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Storie | 23 ottobre 2026 | 12:00

"Arrivati alla frazione, l'atmosfera era spettrale. Poi, la valle ha preso vita: qualcuno chiedeva aiuto a trasportare la legna, altri ci invitavano a un'escursione nei boschi o a una cena in compagnia"

Residenze temporanee per vivere e lavorare in montagna: può essere una strada per contrastare spopolamento e marginalizzazione? Qualcuno pensa di sì. In questo articolo, riportiamo la testimonianza inviataci da una partecipante del progetto "Vihta – Wild working in Valle Soana". Insieme ad una quarantina di altri candidati – su un totale di oltre settecento – è diventata per due settimane una residente temporanea di una piccola frazione ai margini del Gran Paradiso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Da alcuni anni a questa parte, tra Alpi e Appennini nascono sempre più numerosi progetti di residenze temporanee volte ad avvicinare un pubblico – per lo più urbano e di pianura – alla montagna, come luogo dove costruire progetti di vita e di lavoro. In questo modo, a fronte di un diffuso e crescente spopolamento delle aree interne, le valli tentano di porre le basi per tornare un giorno ad essere vissute e abitate.

 

L'Altramontagna ha dato spazio più volte a queste iniziative, promuovendole tramite la voce dei promotori e ragionando a posteriori sul loro successo o insuccesso. Raramente, però, c'è stata l'occasione per riportare la testimonianza sul posto di chi ha scelto attivamente di partecipare a queste progettualità. Oggi, a regalarci questa occasione è Costanza Danovi, abitante di Bergamo che si occupa di divulgazione scientifica per progetti europei, nonché rifugista de La Cordillera, associazione che gestisce il Rifugio Monte Alben a titolo di volontariato.

 

Costanza è venuta a contatto per caso con il bando per il progetto "Vihta – Wild working in Valle Soana": un gruppo di giovani del territorio, ai margini del Gran Paradiso, ha coinvolto le istituzioni locali e ha deciso di lanciare un bando per selezionare una quarantina di residenti temporanei. Incuriosita, l'ha proposto al compagno Samuele, con cui condivide la passione per la montagna e per la vita comunitaria; così, i due hanno deciso di tentare l'iscrizione come coppia.

Vitha è un progetto di neo-popolamento e residenza temporanea per lavoratori da remoto, nomadi digitali e famiglie, diffuso nei comuni di Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana, in provincia di Torino. "Credo che l'auspicio degli organizzatori sia che alcune delle persone coinvolte si innamorino di questi luoghi e decidano di restarci a lungo termine", spiega Costanza. "Del resto, il nome stesso del progetto, Vihta, richiama una parola in patois che significa 'stai'. Wildworking, invece, esprime l'idea di continuare a svolgere il proprio lavoro da un luogo diverso, più a contatto con la natura e con una dimensione di vita alternativa. È un'opportunità per sperimentare un modo diverso di vivere e lavorare".

 

Evidentemente meritevoli, Costanza e Samuele sono stati ammessi al progetto a fronte di ben 762 candidature: un dato che può dirci molto sull'interesse con cui il pubblico urbano guarda alle terre alte.

Una volta lì, la coppia si è trovata in compagnia di un gruppo curiosamente variegato. Ma non è stata questa l'unica cosa a sorprendere la testimone: dall'accoglienza degli abitanti, all'entusiasmo dei compagni d'avventura ("Ci sono persone molto entusiaste che stanno già pensando di acquistare degli immobili, ristrutturarli e magari tornare a vivere insieme in valle"), ma soprattutto sembra aver apprezzato la cura dell'iniziativa e lo slancio degli organizzatori, intenzionati a restituire vita al loro territorio, con premesse – a suo dire – molto interessanti.

 

"Le difficoltà esistono. Tuttavia, per quello che abbiamo potuto osservare in queste settimane, mi sembra che molte cose si stiano muovendo. Forse tendo a essere ottimista, e non ho gli strumenti per formulare valutazioni approfondite, ma quello che ho visto mi fa pensare che ci sia un futuro per queste valli. Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell'iniziativa: la possibilità di immaginare e sperimentare forme di vita diverse, mettendo in relazione chi desidera cambiare il proprio modo di abitare e lavorare con territori che hanno bisogno di nuove energie, competenze e presenze".

 

Colpiti dall'entusiasmo della testimone e certi che la cosa possa essere di interesse per molte altre persone, abbiamo pensato di riportare – di seguito – la lettera di Costanza Danovi alla redazione de L'Altramontagna.

La testimonianza di Costanza Danovi

 

Lo scorso giugno, ho intercettato per caso un bando che parlava di una residenza temporanea, dalle due alle quattro settimane, in una valle laterale del Gran Paradiso. L'idea di Vihta Wildworking era che i partecipanti selezionati potessero riabitare temporaneamente i comuni della vallata, continuando le loro attività lavorative in un ambiente diverso, e (ri)scoprendo quei luoghi passo passo. L'ho girato immediatamente a Samuele, il mio compagno, ben conscia del suo campanilismo piemontese, il suo recente quanto fervido interesse per la rigenerazione delle aree interne e della sua passione per l'ambiente montano. Scelta improvvida, perché era ingenuo sottovalutare l'entusiasmo simil-infantile che l'avrebbe portato a voler presentare una candidatura all'istante. Il caso ha voluto che, sulle 762 candidature arrivate da 39 paesi e 4 continenti, la scelta ricadesse anche sulla nostra.

Il 4 ottobre siamo arrivati in valle. Parlo per me dicendo che le prime impressioni non sono state delle migliori: la strada per raggiungere la valle è stretta, piena di tornanti, con un'aria un po' dismessa e poche protezioni laterali. Dimenticavo: buia pesta. Il paese, o meglio la frazione, che ci era stata assegnata, Campiglia Soana, è in fondo alla valle, sulla sinistra. Arrivando a notte fonda, l'atmosfera mi è sembrata spettrale. La casa, preceduta da uno scalcinato cancello in ferro battuto che porta a due rampe di gradini ricoperti di muschio ed erbacce, proprietà, ci hanno detto, di una signora svizzera, ha un salottino accogliente col camino, una cucina economica, e ripide scale ricoperte di moquette ciclamino che portano a dei bagni che a loro volta conducono alle stanze, il che significava, sì, che la persona nella camera da letto adiacente a noi doveva attraversare la nostra ogni qualvolta aveva bisogno del bagno, o voleva scendere al piano di sotto.

 

Avevano scritto di aver selezionato un campionario di partecipanti variegato, ma pensavo fosse più una frase fatta che una verità, e mi immaginavo comunque una nutrita schiera di giovani nomadi digitali all'apparenza un po' fricchettoni, come forse inconsciamente ci presentiamo anche noi. Nient'affatto: già solo in casa nostra, una pacata restauratrice genovese sulla sessantina, una scoppiettante e affettuosa coppia di romani sui cinquant'anni - architetto lei, consulente finanziario lui - e una coppia di trentenni torinesi col pallino del cibo giapponese e un food truck itinerante. Nel gruppo, anche un giovane osteopata, sempre di Torino, che, durante la sua residenza durata tutto il mese, ha offerto trattamenti a valligiani e abitanti temporanei dall'ambulatorio di Ronco Canavese.

I ragazzi di Sassifraga, l'associazione che ha ideato il progetto, avevano studiato tutto nei minimi dettagli: non solo diversi spazi nei diversi comuni adibiti a coworking, ma una serie di attività serali, pomeridiane e mattutine per conoscere, oltre al gruppo dei residenti temporanei, la valle, le sue tradizioni e i suoi abitanti.

 

Il primo giorno abbiamo scelto di lavorare nel coworking del Comune di Valprato, il primo sotto il nostro. Rendo atto a Samuele che sia stata un'ottima idea essersi fatto prestare le bici elettriche dei suoi: anziché prendere la macchina per spostarci da una frazione all'altra, come - punta di orgoglio - avranno fatto tutti gli altri, o almeno quelli delle frazioni più in alto, la prima mattina abbiamo sfrecciato da casa, giù per le curve incorniciate del verde dei boschi altissimi che racchiudono la nostra vallata.

Ho scoperto che mi piace molto lavorare nei coworking. Per me, che ho l'ufficio a 57 km da casa, l'alternativa a quell'unica, sudata, giornata settimanale in presenza è sempre la comodità del salotto. Eppure, uscire di casa, farsi sferzare il viso da una ventata di aria fresca, entrare in un posto con altre persone, tutte concentrate sulle rispettive attività, uscire per pranzo per poi riprendere posto, lavorare fitto fitto ancora qualche ora prima di rincasare, dà un ritmo piacevole alla giornata e facilita la tanto decantata alternanza vita-lavoro.

 

Eviterò il resoconto puntuale dei miei quindici giorni. Quasi senza nemmeno metterci d'accordo, però, abbiamo cercato di alternare una nostra nuova routine, alle numerose attività di gruppo previste dal programma. Anche qui, altre sorprese: non le experience per turisti, ma scambi sinceri tra gli abitanti della valle e i residenti temporanei. Chi proponeva una merenda in cambio di un aiuto a trasportare la legna, chi un'escursione nei boschi ad ascoltare i cervi in amore, chi una cena in compagnia, chi una visita guidata della biblioteca di Ronco.

Qualche mese fa, ho recuperato Il vento fa il suo giro, un film di Giorgio Diritti del 2005. È la storia di una famiglia di malgari francesi che si trasferisce, con il proprio gregge, in un paesino della Val Maira, una valle del cuneese. L'accoglienza non è delle più calorose: in un crescendo di tensioni, che culminano nell'uccisione e nell'impiccagione di alcune pecore, i forestieri francesi si vedono costretti a fare i bagagli e a fare dietrofront, in un clima, quando non di aperta ostilità, di omertà silenziosa. La visione aveva rafforzato in me la convinzione della chiusura e radicale diffidenza degli abitanti delle valli nei confronti di chi viene da fuori. Ancora una volta, mi sono dovuta ricredere. Le persone non solo non ci guardavano con sospetto e diffidenza, ma, trattandoci con affabilità, ci aprivano letteralmente le porte delle proprie case.

 

Giorno dopo giorno, abbiamo visto la valle animarsi sotto i nostri occhi affascinati: il santuario di San Besso, sul versante proprio sopra casa nostra; le borgate di Boschietto e Boschettiera, seminascoste nel bosco a un'oretta di cammino nel vallone di Forzo, oggi quasi completamente disabitate (incredibile pensare che, fino agli anni Sessanta, ci fosse anche la scuola). Ho amato più di tutte la frazione di Piamprato, sul versante opposto al nostro, con le sue casette rustiche in pietra, più curate che altrove, e il suo pianoro aperto e luminoso.

La cura con cui è stato architettato tutto – la disponibilità delle case, sparse nelle diverse frazioni, l'allestimento degli spazi di coworking, la selezione degli abitanti temporanei, la campagna mediatica per spingere il bando, l'organizzazione delle diverse attività alla scoperta della valle – mi fa guardare con tanta ammirazione a questi ragazzi che hanno scelto di rientrare nelle terre dei loro nonni, o di rimanerci, o di costruirci un nuovo futuro, che mi verrebbe voglia di abbracciarli, di augurare loro con tutto il cuore di vincere la sfida del ripopolamento – non si potrà fare ovunque in Italia, ma magari qui sì? – e di promettere di fare del mio meglio per dare il mio contributo. Ci torniamo, la prossima estate?

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