C'è un luogo, sulle Alpi, dove una goccia di pioggia ha la stessa probabilità di finire in tre mari diversi: Mediterraneo, Nero e del Nord. Un viaggio verso le sorgenti dell'Inn e il passo del Lunghin

Il racconto di un'escursione - prima in bicicletta e poi a piedi - di oltre 150 chilometri e 3.000 metri di dislivello per non raggiungere nessuna cima, per non calpestare nessun ghiacciaio, ma per ricordarsi come acqua, passi alpini e lavoro dell'uomo abbiano costruito connessioni e luoghi meticci, dove i miti dei confini e della razza si sgretolano

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Mari, fiumi, catene montuose. Sono questi i confini naturali così come ce li hanno insegnati da sempre. Come se qualcuno, dall’alto, li avesse posti lì con lo scopo di dividere genti “diverse” per lingua, religione, cultura, colore della pelle. Le Alpi sono un confine naturale, il Danubio è un confine naturale, i mari sono ovviamente confini naturali. E invece ci sono luoghi, nel cuore delle montagne, a cui non possiamo che attribuire un significato opposto. Pensate a un passo alpino, a 2.600 metri, dove una goccia d’acqua ha le medesime probabilità di finire nel mare del Nord, nel Mediterraneo, oppure nel mar Nero: una rete fluviale che comincia lì, scavata dai ghiacciai, e che si dirama lungo colline e pianure, da est a ovest, da nord a sud del vecchio continente, e arrivare al mare. Anzi: ai mari.
Sono le 5.30 di mattina e a Busto Arsizio fa caldo. La pianura Padana in questi giorni è un forno a cielo aperto e per questa ragione ci siamo detti di partire prima dell’alba. Passa qualche auto, mi metto in sella mentre una ragazza sta rincasando. Ho appuntamento con Alessandro alle 5.45 appena al di là della Valle Olona, una piccola valle di origine glaciale, solcata dall’omonimo fiume, che nasce a nord di Varese e si nasconde, per non riapparire più, sotto le strade di Milano. A dirla tutta, oggi, a quest’ora, avrei dovuto trovarmi più o meno al colle del Lys, sui ghiacciai del Monte Rosa che portano a capanna Margherita. Un piccolo imprevisto si è sommato alle immagini dolorose del ghiacciaio e così eccomi qui a stringere il casco e a dare un’ultima occhiata alla traccia, a cercare un po’ di avventura partendo dall’uscio della porta di casa. Sono pensieri che si ripropongono sempre più spesso a chi frequenta la montagna, e che non mi risparmiano neppure adesso: questa notte i social mi hanno proposto foto e video di incendi scoppiati sulle montagne che circondano Chiavenna, la nostra meta.
Attraversiamo Como nell’ora dei ciclisti della domenica quali siamo: troppo tardi per incrociare la gioventù che ha fatto le ore piccole, troppo presto per fare colazione in centro. Da qui ci aspettano una cinquantina di chilometri di saliscendi - “mangia e bevi”, come dicono i ciclisti della domenica - tra i più panoramici che si possano immaginare. Percorriamo la strada Regina, che costeggia la sponda occidentale del Lario. Sono solo due corsie, il traffico turistico verso le Alpi lombarde è stato dirottato da decenni lungo quell’altro ramo del lago di Como - quello che tende ad Oriente -, garantendo a Occidente, lungo la strada, un equilibrio nel paesaggio che con le belle giornate diventa il mare di tedeschi e svizzeri e americani e tanti altri. La Regina ha origini antiche, che risalgono all’epoca romana e che si intrecciano con fiumi e laghi, con lo scopo di mettere in comunicazione il Po, attraverso il porto di Cremona, con la Rezia - provincia alpina dell’impero romano -, passando da Milano, Como e Chiavenna, e affiancando Adda e lago di Como. Cernobbio, Argegno, Colonno, Lenno, Giulino di Mezzegra. Qui un cartello stradale indica di svoltare a sinistra per un non meglio identificato “luogo storico” che ha a che fare con il 28 aprile 1945. Il giorno precedente, durante il vile tentativo di mettersi in salvo in Svizzera travestito da tedesco, Mussolini fu catturato poco più a nord, a Dongo, dove ogni anno viene commemorato sul lungolago da fascisti travestiti da fascisti.
Manca poco al lago di Novate Mezzola e alla riserva umida del Pian di Spagna. Le attraversiamo ad una velocità con la quale non le ho mai attraversate, tanto che mi sembra che le montagne, queste montagne i cui profili conosco perfettamente, non siano loro. Il sasso Manduino non lo ricordavo così slanciato. E il pizzo di Prata: è davvero così imponente? E come si vedono bene le cime della val Codera. Riconosco il monte Gruf e il Sass Becché. Chiude la valle, ormai alle nostre spalle, il monte Legnone, a precipizio sul lago di Como. Sulla cima del Legnone si sono addensate nuvole nere, l’abbiamo scampata. Come nelle migliori tradizioni non finisco di pronunciare queste parole che comincia a piovere. Poche gocce. Ci ripariamo. Poche gocce. “Andiamo?”. “Ma sì, andiamo, al massimo troveremo riparo più avanti”. Da quel momento la piana di Chiavenna offre riparo come la Route 66 tra Nuovo Messico e Arizona, e offre pioggia come la Guinea Equatoriale. Il tutto dura mezzora, giusto il tempo di arrivare fradici a Chiavenna. L’incendio, sul versante destro della valle, sembra essersi quietato grazie alla pioggia.

Sveglia alle 6 in punto. Con 125 chilometri nelle gambe, oggi ce ne aspettano 32 di salita bella dura – per i ciclisti del lunedì – e 800 metri di dislivello a piedi, verso un passo incastonato nel cuore delle Alpi retiche, a metà strada tra il passo del Giulio (Pass dal Güglia o Pass digl Gelgia in romancio, Julierpass in tedesco), divenuto carrozzabile a inizio ‘800, e un passo ormai dimenticato ma assai frequentato in epoca romana, e cioè il passo del Settimo (Pass da Sett in romancio, Septimerpass in tedesco). Il nostro obiettivo, il triplice spartiacque, è posto presso il passo del Lunghin, raggiungibile solo a piedi dall’abitato di Maloja. Da Chiavenna i cartelli suggeriscono di andare a sinistra, verso nord, per il passo dello Spluga e a destra, verso est, per il passo del Maloja. E mentre la valle Spluga nella sua parte iniziale è un canyon, la Bregaglia restituisce da subito grandi spazi, l’orizzonte e il sole che sorge.
Seguiamo il tracciato della Mera e dopo una quindicina di chilometri siamo alla frontiera. Non ho mai visto tanti camion fermi in coda. Ci sono addirittura delle auto. La frontiera africana tra Marocco e l’enclave di Ceuta sono arrivate nel mezzo delle Alpi, sembrerebbe. Anche qui, come a Ceuta, un confine naturale non c’è. Non ci sono fiumi, né mari, né spartiacque. La valle prosegue senza soluzione di continuità. Il confine, qui, l’ha messo l’uomo, su questo non ci possono essere dubbi. Nella Bregaglia Svizzera le cime si fanno imponenti, sono cattedrali di granito interrotte da ghiacciai morenti. Badile, Cengalo, Sciore. E poi la diga dell’Albigna. Da qui la salita si fa sentire. Negli ultimi dieci chilometri la pendenza media è del 7%, con degli strappi finali lungo i tornanti che ci porteranno a 1800 metri di quota. Chiavenna sta 1500 metri più in basso.
C’è una torretta, in cima al Maloja. La fisso, abbasso lo sguardo, la fisso di nuovo. Cerco di tenere un passo costante e infine ci siamo. A Maloja tutto diventa piatto. Quel passo è così: strapiombante sul versante che dà verso Chiavenna, adagiato sul versante che dà verso Sankt Moritz (San Murezzan in romancio, San Maurizio in italiano). Non ci sono torrenti qui, ma laghi che inondano l’intera valle. Sono i luoghi di Giovanni Segantini, del turismo extralusso ottocentesco e di Ettore Castiglioni, l’alpinista partigiano che qui fu imprigionato e che da qui fuggì, trovando la morte al passo del Muretto. La fatica si sente tutta. Ma quando senti la fatica facendo il passo del Maloja in bicicletta, tu pensa a Hermann Buhl, che lo percorse dopo aver scalato la via Cassin al Badile in solitaria e in poche ore, e con una bicicletta leggiadra quanto un cancello.

Cambio di assetto. Leghiamo le bici alla grondaia di una chiesa evangelica e imbocchiamo il sentiero. La salita è costante e si sviluppa su un bel sentiero, che cerca sempre la mezza costa. Alessandro me lo fa notare e così ragioniamo nuovamente sulle direttrici dell’uomo e dell’acqua. Stiamo risalendo verso le sorgenti dell’Inn e il passo del Lunghin, attraverso vie di comunicazione aperte secoli fa, che mettevano in comunicazioni valli e genti lontane. Dopo un’ora di cammino guadiamo l’Inn nella forma di ruscello e incrociamo una famiglia di someggiatori - anche questo me lo fa notare Alessandro -, cioè persone che praticano trekking di più giorni insieme ad animali da soma. Un passo lento ancor più lento degli escursionisti, al ritmo delle bestie e dei passi alpini.
Dopo un’altra ora siamo al lago del Lunghin, quota 2.400 metri. Una ragazza ci fa il bagno mentre noi tiriamo dritto e in una mezzora siamo al passo. Lo sguardo si apre verso nord-ovest. L’acqua che cade lì finisce nel mare del Nord. Un manufatto in pietra segna il triplice spartiacque: Mar Nero, Mar Mediterraneo e Mare del Nord. Ripercorriamo la strada fatta: oltre 150 chilometri e oltre 3.000 metri di dislivello per non fare nessuna cima, per non calpestare nessun ghiacciaio, ma per ricordarci come acqua, passi alpini e lavoro dell’uomo abbiano costruito connessioni e luoghi meticci, dove i miti dei confini e della razza si sgretolano. Dovremmo farci un monumento, al passo del Lunghin. O forse no, non dovremmo farci niente, ma raccontarcelo, dargli un significato così come abbiamo dato un significato ai confini naturali.

Bevo un sorso di Inn dalle sue sorgenti e riprendiamo la strada del ritorno. Torniamo a baita. Giù al Maloja, cambio di assetto, due coca-cola per dieci franchi svizzeri più un addebito che non ho capito e si torna a Chiavenna. I tornanti svizzeri sono perfetti, così come l’asfaltatura svizzera. Me li godo tutti, tutti fino all’ultimo. Destra, sinistra, destra, sinistra, vento, vento, vento, temperatura che sale, che sale, che sale. Arriviamo a Chiavenna e nell’aria c’è di nuovo quell’odore. L’incendio è ancora vivo, brucia ancora.












