Contenuto sponsorizzato
Storie | 12 ottobre 2026 | 12:00

La valle della carta: un impero industriale noto in Europa e tramontato a causa delle macchine a vapore. Oggi, al museo di Mele, la produzione torna a vivere

A Mele, nell'entroterra genovese, un'antica cartiera racconta una produzione che per secoli ha segnato l'economia della valle del Leira. Nel Settecento gli opifici erano un centinaio. Oggi, nella cartiera Piccardo, la carta si produce ancora a mano

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Oggi percorrendo la valle del Leira è difficile immaginarlo, ma per secoli questo stretto solco dell'entroterra genovese è stato uno dei principali centri della produzione cartaria. Tra Voltri e Mele lavoravano decine di opifici, alimentati dall'acqua dei torrenti che scendono verso il mare. Nel Settecento se ne contavano un centinaio. Di quella lunga storia rimane una testimonianza importante ad Acquasanta, nel comune di Mele. È l'antica cartiera Piccardo, costruita nel 1756 e rimasta in funzione fino al 1985.

 

Dal 1997 ospita il Museo della Carta di Mele. Non è un museo ricavato in un edificio qualsiasi. Gli spazi sono quelli della vecchia cartiera e permettono ancora di leggere le diverse fasi della lavorazione. Rimangono la grande ruota idraulica, gli ingranaggi, le macchine, la mola e gli ambienti utilizzati per l'essiccazione, dove i fogli venivano appesi alle corde ad asciugare. Il percorso segue quello compiuto un tempo dagli stracci e dalle altre fibre fino alla loro trasformazione in carta.

L'acqua e le cartiere

La presenza delle cartiere nella valle non era casuale. Prima dell'introduzione del vapore serviva una fonte di energia continua per mettere in movimento i macchinari, e qui erano i corsi d'acqua a fornirla. 

 

La manifattura cartaria genovese si sviluppò nella valle del Leira intorno al XV secolo. Le tecniche utilizzate derivavano dall'esperienza dei cartai di Fabriano, dove erano state introdotte innovazioni decisive come la pila idraulica a magli multipli, la collatura con gelatina animale e la filigrana.

 

A Genova quella tradizione trovò condizioni particolarmente favorevoli. Nel corso del Cinquecento le cartiere di Voltri e Mele raggiunsero una notevole importanza e la loro produzione venne esportata fuori dalla Repubblica. La carta genovese era considerata resistente e poco attaccabile dagli insetti e veniva utilizzata anche dalle cancellerie delle case reali di Spagna, Portogallo e Inghilterra. 

 

Alla fine del XVI secolo alcuni mercanti scrivevano: "In Europa altra carta non s'adopra che quella de' Genovesi". Tra XVI e XVIII secolo Genova divenne uno dei maggiori poli cartari europei. 

 

La carta di allora aveva poco a che vedere con quella prodotta oggi su scala industriale. La materia prima era costituita soprattutto da fibre tessili. Vecchi stracci di lino, canapa e cotone venivano lavorati nell'acqua fino a ottenere una pasta dalla quale il cartaio ricavava i fogli uno per volta. Il foglio veniva poi pressato, trattato e lasciato asciugare. Era un processo lungo, nel quale l'acqua aveva un ruolo centrale non soltanto nella preparazione dell'impasto, ma anche come fonte di energia.

La fine di un distretto

Quella stessa dipendenza dall'acqua che aveva favorito lo sviluppo delle cartiere contribuì, con l'industrializzazione, a rendere meno conveniente la loro posizione. L'arrivo delle macchine a vapore consentì di produrre energia indipendentemente dai torrenti e quindi di costruire stabilimenti in zone più facilmente accessibili. A questo si aggiunsero l'introduzione della macchina continua e l'utilizzo della cellulosa ottenuta dal legno, che cambiarono profondamente il modo di produrre la carta. 

 

Le piccole cartiere delle valli genovesi iniziarono così un lento declino. Dopo la Seconda guerra mondiale ne rimanevano 43. Nel giro di pochi decenni gran parte di quel sistema produttivo scomparve. La cartiera Piccardo riuscì a resistere fino al 1985. Quando chiuse erano trascorsi più di due secoli dalla sua costruzione. Sette anni dopo, nel 1992, il Comune di Mele avviò il recupero dell'edificio. Il museo venne inaugurato nel 1997 e negli anni successivi gli spazi furono ulteriormente recuperati e allestiti.

 

Tornare a fare carta

La storia però non si è fermata alla conservazione delle vecchie macchine. Nel 2013 all'interno del museo venne avviato il corso professionale "L'artigiano della Carta", finanziato dalla Regione Liguria. L'obiettivo era recuperare conoscenze che rischiavano di andare perdute e provare a trasformarle nuovamente in un'attività artigianale.

 

Il corso formò dieci giovani artigiani, in grado di produrre carta per inviti, partecipazioni, diplomi e altri manufatti. Successivamente, grazie a finanziamenti europei, all'interno del museo vennero acquistati i macchinari per un laboratorio artigianale di produzione della carta. Tra i partecipanti c'era Giuseppe Traverso che, terminato il percorso, ha avviato un'attività artigiana all'interno del museo, occupandosi della didattica e della produzione di manufatti in carta. Il museo è diventato così anche un luogo di produzione. La carta viene nuovamente realizzata a mano negli stessi spazi in cui per oltre due secoli aveva rappresentato un'attività economica.

Una storia scritta nel paesaggio

La storia delle cartiere non riguarda soltanto ciò che è conservato dentro il museo. Riguarda il territorio che lo circonda. La presenza dell'acqua, la forma stretta della valle e la vicinanza con Genova contribuirono alla nascita di un'attività capace di durare per secoli. Quando cambiarono le fonti energetiche e i sistemi di produzione, quello stesso territorio perse progressivamente la propria funzione industriale.

 

Restano gli edifici, le opere idrauliche e le tracce lasciate lungo il corso del Leira. E rimane la cartiera Piccardo, dove è ancora possibile vedere come da acqua e fibre possa nascere un foglio. Nel Settecento nella zona le cartiere erano circa cento. Oggi quella produzione non esiste più nelle dimensioni di allora, ma ad Acquasanta, nello stesso edificio costruito nel 1756, la carta continua a essere prodotta a mano.

 

Il Museo della Carta di Mele conserva quindi non soltanto macchine e ambienti di un'attività scomparsa, ma anche una parte del sapere che per secoli ha legato il lavoro degli uomini all'acqua e al territorio della valle del Leira.

Contenuto sponsorizzato