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Storie | 16 ottobre 2026 | 18:00

"Era strano che il ragazzo fosse riuscito a impiccarsi a un ramo che difficilmente ne avrebbe retto il peso". La morte violenta e misteriosa di un bambino e lo spopolamento delle terre alte

Gli abitanti di Nespello lasciarono le loro case perché attratti dalla vita di città, come avveniva un po' ovunque in montagna in quegli anni, o anche perché sentirono il peso di un'innominabile colpa collettiva? Seguendo il filo dei ricordi dell'enogastronomo Gigi Brozzoni, "Gigi a Nespello", il docufilm di Alberto Valtellina va in cerca di una verità che supera i confini del giallo e si fa racconto sociale

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Ci sono storie di montagna che restano anche quando tutto intorno cambia. Rimangono nella memoria collettiva, nelle tracce che lasciano nei luoghi e nei documenti, a volte persino nei silenzi e nelle cose non dette. Vicende che, se salvate dall'oblio del tempo, possono raccontare non solo ciò che è accaduto ma, di riflesso, anche come una comunità e il territorio che abita siano cambiati nel corso del tempo.

 

È il caso della storia di Giancarlo Noris, che il 30 dicembre del 1957 venne trovato morto, impiccato a un piccolo albero nei boschi di Nespello, frazione di una manciata di case del paese di Costa Serina, nell'omonima valle bergamasca. Giancarlo aveva allora dodici anni ed era rientrato dal collegio di Bergamo, dove studiava, per trascorrere le feste di Natale insieme alla famiglia che lo aveva adottato da piccolo. Due giorni prima si erano perse le sue tracce fino al tragico ritrovamento, avvenuto non molto lontano da casa. Ancora oggi, camminando sul sentiero che collega le frazioni di Nespello e Costa Serina Alta, si incontra un cippo in pietra, con una croce e un vaso di fiori finti, che ricorda quel ragazzino del quale si disse subito fosse morto suicida, ma sulla cui fine aleggia da sempre un'ombra di mistero.


Il cippo in pietra nel bosco che ricorda il piccolo Giancarlo Noris - fotografia di Silvia De Bernardin

Bambino, di qualche anno più piccolo, era allora anche Gigi Brozzoni, che a Costa Serina trascorreva le vacanze estive ospite di una zia e che oggi è uno dei più importanti esperti di vino italiani, già direttore del Seminario Permanente Luigi Veronelli, tra gli autori della storica "Guida Oro Veronelli". È a lui che si deve il racconto della vicenda di Giancarlo, alla quale nel 2025 il regista Alberto Valtellina ha dedicato il docufilm Gigi a Nespello, presentato lo scorso anno nella Selezione Ufficiale del Trento Film Festival.

 

"La storia di Giancarlo è rimasta per anni nella mia mente – racconta Gigi Brozzoni –. Di quelle mie vacanze a Costa Serina ho ricordi molto nitidi, di quando si andava a prendere il latte col pentolino o si vedeva la nuvola di mosche e si capiva che era arrivato il venditore di carne, di quando la sera giocavamo a carte – e a me non piaceva – e della gente del posto, che parlava o il dialetto o il francese imparato durante le emigrazioni stagionali di lavoro. Una di quelle estati mio padre mi raccontò di un bambino che si diceva si fosse suicidato impiccandosi a un albero. Avevo otto anni, il racconto mi impressionò molto. Ricordo che mio padre disse che era strano che il ragazzo fosse riuscito a impiccarsi al ramo di un albero che difficilmente ne avrebbe retto il peso".

 

Una stranezza alla quale Gigi Brozzoni ripensava ogni volta che tornava in paese, tra i boschi in cui Giancarlo era morto. Di quella storia si parlava poco, e sempre mal volentieri e con circospezione, ricorda oggi l'enogastronomo. Era il periodo in cui Nespello, come tutti i paesi della valle, iniziava a svuotarsi per la grande fuga verso la città. La zia raccontava a Gigi che lo spirito di quel bambino turbava le notti degli abitanti del paese e che alcuni se ne erano andati anche per quel motivo. Dicerie comuni in quegli anni, che nel corso del tempo hanno però alimentato in Brozzoni il dubbio: e se Giancarlo non fosse morto suicida? E se il senso di colpa e la vergogna per una verità innominabile avessero a tal punto pesato sulla comunità da spingere davvero le persone ad abbandonare Nespello?


La frazione di Nespello di Costa Serina oggi - fotografia di Silvia De Bernardin

È seguendo questa suggestione che il regista Alberto Valtellina ha raccolto l'invito di Brozzoni: tornare insieme in Val Serina, tra boschi e borgate, per provare a scoprire qualcosa di più della storia di Giancarlo, ma anche per raccontare come quei luoghi siano profondamente cambiati. "Partendo dal punto di vista di Gigi, il film è diventato una sorta di noir. Abbiamo cercato testimonianze e documenti non sapendo a quali conclusioni saremmo giunti. Sicuramente – racconta il regista – è una vicenda rimasta nella memoria del luogo tanto che la nostra ricerca, per quanto assolutamente trasparente, ha attirato l'attenzione".

 

Per Valtellina la storia di Giancarlo è stata anche l'occasione per indagare il fenomeno dello spopolamento delle terre alte e della media montagna. Nel documentario i ricordi di Gigi Brozzoni bambino rievocano una Val Serina molto diversa da quella di oggi, trasformata a partire dagli anni Sessanta dalla costruzione delle strade di collegamento con la valle, che hanno agevolato gli spostamenti, ma anche favorito prima l'emigrazione verso la città e poi l'arrivo dei villeggianti. "I paesi si sono svuotati di residenti, riempiti di case vacanze e alberghi e poi nuovamente svuotati anche dei vacanzieri – racconta l'enologo –. Quando abbiamo fatto le riprese ho trovato una realtà irriconoscibile, molto diversa da quella che ricordavo".

 

Il film mostra, tuttavia, anche ciò che è rimasto: l'imponente falesia del vicino paese di Cornalba, sulla quale vengono ad arrampicare sportivi da tutta Europa, i giovani e meno giovani del luogo che si prodigano per studiare e conservare la memoria locale, gli artisti che le restituiscono rappresentazione visiva, i tornei di "truco", il gioco di carte che gli emigrati portarono di ritorno dal Sud America e che ancora si gioca nei bar della Val Serina e della Val Brembana. E, ancora, la storia di Fra Cecilio Cortinovis. Il frate laico fondatore dell'Opera San Francesco per i Poveri di Milano, dichiarato venerabile da Papa Francesco nel 2018, era originario proprio di Nespello. Oggi la sua casa natia è diventata un piccolo museo. Una coincidenza che il film racconta seguendo la suggestione di un certo esoterismo diffuso in quegli anni. "Per me era importante chiarire il tema dell'abbandono delle terre alte – racconta il regista –. Abbiamo provato ad aprire delle finestre seguendo percorsi paralleli che raccontassero il contesto nel quale la vicenda di Giancarlo è maturata, anche rispetto alla povertà e alle condizioni di vita difficili che favorirono l'emigrazione". Un racconto, tra il giallo e l'indagine sociale, nel quale giocano un ruolo fondamentale le musiche del docufilm, firmate da Alessandro Adelio Rossi.


La casa museo di Fra Cecilio Cortinovis a Nespello di Costa Serina - fotografia di Silvia De Bernardin

Rimane alla fine il mistero della morte di Giancarlo. Come scrisse in quei giorni il parroco del paese nel suo diario: "Fu vero delitto? O suicidio?". Certo è che la sua lapide si trova tuttora nella parte esterna del cimitero di Costa Serina, in terra sconsacrata, dove ancora negli anni Cinquanta venivano sepolti i morti suicidi. Sappiamo che per lo stesso motivo, conformemente a quanto previsto allora dal diritto canonico, non fu celebrato il funerale pubblico, ma una benedizione privata, accompagnata dal suono di "una sola campana". Una rigidità forse eccessiva di fronte alla morte violenta di un bambino, che il parroco nel diario descriveva come "piuttosto discolo e non in tutto normale, non pazzo, ma di carattere vendicativo, a volte crudele", racconta il film. Ci sono poi le cronache dei giornali dell'epoca, L'Eco di Bergamo e Il Giornale del Popolo, scovate da Brozzoni e Valtellina, che sollevano più di un interrogativo – oltre a essere un esempio interessante di come veniva raccontata a quei tempi la cronaca nera.


Il sentiero nel bosco tra le frazioni di Costa Serina Alta e Nespello dove fu trovato il corpo di Giancarlo Noris - fotografia di Silvia De Bernardin

Infine, la testimonianza più importante, con la quale si apre e si chiude il documentario, quella dell'uomo, allora ragazzo, che trovò il corpo di Giancarlo. Neppure le sue parole, tuttavia, bastano a fare piena luce su una vicenda che molti hanno preferito dimenticare e di cui chi ancora sa qualcosa non parla volentieri. Difficile è anche attribuire lo spopolamento della frazione di Nespello unicamente a un fatto di cronaca, che pure fu terribile e sicuramente scosse profondamente una comunità tanto piccola. Rimane, però, anche grazie al bel documentario di Valtellina, ciò che la storia di Giancarlo e Gigi, a distanza di quasi 70 anni, ancora ci restituisce: la memoria di una comunità e delle trasformazioni che l'hanno attraversata.

 

 

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