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Storie | 24 agosto 2026 | 18:00

"I rovi avevano coperto tutto. Pensavo fosse un vecchio fienile, poi scoprii che era qualcosa di molto più antico e importante: una torre di avvistamento dello Stato Pontificio"

A dieci anni dal sisma del Centro Italia, una storia emerge da una piccola frazione del paese di Arquata del Tronto. A raccontarcela è Daniele Felli, friulano di origini arquatane, che nei terreni ricevuti in eredità dalla famiglia di pastori marchigiani ha scoperto un tesoro, che oggi intende riportare in vita per farne dono alla comunità

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Sono passati dieci anni da quel 24 agosto 2016 passato alla storia come l'anniversario del terremoto di Amatrice, dal nome della città che pagò il prezzo più caro. Erano le 3:36 della notte quando si registrò la prima scossa di magnitudo 6.0, e per i cinque mesi successivi una serie di altre scosse interessò un'ampia fascia del Centro Italia: la Valle del Tronto, i Monti Sibillini, i Monti della Laga e l'Alto Aterno, provocando più di 40mila sfollati, 388 feriti e 299 morti.

 

Ancora oggi, molte zone un tempo abitate giacciono rase al suolo tra quei piccoli paesi montani del Centro Italia. Ad Arquata del Tronto, uno dei luoghi che hanno registrato i danni maggiori, un'antica torre di avvistamento emersa dai rovi sugli antichi confini dello Stato Pontificio racconta oggi una storia che unisce questi tragici eventi alla terra friulana. A raccontarcela è Daniele Felli, classe 1985 nato a Udine ma di origini arquatane.


Daniele è l'unico della famiglia nato in Friuli. La nonna era l'ultima di sette fratelli e sorelle appartenenti a una famiglia di pastori di Pretare, una frazione di Arquata, e la loro vita – racconta Felli – seguiva i ritmi imposti dall'attività pastorale: "durante l'estate vivevano a Pretare, mentre con l'arrivo dell'inverno si spostavano verso le campagne romane, per poi tornare in montagna con la bella stagione".

 

Il legame con il territorio piceno e reatino, dunque, ha ragioni in parte ereditarie, ma non solo. Il padre di Daniele Felli si era infatti trasferito in Friuli nel 1975, un anno prima del terribile terremoto che ha sconvolto quella terra causando oltre novecento morti. Il padre era nell'esercito e, dopo il sisma, rimase sul posto contribuendo alla ricostruzione e alla realizzazione delle prime abitazioni.

 

"Lì continuò la sua carriera e, nove anni dopo il terremoto, sono nato io. Sono quindi cresciuto in una terra che aveva vissuto una catastrofe enorme, ma che era riuscita a rialzarsi e a ricostruire in tempi relativamente brevi. Questo ha avuto una grande influenza sulla mia formazione e sul mio modo di vedere le cose".


"Il Friuli ringrazia e non dimentica", si leggeva su muri e cartelli dopo quegli eventi. Era la gratitudine di una comunità che aveva ricevuto aiuto e che, proprio per questo, sentiva il dovere di aiutare a sua volta chiunque si fosse trovato in una situazione simile. "È una filosofia che sento molto vicina e che, in qualche modo, mi ha accompagnato anche nella scelta di prendermi cura di questo luogo".

 

Dopo i fatti del 2016 in Centro Italia, infatti, Felli è tornato a ripercorrere le vicende e i terreni che in quelle zone appartenevano ancora alla sua famiglia. In anni e anni di attività, la famiglia aveva acquistato numerosi appezzamenti di terreno, arrivando a possedere circa 120 ettari. Tra questi, c'era un luogo che prende il nome dai resti di una chiesa medievale dedicata a Santa Gemma, ormai distrutta dal tempo.

 

"Nel 1949, dopo la Seconda guerra mondiale, la mia famiglia costruì proprio all'interno del perimetro dei ruderi una piccola cappella di famiglia, che prese il nome di cappella Funari, il cognome da nubile della nonna. Per questo il luogo è conosciuto con il doppio nome di cappellina Funari e chiesa di Santa Gemma. Per molti anni, però, quel luogo è rimasto quasi dimenticato. Io stesso l'ho riscoperto solo nel 2022. Da allora, per la quarta estate consecutiva, dedico parte del mio tempo alla pulizia e alla cura di questi terreni".


Tornando ad occuparsi di quei terreni, Daniele è arrivato a scoprire un luogo che ha cambiato completamente il significato che Felli attribuiva a quel posto, oltre che - in parte - la sua stessa vita, almeno negli anni recenti. Poco lontano dalla Cappella, infatti, inghiottiti dalla vegetazione si trovavano infatti i ruderi di un'antica torre.

 

"Quando l'ho trovata però - racconta Felli - era completamente avvolta dalla vegetazione. Rovi, alberi, spine e terra avevano ricoperto quasi tutto. All'inizio emergevano soltanto alcune pietre e io pensavo che potesse trattarsi di un vecchio fienile o di una struttura agricola utilizzata dalla mia famiglia per gli animali. Ho quindi iniziato a ripulire l'area. Man mano che la vegetazione veniva rimossa, comparivano i muri e diventava sempre più evidente che non si trattava di una semplice struttura agricola, ma di qualcosa di molto più antico e importante".


Così, Felli iniziò prima di tutto una fase di ricerca storica, poi, una lenta ristrutturazione dell'architettura. Si trattava - scoprì l'uomo - di una delle torri di avvistamento legate alla rocca di Arquata del Tronto, uno dei simboli del paese. Una struttura risalente alla seconda metà del Quattrocento, che aveva una funzione strategica e doganale per lo Stato Pontificio, trovandosi in prossimità del confine con il Regno di Napoli. La struttura comprendeva anche spazi destinati all'accoglienza dei viandanti, come un'osteria e un dormitorio, oltre alla posta dei cavalli.

 

"A quel punto mi sono posto il problema di cosa fare". Come prima cosa, Daniele Felli si rivolse rivolto al sindaco, che però non poté fargli visita per alcuni impegni istituzionali. Successivamente, nel 2022, prese appuntamento con la Soprintendenza, che allora aveva ancora sede ad Ancona, prima dell'apertura del distaccamento di Ascoli Piceno.

 

"Portai le prime fotografie e le informazioni che avevo raccolto. Mi fu riconosciuto che la scoperta era interessante, ma mi venne anche spiegato che in Italia esistono migliaia di strutture storiche simili e che, trattandosi di un bene ricadente su un terreno privato, l'onere della conservazione sarebbe rimasto sostanzialmente a mio carico".


L'eventuale vincolo della Soprintendenza - inoltre - avrebbe potuto portare alla realizzazione di un cartello informativo e alla tutela formale della struttura, ma non avrebbe comportato automaticamente la disponibilità di fondi o contributi per il recupero, e avrebbe impedito ogni lavoro di restauro. "A quel punto - spiega Daniele - ho deciso che non volevo semplicemente mettere un cartello e lasciare che tutto rimanesse com'era. Volevo provare a salvare concretamente ciò che era ancora possibile salvare".

 

In Friuli - spiega il protagonista – è piuttosto diffuso il motto "fasin de bessôi", cioè "facciamo da soli": così, Felli si è presto deciso a rimboccarsi le maniche.

 

"Dopo aver eliminato la vegetazione, attorno ai muri erano rimaste enormi quantità di macerie e pietre. Molte erano addossate alla struttura. Ho iniziato quindi a prenderle una per una e a spostarle nei prati circostanti, liberando progressivamente i muri. Man mano che la struttura emergeva, diventava evidente anche un altro problema: la malta e la calce tra le pietre erano completamente deteriorate. La terra aveva invaso le fughe e la struttura aveva subito, tra le due guerre, anche una frana che le aveva dato un primo colpo molto importante".


Per cercare di consolidare almeno ciò che era rimasto, Felli ha effettuato delle iniezioni con una malta antisismica, certificata per i restauri monumentali. Ma, proseguendo con i lavori, un'altra scoperta fece capolino agli occhi del lavoratore. Sotto circa mezzo metro di terra era sepolto un antico lastricato, una sorta di piazza antistante la struttura.

 

Da allora, nelle ultime quattro estati, Felli – con l'aiuto del padre - ha dedicato il suo tempo libero riportare alla luce e ristrutturare ciò che era rimasto, salendo e scendendo per gli oltre 650 chilometri che separano Arquata e il Friuli.

 

"All'inizio - racconta - la comunità locale mi guardava un po' come se fossi matto. Oggi, invece, noto un atteggiamento diverso: durante l'ultima estate molte persone hanno iniziato a incuriosirsi, a venire a vedere il luogo e ad ascoltare la storia di quello che sto facendo. Un aiuto importante è arrivato anche dall'associazione locale 'Arquata Potest', formata da ragazzi che da anni si occupano di recuperare e ripulire gli antichi sentieri del territorio".


La struttura si trova infatti lungo una mulattiera antichissima, un collegamento tra Umbria e Marche che per secoli è stato molto frequentato. Insieme all'associazione, Felli ha organizzato due giornate di pulizia e riuscendo a riportare alla luce circa un chilometro e mezzo dell'antico percorso, che era stato completamente inghiottito dal bosco. A questo lavoro, si è affiancata la ricerca storica, resa possibile dall'Archivio della Diocesi di Ascoli.

 

A questo punto, però, ritorna inevitabilmente un interrogativo comune da quelle parti: quale sarà il futuro di quest'area?

 

Il recupero completo della struttura richiederebbe un investimento economico molto importante. La zona, però, si trova al centro di una rete di sentieri importanti. Qui passa il sentiero europeo E1; poco sopra si sviluppa il Grande Anello dei Sibillini e, di lì, passa anche il Cammino nelle Terre Mutate, un itinerario legato alla storia dei territori colpiti dal terremoto. Lasciarlo decadere nuovamente non è un'opzione.


"Se non sarà possibile restaurarla completamente, vorrei comunque riuscire a restituire l'area alla comunità, mantenendo viva la sua funzione originaria di luogo di passaggio, accoglienza e incontro. Mi piacerebbe creare intorno alla struttura un piccolo punto di accoglienza: un rifugio o un chiosco dove offrire da bere e da mangiare e, magari, delle sistemazioni leggere ed ecocompatibili, come piccole casette in legno. Immagino quest'area anche come uno spazio culturale e artistico: un luogo per sculture in legno e pietra, piccoli eventi, iniziative teatrali o installazioni di land art".

 

Insomma, quel che conta più di tutto, per Daniele Felli, è che quel luogo rimanga vivo e vissuto: solo così – sembra sottintendere – la storia della sua famiglia e di un'intera comunità potrà sopravvivere al tempo e alle catastrofi e rinascere su sé stessa costruendo nuove memorie.

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