"Con mani tremanti, ci ha consegnato delle lettere: il padre era stato fatto prigioniero dai nazisti tra queste montagne, le aveva inviate in Nuova Zelanda da Sauris"

"L'emozione era forte. Il signor Stuart ci ha raccontato che aveva pianto percorrendo la strada regionale che da Ampezzo sale a Sauris: nelle gallerie scavate nella roccia vedeva le mani di suo padre, che lui ha perso quando aveva solo cinque anni, poco dopo il rientro dalla prigionia. La stessa commozione l'ha provata sulla diga, luogo di lavoro e di sofferenza, ma anche di paesaggi che suo padre aveva descritto nelle lettere". La storia toccante dei prigionieri neozelandesi che lega la Carnia friulana con la Nuova Zelanda

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Una visita inattesa ha emozionato la piccola comunità di Sauris, 390 abitanti nella valle del Lumiei, dove la Carnia si spinge verso il Cadore. Lo racconta Fabiana Gorassini, manager dell'ufficio turistico del Comune di Sauris, su De Zahre reidet, il bollettino della parrocchia di Sant'Osvaldo, di Sauris.
"È arrivata una coppia. Appena entrati, hanno detto di venire dalla Nuova Zelanda. Da subito ho capito che un legame profondo li aveva portati fin quassù. Il signor Stuart Tutchen, accompagnato dalla moglie, era il figlio del soldato James Hedley Tutchen, fatto prigioniero dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale e costretto ai lavori forzati proprio nel campo di Sauris. Erano in Europa per la prima volta. Un viaggio lungo, che li aveva portati a visitare Turchia, Grecia, Croazia, fino a Trieste; da lì avevano noleggiato un'auto per raggiungere Sauris, meta finale, meta del cuore", racconta Fabiana, con grande partecipazione.
"I signori Tutchen erano visibilmente commossi. Con mani tremanti, e un pudore pieno di dolcezza, ci hanno consegnato alcune lettere autografe che James inviava per posta aerea alla moglie in Nuova Zelanda. Lettere che impiegavano quattro mesi per arrivare ad Auckland. Lettere che oggi diventano uno dei più preziosi ponti tra la nostra comunità e una storia lontana, ma sorprendentemente vicina. Ho chiamato immediatamente la presidente del Circolo Culturale Saurano 'Fulgenzio Schneider'. Insieme abbiamo appreso che la famiglia desiderava donare le lettere alla comunità, accompagnate da alcuni oggetti simbolici della loro terra", aggiunge.
Un dono prezioso che va ad arricchire il fondo dedicato ai prigionieri neozelandesi che lavorarono alla strada, che dalla valle del Tagliamento sale a Sauris, e poi alla diga. Erano gli anni dal 1941 al 1943, i 280 prigionieri furono trasferiti dal campo di internamento di Monigo, nel Trevigiano, destinato ai soldati delle forze alleate, sino ad Ampezzo, a valle di Sauris, e poi alla piana di La Maina, nel comune di Sauris. Furono portati a Sauris su richiesta della Sade, che si stava preparando a costruire la diga di Sauris, all'epoca la più alta d'Europa, sotto la direzione dell'ingegner Carlo Semenza, poi responsabile della costruzione della diga del Vajont.
"L'emozione era forte", prosegue Fabiana Gorassini. "Il signor Stuart ci ha raccontato che aveva pianto percorrendo la strada regionale che da Ampezzo sale a Sauris: nelle gallerie scavate nella roccia vedeva le mani di suo padre, che lui ha perso quando aveva solo cinque anni, poco dopo il rientro dalla prigionia. La stessa commozione l'ha provata sulla diga, luogo di lavoro e di sofferenza, ma anche di paesaggi che suo padre aveva descritto nelle lettere".
Le tre lettere, portate a mano, con tanta commozione, da Stuart Tutchen oggi sono parte del tesoro culturale di Sauris.

Ne abbiamo parlato con Lucia Protto, curatrice del Centro etnografico "S haus van der Zahre", un museo e luogo di studio che permette di esplorare e approfondire la storia e la cultura del paese. "Una realtà nata nel 1993 per raccontare l'etnografia locale, le tradizioni, diventando un punto di riferimento sia per la comunità locale, sia per i turisti, sia per ricercatori e appassionati", spiega.
"Non è il primo contatto che abbiamo con i neozelandesi. A seguito del terremoto del 1976 un gruppetto di ex prigionieri si era impegnato per raccogliere dei fondi per aiutare il Museo Carnico delle Arti Popolari, danneggiato dal sisma e poi ampliato. Arrivarono a Tolmezzo per portare, fisicamente, gli aiuti. Ricordando il profondo legame che li univa alla nostra valle salirono sino a Sauris", racconta Lucia Protto.
"Sappiamo anche dai racconti dei nostri compaesani che i neozelandesi ricevevano dei pacchi dalla Croce Rossa. Contenevano merci per noi allora incredibili, come latte condensato e cioccolata, che spesso condividevano con le persone del paese. C'erano contatti e scambi con la popolazione. Vivevano tra il cantiere principale e la zona dove si stava costruendo la diga, in baracche", aggiunge Lucia. Una di queste baracche è rimasta, con il villaggio di La Maina, sotto il lago di Sauris, dal 1948. Ogni 20 anni circa l'invaso viene svuotato, per pulire il fondo e mantenere al massimo dell'efficienza la diga, e ogni volta il primo edificio che riemerge delle acque è proprio la baracca dei neozelandesi, adiacente alla strada che costeggia il lago, sul versante saurano.

"I prigionieri neozelandesi si fermarono a Sauris qualche mese, tra la primavera e l'estate, per loro fu una pausa dalla guerra. Fecero anche qualche lavoro per i civili, come la scalinata in cemento a fianco della chiesetta di La Maina. E ci rimangono testimonianze preziose, come il fumetto nato dalla creatività di uno dei prigionieri, che racconta la loro vita, la voglia di tessere occasioni di incontro e socialità con i saurani". Lo si può trovare in un prezioso volume, Neozelandesi nella valle del Lumiei, edito da "La Nuova Base" nel 1999 : raccoglie, proponendo il testo inglese a fronte, i documenti, le memorie e le singolari esperienze quotidiane di convivenza forzata ma profondamente umana tra la comunità di Sauris e i prigionieri della Nuova Zelanda.
Quest'anno, a gennaio, la scrittrice friulana Silva Granzitti ha pubblicato per Mursia Vento sottile, un romanzo ambientato a Sauris, con protagonista un ex prigioniero neozelandese. Narra di un ex militare neozelandese che torna a Sauris, a metà degli anni Sessanta in cerca di un amore vissuto da prigioniero nel 1943. All'epoca lavorava alla costruzione della diga sul torrente Lumiei e aveva vissuto un amore travolgente con Ida, una giovane contadina. Era un amore di grande passione, travolto da clandestinità e fughe, in un paese lacerato dalla guerra. Ritornato a Sauris scopre che Ida è morta lasciando una figlia. L'uomo inizia così un viaggio attraverso il dialogo con le sorelle e le persone del paese conosciute durante la prigionia. Per scoprire una storia che ha ancora legami profondi con l'attualità.












