisteva già. Il suo progetto contribuì a dimostrare che la conservazione poteva essere non soltanto un obbligo culturale, ma anche una scelta imprenditoriale. Un modello capace di produrre occupazione, generare interesse turistico e rafforzare la riconoscibilità di un territorio.

 

Non si trattò, però, soltanto di una decisione privata. Il 7 agosto 2002 venne sottoscritta la Carta dei Valori per Santo Stefano di Sessanio, un accordo tra Kihlgren, l'amministrazione comunale e il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. L'intesa rappresentò un passaggio importante perché mise in relazione l'iniziativa imprenditoriale con la tutela del contesto architettonico e paesaggistico. Antonio Bini, già dirigente del settore turismo della Regione Abruzzo, ha ricordato quanto fosse stato colpito dalla visione culturale di Kihlgren, distante da quella di un tradizionale investitore immobiliare.

 

L'esperienza di Santo Stefano diventò così un riferimento anche nelle politiche regionali di valorizzazione delle aree interne. Il modello non era semplicemente quello di riaprire strutture ricettive, ma di dimostrare come il recupero del patrimonio esistente potesse contribuire alla costruzione di una nuova economia locale. Gli effetti del progetto sono stati evidenti soprattutto sul piano del recupero edilizio, dell'immagine del paese e della sua attrattività turistica. Case che avevano perso la propria funzione sono tornate a essere utilizzate. Il centro storico è diventato una destinazione conosciuta anche a livello internazionale e l'ospitalità ha assunto un ruolo sempre più importante nell'economia locale.

 

Uno studio, con riferimento al 2008, indicava circa 7.300 presenze turistiche annue, mentre un rapporto regionale basato su dati Istat specificava per il 2021 circa 15.000 presenze. Numeri riferiti a periodi differenti e all'insieme delle attività ricettive del paese, che non possono essere attribuiti esclusivamente a Sextantio, ma testimoniano la crescente rilevanza del turismo. Tuttavia, proprio su questo punto è necessario introdurre una riflessione. Perché il successo turistico di un paese non coincide automaticamente con la sua rinascita demografica. Secondo i dati Istat riportati da Tuttitalia, Santo Stefano di Sessanio contava 115 residenti alla fine del 2021 e 105 alla fine del 2024. Il paese ha dunque continuato a confrontarsi con il problema dello spopolamento. Questo non ridimensiona il valore del lavoro di Kihlgren, ma permette di comprendere meglio sia i risultati raggiunti sia la complessità delle sfide che interessano le aree interne.

 

Un paese può tornare a essere visitato, può recuperare il proprio patrimonio architettonico e attirare investimenti, ma per mantenere una comunità residente occorrono anche altri elementi: servizi sanitari, collegamenti, scuole, possibilità di lavoro stabile e condizioni che consentano soprattutto ai giovani di scegliere di rimanere. Kihlgren ha dimostrato che un paese apparentemente condannato all'abbandono poteva tornare a generare valore. Non poteva, da solo, risolvere tutte le ragioni che avevano provocato il suo spopolamento. Ed è una distinzione fondamentale.

 

Torniamo a riflettere su una questione centrale per il futuro dell'Appennino: come si può contrastare l'abbandono dei territori montani e quali condizioni devono essere ricreate affinché un paese torni a essere un luogo in cui vivere, e non soltanto una destinazione da visitare? Il caso di Santo Stefano di Sessanio offre un esempio concreto attraverso cui leggere queste domande.

 

Il lavoro di Kihlgren ha riguardato soprattutto una delle componenti del problema: il recupero del patrimonio edilizio e la creazione di nuove opportunità economiche attraverso il turismo. Ma la sopravvivenza di una comunità richiede una prospettiva più ampia. È necessario che le opportunità generate dai visitatori si traducano anche in condizioni favorevoli alla residenza stabile, al lavoro e alla continuità delle attività locali. In questo senso, l'esperienza di Sextantio può essere considerata un punto di partenza, non una soluzione universale da riprodurre indistintamente. 

 

Ogni paese possiede una storia diversa, un diverso patrimonio da valorizzare e soprattutto una diversa comunità. Non tutti i paesi possono diventare destinazioni turistiche internazionali. E non tutti, probabilmente, dovrebbero inseguire quel modello. Ma l'esperienza di Santo Stefano insegna qualcosa che riguarda tutti: prima di immaginare nuove costruzioni o trasformazioni radicali, bisognerebbe domandarsi quale valore esista già nei luoghi che abbiamo ereditato.

 

Le parole di cordoglio arrivate da Santo Stefano di Sessanio raccontano un legame che non può essere ridotto al rapporto tra un imprenditore e il territorio nel quale aveva investito. Kihlgren aveva scelto di credere nel paese quando gran parte delle sue case non veniva più abitata e quando il futuro di molti piccoli centri appenninici appariva sempre più incerto. Aveva riconosciuto un valore culturale nella vita delle generazioni precedenti, riportando attenzione su elementi che rischiavano di essere dimenticati. Il suo progetto aveva contribuito a creare occasioni di lavoro e a dare visibilità internazionale a un luogo che fino a pochi decenni prima conoscevano soprattutto gli abitanti del territorio e gli appassionati di montagna. È in questo riconoscimento che si può leggere il senso dell'affetto espresso dall'amministrazione comunale e dalle persone che ne hanno ricordato la figura.

 

Naturalmente ogni trasformazione turistica può sollevare interrogativi sul rapporto tra residenti, visitatori, accessibilità delle abitazioni e conservazione dell'identità originaria. Sono questioni legittime, che devono accompagnare anche la valutazione dei progetti considerati virtuosi. Ma ciò che rende particolare l'eredità di Kihlgren è avere introdotto, con notevole anticipo rispetto a molte discussioni attuali, un principio semplice: il passato di un paese non deve necessariamente essere sacrificato per costruirne il futuro.

 

La vicenda di Santo Stefano di Sessanio non riguarda soltanto uno dei paesi più conosciuti dell'Abruzzo. Riguarda idealmente i tanti paesi dell'Appennino che ancora oggi conservano case vuote, vicoli silenziosi, edifici abbandonati e testimonianze di una civiltà contadina e pastorale che ha profondamente segnato la storia delle nostre montagne. Luoghi dove la perdita di popolazione non ha comportato soltanto la chiusura delle abitazioni, ma anche la progressiva scomparsa di mestieri, tradizioni, relazioni e forme di conoscenza tramandate per generazioni.

 

Kihlgren ha avuto la capacità di riconoscere il valore di questo patrimonio prima che la riscoperta dei borghi e il turismo esperienziale diventassero argomenti così diffusi. La sua esperienza ha mostrato che anche ciò che appare marginale può tornare al centro dell'interesse, a condizione di essere compreso e rispettato. Non significa che ogni paese di montagna debba diventare un albergo diffuso o che il turismo possa rappresentare l'unica risposta al declino demografico della montagna. Significa piuttosto riconoscere che la conservazione, quando è accompagnata da investimenti, conoscenza e opportunità economiche, può trasformarsi in una concreta possibilità di sviluppo. Una riflessione che oggi coinvolge amministrazioni, imprenditori, associazioni e quanti continuano a vivere nelle aree interne.

 

Daniele Kihlgren è morto il 7 ottobre, ma il progetto che ha realizzato continuerà a rappresentare un riferimento nel dibattito sul futuro dei paesi italiani. La sua esperienza è arrivata anche a Matera, dove attraverso Sextantio ha sviluppato un ulteriore progetto di recupero nei Sassi, confermando una visione dell'ospitalità fondata sulla conservazione dell'architettura e della memoria dei luoghi.

 

A Santo Stefano di Sessanio resta qualcosa di particolarmente significativo. Restano gli edifici recuperati, le attività economiche, le strade attraversate da visitatori provenienti da Paesi diversi. Ma resta soprattutto un cambiamento culturale. Un cambiamento nel modo di guardare alle case di pietra, agli oggetti della vita quotidiana, alle testimonianze della civiltà pastorale e a tutto ciò che per lungo tempo era stato considerato il simbolo di un mondo destinato a scomparire.

 

Oggi, mentre molti paesi dell'Appennino continuano a perdere abitanti e servizi, l'esperienza di Santo Stefano di Sessanio ci ricorda che l'abbandono non rappresenta necessariamente l'ultima parola nella storia di un territorio. Ma ricorda anche che recuperare le case è soltanto una parte della sfida. Perché la vera rinascita di un paese si misura non soltanto nelle presenze turistiche o negli edifici restaurati, ma nella possibilità che quelle strade continuino a essere attraversate ogni giorno da persone che hanno scelto di abitarle.

 

Forse è proprio questa la lezione più importante lasciata da Daniele Kihlgren: per immaginare il futuro della montagna bisogna prima imparare a riconoscere il valore di ciò che rischiamo di perdere.

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