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Ambiente | 29 ottobre 2026 | 06:00

La miniera mai nata che ora qualcuno vorrebbe far risorgere in una valle impervia: l'uranio delle Orobie valtellinesi

Cinquant'anni fa l'ENI esplorò uno dei maggiori giacimenti di uranio noti in Italia, scavando chilometri di gallerie nel cuore delle Alpi Orobie. Il progetto fu poi abbandonato. Oggi una società britannica vuole riprendere le ricerche. Ripercorriamo questa storia per comprendere da dove nasca il rinnovato interesse per un giacimento nascosto in una valle di difficile accesso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Nascoste tra le montagne delle Orobie valtellinesi, a circa duemila metri di quota, si trovano le gallerie di una miniera mai nata. I cunicoli si aprono nelle scure rocce della Val Vedello, una ripida valle laterale della Valtellina, nel territorio di Piateda. Oggi gli ingressi sono chiusi e le infrastrutture abbandonate, in gran parte danneggiate dalle rigide condizioni dell'alta quota. Tra gli anni Settanta e Ottanta, però, questo angolo di Alpi fu teatro di un'imponente campagna di esplorazione mineraria.

 

L'obiettivo era l'uranio, l'elemento naturale più pesante presente in quantità significative sulla Terra. L'interesse per questo metallo dipende soprattutto dal suo isotopo più raro, l'uranio-235, che costituisce appena lo 0,7% dell'uranio naturale ed è alla base del combustibile utilizzato dalla maggior parte dei reattori nucleari.

 

La storia comincia negli anni Cinquanta. Nel clima di entusiasmo tecnologico seguito alla Seconda guerra mondiale e di diffusione dell'industria nucleare, molti paesi industrializzati investirono nella ricerca di minerali radioattivi. Anche l'Italia voleva sviluppare una propria industria in tal senso e cercava di comprendere quali risorse potesse offrire il sottosuolo nazionale.

 

Le ricerche coinvolsero enti pubblici e società minerarie, tra cui la SOMIREN, appartenente al gruppo ENI. Come ricostruisce lo storico della scienza Andrea Candela in uno studio pubblicato nel 2023, le Alpi e le Prealpi divennero importanti territori di esplorazione. Nel 1959, i tecnici della SOMIREN individuarono significative mineralizzazioni uranifere nei pressi di Novazza, in alta Val Seriana, sul versante bergamasco delle Orobie. Seguirono i primi scavi, interrotti nel 1963: il mercato internazionale dell'uranio attraversava una fase di sovrapproduzione e il petrolio a buon mercato rendeva poco attraenti gli investimenti. Tutto cambiò con la crisi petrolifera del 1973.

 

La ricerca di una maggiore indipendenza energetica tornò a essere una priorità nazionale e l'interesse per i giacimenti orobici si riaccese. Nel settembre del 1975, una prospezione radiometrica effettuata in elicottero individuò anomalie di radioattività anche sul versante valtellinese delle Orobie, tra il Pizzo del Salto, la Cima Soliva e il Monte Redorta. I successivi sopralluoghi confermarono la presenza di minerali uraniferi e nel 1977 l'Agip Nucleare avviò un'importante campagna esplorativa in Val Vedello.

 

Per diversi anni geologi e operai lavorarono dentro la montagna, scavando circa undici chilometri di gallerie tra 1.800 e 2.100 metri di quota e perforando le rocce per ricostruire la geometria del giacimento. Le stime storiche indicarono circa 4.500-6.000 tonnellate di ossido di uranio, a seconda del tenore minimo considerato. Una risorsa importante per il contesto italiano, ma con concentrazioni mediamente modeste: circa un chilogrammo di ossido di uranio per tonnellata di roccia mineralizzata. Si trattava, peraltro, di stime ancora da verificare in termini di effettiva sfruttabilità.

 

All'inizio degli anni Ottanta, i giacimenti di Novazza e Val Vedello confluirono in un progetto industriale comune, chiamato Valve-Nova. L'idea era sfruttare le mineralizzazioni su entrambi i versanti delle Orobie e costruire un impianto di trattamento a Fiumenero, in Val Seriana. Il minerale della Val Vedello avrebbe raggiunto l'impianto attraverso una galleria di collegamento, quello di Novazza su strada. Con concentrazioni di uranio relativamente basse, contenere i costi di trasporto e trattamento, sviluppando tutto nel raggio di pochi chilometri, era fondamentale.

 

Il progetto incontrò però difficoltà economiche e una crescente opposizione delle comunità locali, preoccupate dagli impatti ambientali. Già nel 1981 il progetto di Novazza era stato giudicato antieconomico. Alla fine del 1982 vennero meno anche finanziamenti comunitari destinati alle ricerche in Val Vedello. La vicenda arrivò fino al Parlamento. In un'interrogazione del 17 ottobre 1983, venivano richiamati i tagli dei contributi europei, gli elevati costi e le difficoltà finanziarie dell'Agip Nucleare. Nel frattempo, l'ENI stava attraversando una profonda riorganizzazione che portò alla soppressione di Agip Nucleare e allo smantellamento dei cantieri. Nelle viscere della montagna calò nuovamente il silenzio.

 

Per oltre quarant'anni la Val Vedello è rimasta poi ai margini dell'attenzione mineraria. Nel 2025 qualcosa è però cambiato. La richiesta di riprendere le esplorazioni, inizialmente presentata da Canoel Italia, società riconducibile al gruppo internazionale Zenith Energy, è oggi in capo a Futuro Energetico Italiano Srl, controllata dalla britannica Reveille Resources.

Quest'ultima è una società nata nel 2026, quotata da luglio sul mercato azionario londinese Aquis Growth Market, senza precedenti attività minerarie produttive. Il suo interesse è, almeno per ora, lo sviluppo di progetti di esplorazione. A rendere ancora più particolare la vicenda è la presenza, dal 14 ottobre 2026, di Mike Pompeo come presidente della società: l'ex direttore della CIA e segretario di Stato durante la prima presidenza Trump.

 

Reveille, per il momento, non chiede di aprire una miniera, ma di ottenere un permesso di ricerca mineraria, attualmente sottoposto a Valutazione d'Impatto Ambientale. Il programma prevede il recupero delle vecchie gallerie AGIP, oltre 21 chilometri di nuovi sondaggi sotterranei e la sistemazione di circa 4 chilometri della strada di servizio per accedere al giacimento, ormai impraticabile. L'obiettivo è acquisire dati più accurati per aggiornare le stime storiche e valutare il potenziale economico del giacimento. Solo successivamente potrebbe essere considerato un vero progetto estrattivo.

 

Per comprendere il significato dell'operazione bisogna conoscere un meccanismo comune nell'industria mineraria internazionale. Non tutte le società che operano in questo campo estraggono davvero i minerali. Alcune si specializzano nell'individuazione e nella caratterizzazione di giacimenti promettenti. Raccolgono capitali, effettuano indagini e cercano di aumentare il valore dei progetti, rendendoli interessanti per nuovi investitori o per grandi imprese capaci di svilupparli industrialmente. Un giacimento può acquistare valore finanziario ben prima che venga estratto la prima scaglia di minerale.

 

Questa modalità di sviluppo dipende dai forti investimenti richiesti per l'esplorazione mineraria e dai rischi di non trovare qualcosa di sfruttabile dopo aver speso milioni di euro. Molte esplorazioni non si traducono nell'apertura di miniere proprio perché le indagini rivelano condizioni economicamente sfavorevoli. Nel caso di Reveille, questa strategia è evidente e insita nel modello di business della società. Essa dichiara di voler valorizzare giacimenti storici già esplorati e dotati di infrastrutture esistenti. La Val Vedello corrisponde a questa descrizione: chilometri di gallerie e decenni di conoscenze geologiche, realizzati grazie alle attività dell'ENI pubblico e sostenute a suo tempo anche da finanziamenti comunitari. Un patrimonio scientifico e infrastrutturale nato grazie a risorse pubbliche che oggi è il punto di partenza per un'iniziativa privata.

 

Sorge allora una domanda: quanta parte del valore generato dalle nuove esplorazioni si tradurrà in benefici concreti per il territorio e per il sistema economico italiano? Il nome Futuro Energetico Italiano suggerisce un collegamento diretto con gli interessi energetici nazionali. Tuttavia, una società registrata in Italia e controllata da un'impresa estera non garantisce di per sé che l'eventuale uranio estratto verrà utilizzato nel nostro Paese, né che vi saranno insediamenti industriali, occupazione stabile o ricadute economiche significative sul territorio. Se il giacimento confermerà di essere economicamente interessante, i primi a beneficiarne saranno gli investitori di Reveille.

 

Occorre poi considerare gli impatti ambientali. Già questa prima fase esplorativa prevede perforazioni pluriennali, riapertura di gallerie e interventi infrastrutturali in un ambiente alpino di pregio. La strada di accesso dovrà essere adeguata al passaggio dei mezzi, anche in aree interessate da habitat tutelati dalla rete Natura 2000. Ci sono inoltre gli aspetti radiologici. Le indagini preliminari hanno rilevato concentrazioni elevate di radon (il gas radioattivo prodotto dal naturale decadimento dell'uranio) nelle vecchie gallerie, mentre le perforazioni richiederanno attenzione nella gestione delle acque e dei materiali di risulta. La documentazione presentata affronta questi problemi, prevedendo misure di protezione, trattamento e monitoraggio. Sarà compito della Valutazione d'Impatto Ambientale, ancora in corso, verificare che siano adeguate a contenere i rischi.

 

Ma il problema principale, a mio avviso, non è la ricerca mineraria in sé. È il modello di sviluppo che intendiamo perseguire. La nostra società dipende da enormi quantità di risorse minerarie, spesso prodotte o lavorate in pochissimi paesi. Per ridurre questa dipendenza, nel 2024 l'Unione Europea ha approvato il Critical Raw Materials Act, che punta a rafforzare le filiere europee delle materie prime critiche. L'uranio non figura tra quelle individuate dal regolamento, ma anche per il combustibile nucleare si pone il problema della sicurezza degli approvvigionamenti.

 

Trovo condivisibile l'obiettivo di aumentare, quando possibile, la produzione europea di queste risorse. Non possiamo continuare ad aver bisogno di quantità crescenti di minerali e pretendere che vengano estratti esclusivamente altrove. Ogni miniera comporta impatti ambientali, anche applicando le migliori tecnologie disponibili. Non esistono miniere a impatto zero, e rifiutare per principio qualsiasi attività estrattiva vicino a casa, continuando a utilizzare materie prime prodotte in paesi lontani, è una contraddizione che trovo difficile da sostenere.

 

Un progetto minerario, però, non dovrebbe essere giudicato soltanto in base alla redditività del giacimento. Dovrebbe inserirsi in una prospettiva industriale più ampia, capace di creare relazioni con il territorio e con il sistema economico nazionale ed europeo, generando lavoro, competenze e opportunità che vadano oltre la semplice estrazione della risorsa. Allo stesso tempo, occorre considerare i costi ambientali e le responsabilità che queste attività lasciano dietro di sé, anche nel lungo periodo. Il rischio è quello di iniziative che arrivano, sfruttano una risorsa e scompaiono, senza aver costruito granché. La ricerca mineraria può rappresentare il primo passo di un progetto industriale di questo tipo, ma può anche limitarsi a una valorizzazione finanziaria del giacimento. Sono prospettive molto diverse, soprattutto per le comunità che ospitano queste attività.

 

Se vogliamo davvero sviluppare una maggiore autonomia mineraria, dovremmo ambire a progetti industriali capaci di inserirsi nel tessuto economico nazionale e di costruire un rapporto duraturo con i territori che ospitano le risorse. Altrimenti il rischio è che il Futuro Energetico rimanga un'allusione, una promessa fragile spazzata via dai Futuri guadagni degli investitori che hanno scommesso sull'ennesima operazione finanziaria.

 

 

In apertura: una fotografia che mostra le tracce della passata attività esplorativa in alta Val Vedello (da paesidivaltellina) e un dettaglio sull'apertura, sigillata, di uno dei cunicoli scavati negli anni '70.

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