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Storie | 03 agosto 2026 | 18:00

Da quel monte i neonati venivano gettati perché giudicati troppo deboli per vivere: come si è arrivati ad associare la durezza spartana alla montagna?

La domanda più importante non è: "I bambini spartani venivano davvero abbandonati sul Taigeto?" Ma piuttosto: "Da che archetipo potrebbe essere nato questo mito?" Una possibile risposta la si può rintracciare nella fama stessa di Sparta

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Tutti i rilievi del globo terrestre sono presenti sulle carte geografiche, ma solo alcune montagne entrano nella geografia del mito. Le prime si attraversano. Le seconde diventano metafore. Il Taigeto appartiene alla seconda categoria. Per oltre duemila anni non è stato soltanto il massiccio che divide la Laconia dalla Messenia, ma è diventato la montagna della durezza spartana, il luogo dove l'Occidente ha ambientato uno dei suoi racconti più persistenti: quello dei neonati gettati nel vuoto perché giudicati troppo deboli per vivere.

 

Quando il nome Taigeto viene pronunciato, raramente la prima immagine che emerge è quella di una lunga catena montuosa mediterranea. Il pensiero corre quasi inevitabilmente a Sparta, alla città guerriera che per secoli ha incarnato nell'immaginario occidentale l'idea della disciplina assoluta, della rinuncia individuale in nome dello Stato, della forza portata fino alle sue estreme conseguenze.

 

E insieme a Sparta ritorna una storia, una rupe, un bambino, una montagna trasformata in giudice.

 

Secondo il racconto tramandato da Plutarco nella Vita di Licurgo, nella Sparta arcaica i neonati venivano esaminati dagli anziani della tribù; se il bambino era considerato sano e forte, veniva affidato alla famiglia, se invece appariva fragile o portatore di qualche menomazione, non sarebbe stato cresciuto dalla comunità. Plutarco racconta che questi bambini venivano portati in un luogo chiamato Apothetai, una cavità presso il Taigeto, perché – scrive – "non era meglio né per loro né per la città che vivessero, non essendo naturalmente forti e sani fin dalla nascita".

 

Questa narrazione ha fossilizzato nel nostro immaginario collettivo una delle iconografie più potenti della storia antica: il Taigeto si concretizza come ideale simbolico di una severità inclemente e questo sentimento dove altro potrebbe essere ambientato se non su di una montagna aspra e inaridita.

 

La tradizione orale e il mito si configurano, infatti, come un vasto e mutevole contenitore di archetipi, ovvero di modelli universali, di immagini primordiali. Mitologia e montagna non si sono incrociate solo nella storia di Sparta, gli uomini hanno spesso utilizzato la "montagna" come simbolo. Oltre ad essere luoghi fisici i rilievi montuosi si strutturano anche come spazi mentali: sulle loro cime e sui loro precipizi le società hanno proiettato paure, ideali, identità collettive. Il Sinai è diventato il luogo della rivelazione. L'Olimpo la dimora degli dei. Il Taigeto, invece, è diventato la montagna della selezione e della durezza. Ma ogni rilievo orografico è molto più complesso del suo mito, come ogni realtà è più complessa del simbolo a cui viene ricondotta.

 

A ricordarcelo è innanzitutto la stessa natura della fonte. Plutarco scrive nel I-II secolo d.C., molti secoli dopo il periodo in cui ha vissuto Licurgo. Nella sua stessa opera, Plutarco ammette la difficoltà di ricostruire una figura tanto antica: le tradizioni su Licurgo sono numerose e spesso contraddittorie. Quando leggiamo Plutarco, non siamo quindi davanti al resoconto di un testimone oculare, ma alla narrazione di un autore che raccoglie memorie, racconti morali e tradizioni consolidate nel tempo.

 

Allora la domanda più importante forse non è: "I bambini spartani venivano davvero abbandonati sul Taigeto?" Ma piuttosto: "Come si è arrivati ad associare la durezza spartana alla montagna? Da che archetipo potrebbe essere nato, dunque, questo mito?" Una possibile risposta la si può rintracciare nella fama stessa di Sparta.

 

La città veniva narrata dalle altre poleis greche come un modello alternativo: meno aperta al commercio e alla vita urbana rispetto ad Atene, più concentrata sulla formazione militare dei cittadini-guerrieri, costruita attorno a valori come disciplina, obbedienza e resistenza. Nei secoli successivi, soprattutto in età romana e poi moderna, Sparta è stata spesso utilizzata come specchio attraverso cui riflettere idee di ordine sociale, educazione e autorità.

 

Il Taigeto è entrato in questa narrazione perché era il confine naturale perfetto per un racconto di questo tipo. Imponente, aspro, dominante sulla pianura spartana, sembrava quasi il luogo ideale per rappresentare una società che metteva la forza fisica al centro della propria identità.

 

Eppure, basta leggere altri autori antichi per incontrare un'immagine diversa. Quando Pausania, nel II secolo d.C., percorre la Laconia nella sua Periegesi della Grecia, descrive il Taigeto come un grande paesaggio verdeggiante e sacro. Parla di luoghi di culto, di montagne ricche di vegetazione, di animali selvatici, di sorgenti e di divinità legate al territorio, per esempio Artemide. Il suo sguardo è quello di un viaggiatore interessato ai luoghi della memoria greca, eppure non dedica alcuna particolare attenzione alla presunta rupe degli infanticidi.

 

Questo silenzio non può essere considerato una prova definitiva contro il racconto di Plutarco, ma è un elemento che invita alla prudenza.

 

Anche l'archeologia ha contribuito a rendere il quadro più complesso. Il luogo tradizionalmente associato agli Apothetai non ha restituito reperti in grado di confermare in modo univoco una pratica sistematica di esposizione dei neonati. Sono emersi resti umani, ma non una concentrazione di sepolture infantili compatibile con il racconto tramandato dalla tradizione.

 

Negli ultimi decenni gli storici hanno sottolineato la necessità di distinguere tra la Sparta descritta dalla propaganda antica e la realtà sociale di una comunità molto più complessa. Il rischio, infatti, è quello di leggere Sparta soltanto attraverso gli occhi dei suoi ammiratori o dei suoi critici, dimenticando che dietro il mito esisteva una società concreta, con agricoltori, artigiani, donne, bambini e un territorio da abitare.

 

Ma la forza del mito non è certo quella di appiattire una realtà viva e complessa, anzi è quella di propagare verso un orizzonte infinito immaginari primordiali, e la conoscenza di esso ci permette di comprendere l'origine della nostra cultura e del nostro modo di pensare, in qualche modo, nel mito c'è la possibilità di conoscere meglio noi stessi e la nostra società. Perché come propone Italo Calvino nel saggio Perché leggere i classici, la conoscenza del classico permette di percepire e conoscere meglio quel "rumore di fondo" che sta alla base dell'attualità, quel sottofondo che alle volte ci sfugge ma che sempre accompagna le nostre modalità con le quali ci confrontiamo con il reale.

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