Cade nel fiume alle 4 del mattino rientrando in bicicletta dalla scalata del Pizzo Badile: "Ancora ubriaco di sonno, spalanco gli occhi. L'acqua mi arriva al collo, ed è l'acqua delle grandi piene"

Il celebre alpinista Hermann Buhl partì da Innsbruck la sera del 6 luglio 1952. Una lunga cavalcata solitaria attraverso valli e passi. Dopodiché, sempre in completa autonomia, scalò in 4 ore e 30 minuti la via Cassin sulla parete Nord-Est. Quell'esperienza, già di per sé strabiliante, si concluse con un episodio rocambolesco, raccontato nel libro "È buio sul ghiacciaio"

Per comprendere la prima ascesa del Nanga Parbat e, soprattutto, la tempra del suo primo salitore, è necessario volgere lo sguardo all’indietro e cambiare contesto, trasferendosi dal Karakorum alle Alpi, dal Nanga al Pizzo Badile. Hermann Buhl lo raggiunse da solo, in bicicletta.
Partì da Innsbruck il venerdì sera del 6 luglio 1952. Una lunga cavalcata solitaria attraverso valli e passi. Dopodiché, sempre in completa autonomia, scalò in 4 ore e 30 minuti la via Cassin sulla parete Nord-Est (una normale cordata, in quegli anni, difficilmente riusciva a stare sotto i 3-4 giorni). Così racconta nel libro È buio sul ghiacciaio:
"La vetta è raggiunta! Con un ‘Bergheil!’ saluto la schiera di giovani italiani, i quali mi rispondono esclamando: ‘Saluti’ e ‘Bravo!’ Sono appena le dieci e mezzo: ho tutto il giorno davanti a me. Soddisfatto, mi lascio cadere su uno dei grossi lastroni che ricoprono la cima, per godermi un ben meritato riposo. Sui volti degli italiani leggo entusiasmo e stupore. Si accostano e si presentano, l'uno dopo l'altro: Mauri, Ratti...
A questo punto tendo l'orecchio. Questi nomi mi suonano familiari, appartengono all'élite dell'alpinismo italiano. Per poter rispondere alle molte domande che mi rivolgono, debbo raggranellare le mie ben povere risorse linguistiche. I camerati italiani esprimono la loro approvazione con tutta la foga del temperamento meridionale. Le parole "grande impresa" corrono di frequente sulle loro labbra. La nostra conversazione è molto amichevole, anzi cordiale, e per l'ennesima volta si dimostra che per gli alpinisti non esistono frontiere nazionali. Sulle montagne contano esclusivamente l'uomo e ciò che esso è capace di compiere..."
Quindi scese, riprese la bici, e si rimise in viaggio: alle 2 di notte attraversò la frontiera fra la Svizzera e l’Austria. Pedalava per inerzia, in un costante stato di dormiveglia. Il sonno leniva l'attenzione e appannava la vista.
L'equilibrio vacillò fino alle 4.30, quando cadde nel fiume Inn dove riuscì miracolosamente ad afferrare la bicicletta e il sacco che fuggivano insieme alla corrente.
Proseguì fradicio, con la bicicletta in spalla, fino a quando una corriera lo portò a casa. Le prime luci del lunedì avevano già incominciato a illuminare la valle e si recò direttamente al lavoro.
Esattamente un anno più tardi si trovava in piedi, da solo, a oltre 8000 metri, sulla vetta del Nanga Parbat.
Ecco come descrisse, sempre nel libro È buio sul ghiacciaio il famoso rientro in bicicletta dopo l’impresa sulla Nord-Est del Badile.
"Continuo a pedalare meccanicamente, come in sogno. Sempre più spesso mi sento vincere dalla stanchezza e solo chiamando a raccolta tutte le energie riesco a tenermi sveglio. Talvolta mi avvicino in modo preoccupante alle pietre e agli alberi che fiancheggiano la strada e solo all'ultimo momento arrivo a riprendere il controllo del veicolo, evitando gli ostacoli.
A oriente, l'orizzonte si rischiara a poco a poco: sorge un limpido, fresco mattino. Ancora 15 chilometri fino a Landeck! Diritta, in leggera discesa, la strada segue il corso dell'Inn fino al ponte di Pontlatz. Leggere e silenziose le ruote volano sull'asfalto. Ma ecco... uno schianto improvviso, e mi arresto di botto, violentemente. In un batter d'occhio descrivo nell'aria un vasto cerchio, come un luccio preso all'amo, picchio la testa contro qualcosa di duro, faccio una capriola e mi sento immerso in un elemento umido e freddo. Ancora ubriaco di sonno, spalanco gli occhi. Un'ampia superficie d'acque mi si stende dinanzi. Sono caduto in un lago?
Ma ben presto, rabbrividendo al freddo della corrente, percepisco il movimento delle onde, distinguo la riva opposta. Ora capisco dove sono andato a finire: nell'Inn! L'acqua mi arriva al collo, ed è l'acqua delle grandi piene! Il fresco sgradevole di questo insolito soggiorno mi sveglia in un baleno. Ecco là la mia fedele bicicletta e il sacco. Stanno appunto per svignarsela quando riesco ad afferrarli in extremis. Ancora qualche sforzo, poi finalmente raggiungo di nuovo con i miei compagni di sventura la strada. Be', ci sono riuscito! Mi sento bagnato come un pulcino e tremo dal freddo. Tutti i vestiti mi si sono appiccicati addosso e gocciolano: non passa molto che ai miei piedi si forma un laghetto. Dal sacco scorre un piccolo ruscello. Le quattro e mezzo del mattino: un'ora niente affatto propizia per un bagno in un gelido e impetuoso torrente!
Vediamo un po' in che stato è ridotta la bicicletta. Il telaio appare seriamente contorto, la forcella piegata all'indietro. Certo non è cosa da ripararsi così, su due piedi. In quanto a proseguire, neanche da parlarne. Guardo d'attorno, in lungo e in largo: non un'anima viva, non una casa. La testa mi duole, avendo riportato nell'incidente un solenne bernoccolo. Ora, bicicletta in spalla, m'incammino a piedi. Il ponte di Pontlatz, questo luogo storico ove i miei antenati nell'anno 1703 misero alle strette una schiera d'invasori bavaresi, mi rimarrà ben più impresso nella mente che non un tempo, quando dovevo imparare queste cose a scuola. Debbo digerirmi ancora alcuni chilometri per raggiungere la prima casa, l'Albergo della Vecchia Dogana. Dopo lunghe ore di attesa, durante le quali i miei abiti incominciano ad asciugarsi, una corriera mi porta a Landeck. La civiltà, il mondo della pianura mi hanno ripreso nel loro grembo.
Ma che importanza possono mai avere fatiche e privazioni, un bagno involontario, e il raffreddore che ne seguì? Tutte piccolezze in confronto alla indimenticabile esperienza donatami da simile grande impresa. Le sofferenze fisiche, i disagi svaniscono presto; la bellezza invece perdura incancellabile nel ricordo".
L'anno scorso Stefano Catone ha in parte ripercorso alcuni luoghi dell'esperienza di Buhl: ecco il suo reportage scritto per L'Altramontagna.

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














