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Storie | 17 ottobre 2026 | 06:00

"Ogni ora arrivano in treno persone che vogliono tentare di attraversare la frontiera", la situazione a Oulx dopo la chiusura del Rifugio Massi

Dal primo settembre il Rifugio Massi ad Oulx ha chiuso per mancanza di fondi, con esso chiude forse anche il simbolo di una risposta data dalla popolazione a questa emergenza, ma i problemi permangono e la realtà racconta di una situazione delicata che richiede ancora un alto livello d'attenzione

"Dal primo settembre la Fondazione Talità Kum ha chiuso completamente la struttura (il Rifugio Massi) dichiarando che uscirà dal progetto; quindi, finirà completamente la sua azione perché è nell'impossibilità materiale di continuare cioè non riesce più a reggersi".

 

Così afferma Silvia, una volontaria, con rammarico. Spiega che la decisione è stata presa esclusivamente per motivi di "impossibilità materiale" ovvero mancanza di fondi. La realtà racconta molto altro e il livello di attenzione rimane ancora molto alto: "Ogni ora arriva un treno e potenzialmente arrivano persone che vogliono tentare di attraversare la frontiera".

 

Durante l'inverno del 2016 e l'inizio dell'anno del 2017, dopo la chiusura di Ventimiglia, numerose persone hanno iniziato a tentare la via dei monti per raggiungere la Francia, una strada molto più complessa e pericolosa, e così quasi all'improvviso un territorio predisposto ad accogliere quasi unicamente turisti si è trovato in una situazione completamente diversa: da valle montana a zona di passaggio di flussi migratori.

 

Questo fatto nella popolazione locale di Bardonecchia e Oulx ha generato immediatamente una risposta: "L'obiettivo iniziale e primario era che non morissero persone. Poi parecchie persone sono morte comunque".

 

La risposta è stata di tipo corale e diffusa, non si è limitata a una sola realtà e nemmeno solo alla popolazione locale, ben presto l'aiuto è arrivato anche da figure diverse provenienti anche da più distante. Si è costituita una vera e propria rete sociale in grado di affrontare questo cambiamento e proporre un'azione di risposta all'emergenza migratoria.

 

L'esempio forse più virtuoso che ha saputo condensare questa esperienza plurale è stato il Rifugio Massi di Oulx, nato grazie al coinvolgimento di Don Luigi Chiampo e della fondazione Talità Kum. Questa realtà però dal primo settembre di quest'anno è stata costretta a chiudere.

 

Noi de L'Altramontagna abbiamo intervistato Silvia, una storica volontaria, e ci siamo fatti raccontare la nascita di questo progetto e l'andamento della situazione attuale.  

Com'è nata l'idea del Rifugio Massi?

Qui tutto è nato un anno e mezzo prima circa rispetto al rifugio. Nel 2015 la Francia ha sospeso il trattato di Schengen con l'Italia dopo gli attentati, di conseguenza si è creato un blocco a Ventimiglia, le persone che andavano verso la Francia e che allora arrivavano dall'Africa subsahariana non potevano attraversare più quel passaggio.  A poco a poco queste persone trovando bloccata Ventimiglia hanno cominciato a cercare altre vie: hanno scoperto la Val Susa. In Val Susa il treno sale da Torino e va verso il confine ha quindi rappresentato immediatamente un mezzo semplice per avvicinarsi al confine. Io abito a Bardonecchia e qui l'arrivo di persone è cominciato nell'inverno tra il 2016 e il 2017. Hanno cominciato ad arrivare giovani alla stazione col treno e prendere il cammino della montagna.
Dall'alta Val Susa ci sono tre possibili passaggi per la Francia: due passano da Bardonecchia, il primo è il tunnel del Frejus, che non lo consideriamo perché è destinato alle automobili e al treno, il secondo è il Colle della Scala che è un valico aperto solo d'estate, ed è stato il primo ad essere utilizzato; infine da Oulx, che è dodici km prima di Bardonecchia parte, invece, una strada che sale al Colle del Monginevro, un valico internazionale aperto tutto l'anno.

È iniziato tutto a Bardonecchia, ed è stato per il Colle della Scala. Il Colle della Scala è aperto solo d'estate, d'inverno, invece, diventa decisamente una trappola. Per questo motivo a poco a poco, tutto si è spostato verso Oulx e il Monginevro. Quindi ci sono due momenti di inizio: uno è quello a Bardonecchia, tutti i giorni, tutte le sere arrivavano persone che appunto tentavano il cammino per la montagna. Arrivavano in stazione e poi stavano per la strada, piano piano questa situazione ha raggruppato e mobilitato tante, tante persone, partendo da chi abitava qua. Con l'autunno e con la neve tutto questo ha preso subito dei risvolti molto tragici: il soccorso alpino partiva in continuazione, persone senza attrezzatura che partivano immerse nella neve su verso il Colle della Scala e di conseguenza qui si è creata una rete di volontariato, e si è creata così dal nulla, dal passaparola. Questa prima fase è durata dal 2017 fino all'inizio del 2018, a dicembre 2017 le ferrovie stufe di tutto questo hanno deciso di chiudere la stazione di Bardonecchia. La gente si è ritrovata a essere costretta a rimanere per la strada, ma grazie all'aiuto prima dell'ONG Rainbow for Africa che ha messo a disposizione un medico ogni sera e a un accordo con il comune per aprire una saletta in stazione abbiamo creato il primo punto organizzato.
Il secondo inizio invece è partito dall'occupazione dello spazio sotto la chiesa di Claviere, poi sgomberata e grazie al coinvolgimento di Don Luigi Chiampo, parroco di Bussoleno e responsabile della Caritas è nata l'idea che ha dato vita al rifugio. Don Luigi Chiampo in un primo momento è riuscito a farsi prestare una struttura dai Salesiani e tramite la fondazione sociale Talità Kum, di cui è presidente, ha presentato un progetto in prefettura per svolgere un ruolo di prevenzione e presidio. Così è nato il rifugio Massi, all'inizio era aperto solo di notte e poi in questa esperienza di 8 anni circa sono cambiate molte cose, si è ingrandito ed è rimasto aperto sempre per più tempo, fino a 24 ore su 24. Nel tempo è cresciuta sia la struttura sia il numero dei volontari, e ovviamente la rete sociale che ruota attorno a questa realtà.


In questo tempo cosa è cambiato? Cosa vi ha fatto passare da essere una rete diffusa di volontari, a diventare un piccolo rifugio e infine una realtà così strutturata?

 

La quantità delle persone ha cominciato a crescere tantissimo. All'inizio erano un certo numero, ma visto rispetto ad adesso erano pochi, arrivavano soprattutto dal Camerun, Costa d'Avorio, Togo, dall' Africa subsahariana, insomma, e che andavano in Francia. Persone che conoscevano il francese. La cosa si è pian piano allargata perché dal 2020 in poi è cominciato l'arrivo dai Balcani: hanno iniziato ad arrivare soprattutto afghani, ma anche iraniani, curdi, e siriani. In due anni il flusso è diventato grandissimo e nel frattempo lo spazio era assolutamente insufficiente. All'occupazione di Claviere ha fatto seguito immediatamente un'occupazione a Oulx, che è durata due anni e mezzo, ed oltre alle occupazioni c'era anche il rifugio. Il rifugio è cresciuto sempre di più, nel '21 - '23 sono stati dati dei grossi contributi anche dal ministero, perché c'è stata in Italia un'emergenza migranti ufficiale che ha che ha permesso di ottenere dei contributi, gli stessi prefetti di allora erano saliti a Oulx per osservare la situazione e si erano resi conto della gravità, quindi avevano chiesto alla Fondazione Talità Kum e a Don Luigi di continuare il suo lavoro, anzi di potenziarlo perché era un lavoro essenziale. Però dal '23 in poi non c'è più stato nessun aiuto e quindi è cominciata la crisi economica che è quella che ha portato alla situazione attuale. Sono stati tagliati i fondi e c'è stato sempre più disinteresse.


Che servizi offriva il rifugio? In cosa consisteva la vostra azione sul territorio?

Allora negli ultimi anni era aperto 24 ore su 24 sempre, non esisteva il giorno di chiusura, aveva sempre due operatori stipendiati, due la notte e due il giorno. E poi la presenza dentro al rifugio nei giorni feriali di uno sportello di aiuto legale, offerto grazie alla collaborazione con la Diaconia Valdese, e una presenza quasi quotidiana di un medico volontario coordinato da Rainbow for Africa. La fondazione Talità Kum gestiva, grazie all'aiuto dei volontari, tutto l'aspetto logistico della struttura: l'accoglienza, la cucina, la cura dei locali. Il lavoro grossissimo dei volontari era, diciamo, su tre fronti: l'aspetto umano, arrivano persone e trovano persone che li incontrano, li ascoltano, parlavano; poi l'aspetto della sicurezza e prevenzione sia quella legata ai diritti, e poi a quella concreta del materiale tecnico. Siamo in montagna e ripartire di qui significa aver bisogno di materiale a volte anche proprio tecnico minimo. Non ci sono più stati morti negli ultimi anni, questo rincuora molto, e dà la sensazione che il tanto lavoro svolto ha dato dei risultati. Spesso arrivano persone dal Sudan, dall'Eritrea, non hanno praticamente niente. Quando arrivano qui, come in questi giorni, per esempio, hanno solo infradito e maglietta a maniche corte perché comunque in giro per l'Italia fa ancora caldo, ma in inverno ripartono vestiti come degli sciatori. con calzamaglia, pantaloni da sci, giacca pesante, guanti, berretto, metallina, sciarpa, stivali da neve. Ripartono vestiti proprio come una persona che è qui per turismo e affronta l'inverno perché viene a sciare. Questo comporta un lavoro grandissimo di reperimento del materiale, stoccaggio, lavaggio. Un lavoro grande ogni mattina perché ogni giorno le persone arrivano e ripartono, sono persone in movimento.

 

 

Quanto si fermano mediamente?

 

Una notte. Una notte, giusto il tempo di prepararsi e poi si riparte. Le famiglie con bimbi piccoli si fermano a volte più di una notte, però diciamo che la norma è una notte, perché poi ne arrivano altri.

E ora? Ora che il rifugio Massi ha chiuso qual è la situazione?

 

Allora a marzo la fondazione ha scelto di chiudere dalle 10 del mattino alle 5 del pomeriggio per cercare di far pressione sulle istituzioni e per far capire che senza aiuti non ce l'avrebbe più fatta. Quindi si è deciso immediatamente come volontari, solo come volontari, di metterci davanti alla stazione e aprire un presidio per accogliere le persone, perché ogni ora arriva un treno e potenzialmente arrivano persone, ci sono poi i respinti che tornano indietro dal Colle del Monginevro, portati giù dalla Croce Rossa che vengono da noi. C'è un pasto da dare caldo a pranzo e da fornire i materiali per vestire tutte queste persone. È una situazione che richiede una presenza costante. Dopo la scelta della fondazione Talità Kum di uscire dal progetto per impossibilità materiale si è deciso di creare un'associazione: di fronte alla chiusura l'unico modo che avevamo per continuare era essere una voce sola. Il 9 di agosto si è fondata l'associazione Sentieri Solidali e come direttivo si è andati immediatamente nei giorni dopo a presentarci a polizia, carabinieri, sindaci, Croce Rossa, Diaconia Valdese, Comunità montana, insomma, a tutti dicendo: sappiate che tra 20 giorni saremo per la strada a dormire perché non avremo più a disposizione la struttura e di giorno saremo invece in presidio davanti alla stazione. Abbiamo chiesto aiuto perché arriva l'inverno. Questo modo di agire ha creato una risposta che per il momento è virtuosa, anche se a noi è totalmente sconosciuto il futuro. Per il momento si è creata una risposta positiva, si è riunito un tavolo dell'autorità a Bardonecchia ed è arrivata successivamente una convocazione in prefettura. È stato dato mandato alla Croce Rossa di aprire un campo per la notte fatto di containers e sono riusciti a montarlo in 3-4 giorni, entro il primo settembre, vale però solo per la notte. La sera le persone vengono accompagnate lì, dormono nei containers al caldo, al mattino alle otto vengono fatti uscire. Non è un campo, non devono lasciare impronte, nulla, è proprio una cosa di emergenza. Rimane però l'altro aspetto problematico, cioè che tutto il giorno noi siamo sulla spianata dei pullman accanto alla stazione e la situazione sta diventando sempre più problematica perché si entra nell'autunno. Abbiamo spostato quattro containers di Rainbow for Africa che erano nel giardino del rifugio, grazie ad un accordo con Ferrovie dello Stato. Uno serve per il materiale, uno come sorta di ufficio per l'assistenza legale e medica e due aperti da poco per avere uno spazio coperto per le persone in caso di mal tempo.

Nonostante i piccoli risvolti positivi avvenuti dopo la chiusura il futuro rimane incerto, dato anche l'imminente arrivo dell'inverno e tutte le difficoltà che esso comporta quando ci si trova in quota. "Non abbiamo certezze per il futuro se non quella di essere presenti", con la chiusura della struttura e la posticcia soluzione dei container per la realtà sociale l'esserci ad ora è l'unica certezza.

 

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Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

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