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Storie | 08 agosto 2026 | 12:00

Le vigne che resistono tra le crepe delle case terremotate e la storia dell'uva invisibile che per la burocrazia non esiste

Ricostruire un paese vuol dire scegliere cosa, di quel paese, deve tornare. Se tornano le case e non torna quello che le case avevano attorno, quello che è tornato è un abitato. Un abitato non è un luogo, e la differenza si sente subito. La ricostruzione dopo il sisma ha un elenco. Le case, le chiese, le strade, le scuole, i muri di contenimento. Ogni voce ha un ufficio, una perizia, un importo, qualcuno che risponde. In dieci anni, in quell'elenco, non è mai entrata la terra

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

La ricostruzione dopo il sisma ha un elenco. Le case, le chiese, le strade, le scuole, i muri di contenimento. Ogni voce ha un ufficio, una perizia, un importo, qualcuno che risponde. In dieci anni, in quell’elenco, non è mai entrata la terra. 

 

Il patrimonio ambientale e agroalimentare di qui non è stato identificato, non è stato censito e non è stato valorizzato, se non in modo sporadico e per iniziativa di chi se ne è preso il carico da solo. Non per cattiva volontà. Il danno si misura sulle cose che hanno un valore catastale, e un’uva non ce l’ha. 

 

Faccio due esempi. Il primo non è mio. 

 

 

Cinquantuno centimetri 

C’è una vite, ad Arquata, che ho misurato con il metro da falegname come si fa con un albero. Cinquantuno centimetri di circonferenza, poco più di sedici di diametro. 

 

Un tronco così non te lo dà la bravura di nessuno. Te lo dà il tempo, e il tempo in vigna non lo compra nessuno. E non è che una pianta di quell’età a un certo punto smetta di rendere. Questa il suo quantitativo lo fa da sempre, sempre quello, e l’uva è buonissima. 

 

Ma una vite non arriva a cinquantuno centimetri perché la lasci in pace. Ci arriva per il motivo opposto. Ci arriva perché ogni febbraio, per decenni, qualcuno è salito lì con le forbici e ha deciso cosa tagliare e cosa tenere. Ogni centimetro di quel tronco è un inverno in cui una persona è tornata. Stava sul muro di casa perché la volevano vicina. Il pergolato copriva il balcone, e l’uva la coglievano affacciati. 

 

Nel 2016 la casa si è svuotata. La vite no. Sta a settecento metri. E non è mia. 

 

 

Un’uva che non esiste

C'è un'uva che non esiste. Si chiama Melata. Il nome non gliel’ha dato un ampelografo (ampelografia è la disciplina che identifica e classifica i vitigni attraverso lo studio delle caratteristiche morfologiche della vite: foglie, grappoli, acini, tralci e gemme, ndr), gliel’ha dato chi la mangiava. Melata come quella delle api, la sostanza dolce che raccolgono per farne il miele. È rossa, e ufficialmente non esiste. Non è una battuta. Non compare nel registro nazionale delle varietà di vite, quindi non ha un codice, non ha una scheda, non ha un nome che valga qualcosa in un ufficio. Per farci del vino da vendere non si potrebbe nemmeno piantare. Non è vietata. È che, per chi tiene i registri, non c’è. 

 

Mio padre era tra gli ultimi che ricordavano i nomi delle viti di qui. Adesso non c’è più. Mi raccontava che nella vigna promiscua, dove le varietà stanno mescolate e a nessuno è mai venuto in mente di separarle, il vino non lo facevi da un’uva sola. Lo facevi con quello che c’era, e quello che c’era era un uvaggio. La Melata stava lì dentro insieme a tutte le altre, e la stessa base finiva nel vino cotto, il mosto portato a bollire piano che in queste valli è stato per secoli il vino delle case. A lui una scheda non gliel’ha fatta nessuno. 

 

Una vigna promiscua ce l’ho anch’io, ed è così che ho la Melata. Quella del tronco grosso no. E non è nemmeno l’unica: sono decine, addossate alle case di famiglie che dal 2016 non sono più tornate. 

 

 

Per la legge sono verde 

Per la legge quelle piante non sono niente. Non sono superficie vitata, perché nessuno le ha mai dichiarate. Non sono patrimonio arboreo, perché la vite in quegli elenchi non c’è. Sono verde. 

E in un cantiere il verde dà fastidio al ponteggio. Si taglia, si sradica, si carica sul camion, e non serve la firma di nessuno, perché non risultava che ci fosse qualcosa da togliere. Non c’è un colpevole, ed è questo il guaio: l’operaio che la taglia sta facendo bene il suo lavoro. 

 

Le viti, intanto, hanno continuato a vegetare in mezzo alle crepe per dieci vendemmie che non ha raccolto nessuno. Una l’ho fotografata schiacciata tra un muro di contenimento appena gettato e una recinzione di cantiere con il filo spinato. È viva. 

 

Il terremoto non le ha uccise. Rischia di ucciderle la ricostruzione, che è l’unica cosa buona che sta succedendo da queste parti. 

 

 

Capodirigo, 940 metri

Il secondo esempio è mio, e lo dico subito, altrimenti questo articolo non varrebbe niente. All’ingresso c’è un vecchio cartello arrugginito e crivellato: Capodirigo, alt. 940 s.l.m. Sta lì da decenni. Vie strette, case in pietra addossate una all’altra, una chiesa. Di notte non ci dorme nessuno. 

 

Le vigne stanno sopra il paese, tra i 950 e i 1030 metri. Dove dieci anni fa c’erano l’erba alta e la ginestra che si riprendeva il campo, adesso ci sono i filari. Dentro le file, non ai bordi, ci sono massi grandi come pullman, caduti dalla parete che sta sopra. Non li ho tolti perché mi piacciono. I filari ci girano attorno. 

 

La cosa di cui vado più fiero, però, non si vede in fotografia, perché sta sottoterra. Sono quattrocento metri di tubi drenanti. 

 

Qui d’inverno nevica parecchio, e in primavera la neve non se ne va con calma. Se ne va tutta in una volta, e arrivano i dilavamenti. L’acqua scende dal versante irruenta e, se non le dai una strada, se la sceglie lei. Quei tubi gliela danno, e la vigna non si allaga. 

 

 

Due modi di non contare 

È lo stesso buco visto dai due lati. A settecento metri c’è qualcosa che vale e che si sta buttando. A mille c’è qualcosa che vale e nessuno sa di averlo. La colpa non è della ricostruzione. È che quella casella non è mai stata aperta. 

 

Poi, per chi tiene i conti, la faccio breve. Un versante presidiato costa zero. Un versante che frana costa un’opera pubblica. Non serve un vincolo, non serve fermare un cantiere, non serve una legge. Serve censire le piante, con due coordinate e una foto datata. Serve prendere il legno d’inverno, prima che passi la ruspa, perché dopo non c’è più niente da prendere, e sono trenta minuti. E serve rimetterlo insieme in un campo di raccolta, anche piccolo. Tre gesti che non rallentano di un’ora il ritorno di una sola casa. 

 

 

Il punto 

Ricostruire un paese vuol dire scegliere cosa, di quel paese, deve tornare. Se tornano le case e non torna quello che le case avevano attorno, quello che è tornato è un abitato. Un abitato non è un luogo, e la differenza si sente subito, anche se non c’è perizia che la sappia scrivere. 

 

Quella vite di cinquantuno centimetri l’ha piantata uno che non l’avrebbe mai vista così grossa. L’ha piantata per chi veniva dopo. Poi è arrivato il terremoto, e lei è rimasta in piedi. 

 

Perderla adesso, per distrazione, sarebbe un peccato buffo. 

 

 

L’autore è viticoltore ad Arquata del Tronto. Il vigneto di Capodirigo e la vigna promiscua citati sono di sua proprietà. Le viti allevate sui muri delle abitazioni appartengono a terzi.

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