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Storie | 23 agosto 2025 | 06:00

"Fermatevi allo spigolo, il permafrost si sta degradando sempre di più ed è pericoloso". Due anni più tardi l'enorme frana. Oggi un nuovo sentiero collega capanna Sciora

Il 23 agosto del 2017 non è un giorno come gli altri in val Bregaglia. Quattro milioni di metri cubi di roccia si sono staccati dal pizzo Cengalo e che si schiantano, in caduta libera, sulla val Bondasca, travolgendo tutto e tutti. Il bilancio è tragico: sono otto le persone rimaste sepolte. "Quello che ci ha sorpresi ha spiegato il geologo cantonale Yves Bonanomi è la quantità di acqua che è scesa. Abbiamo ipotizzato che in parte arrivi da un piccolo ghiacciaio, che si è fuso sotto la pressione del materiale franato"

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Il 23 agosto del 2017 non è un giorno come gli altri in val Bregaglia. Il silenzio della vallata, al confine tra Italia e Svizzera, è scosso da un boato. C'è chi guarda il cielo, pensando a un elicottero decollato da Samedan, l'aeroporto che serve Sankt Moritz. Alzando il naso non si scorge nulla. Sono le 9.30 del mattino e non c'è nessun aereo. Da una valle laterale della val Bregaglia, la val Bondasca, si alza del fumo: è precipitata un'enorme frana.

 

Sono 4 milioni di metri cubi di roccia che si sono staccati dal pizzo Cengalo e che si schiantano, in caduta libera, sulla val Bondasca, travolgendo tutto e tutti. Il bilancio è tragico: sono otto le persone rimaste sepolte: cittadini svizzeri, tedeschi e austriaci i cui corpi non sono ancora stati ritrovati. Un centinaio le persone che - oltre duemila metri a valle dal punto del distacco - hanno dovuto abbandonare il centro abitato di Bondo. 

 

La frana non era inaspettata. Il pizzo Cengalo e, in particolare, il suo versante nord, erano sotto osservazione dal dicembre 2011, quando un altro evento franoso fece precipitare verso valle circa 1,5 milioni di metri cubi di roccia. Da quel giorno, i rilevamenti non hanno segnalato particolari situazioni di pericolo, dato che i movimenti di masse rocciose instabili su quel versante “si collocavano nell'ordine di grandezza di pochi centimetri all'anno. Negli anni tra il 2012 e il 2016 non è stata misurata nessuna accelerazione o un'accelerazione solamente ridotta”. Le cose cambiano nell’estate del 2017, quando la misurazione radar ha evidenziato “una sensibile accelerazione rispetto al 2016”1. Se nel 2012 si poteva ipotizzare che un crollo potesse avvenire “nei prossimi decenni”, il 14 agosto 2017 questa prospettiva temporale si riduceva a “nelle prossime settimane o mesi”. Dal 2011 al 2017 movimenti, scariche, cadute di sassi non sono comunque mancati.


Nel luglio del 2015, due anni prima della grande frana, mi trovavo alla capanna Sasc Furä che, insieme alla gemella capanna Sciora, rappresenta l’ultimo presidio prima di affrontare le piccole o enormi imprese che da oltre un secolo attirano gli alpinisti in val Bondasca, verso le sue cime racchiuse tra il pizzo Badile, a ovest, e il gruppo delle Sciore, a est. Quel giorno di dieci anni fa, da semplice escursionista, volevo avvicinarmi il più possibile allo “spigolo” del Badile. Giusto per dare un occhio. Giusto per immaginarmi Cassin a tirare la cordata che per prima scalerà la parete nord-est, o Hermann Buhl ripetere la via di Cassin in solitaria, e in una manciata di ore, dopo essere arrivato da Innsbruck in bicicletta (ed esserci tornato, addormentandosi alla guida e finendo nell’Inn).

 

Dicemmo alla rifugista che era nostra idea procedere oltre e lei subito ci mise in guardia: “Fermatevi allo spigolo, non percorrete il viale, il permafrost si sta degradando sempre di più ed è pericoloso”. Imparai in un solo colpo due cose: la prima, cosa fosse il permafrost. La seconda, cosa fosse il viale: un sentiero che, passando sotto le enormi pareti di Badile e Cengalo, conduce alla capanna Sciora. Non era nostra intenzione percorrerlo, tantomeno ora che avevamo scoperto il permafrost.

 

Da quando c’è stata la frana il rifugio Sciora è chiuso e io non sono più tornato in Val Bondasca ma tutte le volte che sono capitato da quelle parti, tra lo Spluga e il Maloja, il mio sguardo è caduto lì, sulle cime granitiche che fanno capolino da fondovalle e che disegnano linee affilate e pulite grazie alle quali il sole può compiere i suoi giochi di luci e ombre. Ed è così che, non appena ho ricevuto, a inizio luglio, notizia dell’inaugurazione del nuovo sentiero che porta alla capanna Sciora – e della contestuale riapertura del rifugio -, mi sono affrettato a trovare trentasei ore libere per andarci. Trentasei, non ventiquattro, perché proprio come Hermann Buhl – ma con i limiti dell’escursionista – ho voluto tornarci in bicicletta: partenza da Chiavenna, una quindicina di chilometri di salita, arrivo a Bondo, imbocco la carrozzabile che porta verso il nuovo sentiero, la risalgo, lascio la bici e quindi a piedi fino al rifugio. Un piano perfetto, peccato che dopo un’ora e mezza di pedalata la bicicletta mi ha abbandonato – ed io ho abbandonato lei – a un terzo della carrozzabile. “E per scendere a Chiavenna questa sera?” mi sono chiesto. “Per scendere a Chiavenna vedremo” mi sono risposto. “Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso” mi ha suggerito il mio inconscio.


Il nuovo sentiero alterna tratti molto ripidi – ma sempre sicuri – a lungi saliscendi, che fanno perdere e guadagnare quota di continuo. E quando il sentiero scende intuisco che sto andando incontro a uno dei nuovi quattro ponti sospesi che caratterizzano il sentiero. Tutto il tracciato, infatti, è stato realizzato a monte della zona di pericolo interessata dalla frana, rendendo pressocché inevitabile pensare a degli attraversamenti di questo tipo in corrispondenza di piccole e anguste valli laterali.

 

Attraversando i ponti sospesi lo sguardo si apre frontalmente sul pizzo Cengalo e sulla sua parete, solcata dalle chiazze bianche che mettono a nudo la roccia viva. È un vero e proprio labirinto di fessure e buchi che sembra incombere sulla valle, tenuto ancora lì proprio dal permafrost, cioè uno strato di terreno – in questo caso di roccia – permanentemente a una temperatura pari o minimo di zero gradi centigradi. E se parliamo di temperature non possiamo che parlare di crisi climatica. “Le misurazioni a lungo termine” scrive l’Istituto svizzero per lo studio della neve e delle valanghe “mostrano che le temperature del permafrost in Svizzera e nel mondo sono aumentate in modo significativo negli ultimi decenni2.

 

Ed entrando più nel dettaglio, “Il ghiaccio del permafrost influenza l'idrologia dei pendii montani. La roccia nel permafrost freddo è difficilmente permeabile all'acqua, poiché il ghiaccio sigilla le fessure. Se il ghiaccio nel sottosuolo si riscalda o si scongela lentamente, l'acqua può penetrare nelle fessure e provocare una contropressione. Questo aumenta le tensioni nel pendio. […] Il ghiaccio del permafrost può quindi limitare la velocità di deformazione di un'instabilità del pendio esistente e ritardarne il crollo di anni o addirittura decenni”. 

 

Un processo che è stato osservato proprio in occasione della frana dell’agosto 2017. Una frana che, diversi chilometri a valle, era diventata una colata detritica capace di travolgere e distruggere – lenta e inesorabile – costruzioni e manufatti. Sin dalle ore immediatamente successive all’evento, così come ha raccontato Silvia Rutigliano su LaBregaglia.ch, è stata notata la conformazione della colata: se il punto del distacco e la quantità di materiale distaccatosi non ha sorpreso, “quello che ci ha sorpresi – ha spiegato il geologo cantonale Yves Bonanomi – è la quantità di acqua che è scesa. Abbiamo ipotizzato che in parte arrivi da un piccolo ghiacciaio, che si è fuso sotto la pressione del materiale franato”3.


Dalla fine della carrozzabile, in poco meno di tre ore sono al rifugio Sciora. È bello come ricordavo. Bevo una birra, mangio un panino, la quiete dei duemila metri è rotta dall’atterraggio di un elicottero del soccorso alpino svizzero. È tutta mattina che ronza attorno al pizzo Badile. Dopo essere stato in cima ed essere rientrato a valle, è tornato lungo la parete scalata da Cassin e Buhl, alzandosi, abbassandosi, avvicinandosi e allontanandosi. Temevo il peggio e ora ne ho la conferma: un alpinista, dalla vetta, è stato portato a valle. Un altro alpinista è caduto mentre si calava, per centinaia di metri, e l’elicottero ne stava cercando il corpo. Quel pensiero mi ha accompagnato per tutta la salita e mi accompagnerà per tutta la discesa.

 

Cerco di scendere veloce, di arrivare il prima possibile alla bici, anche perché non so ancora come tornerò a Chiavenna. Mentre corricchio sulla carrozzabile un addetto alla manutenzione dei sentieri mi tranquillizza: “Non correre, la bici è ancora lì!”, mi dice. Gli rispondo che se me l’avessero rubata ne sarei stato quasi contento: il deragliatore posteriore ha letteralmente strappato un raggio dalla ruota, che si è incastrato tra deragliatore e catena. La ruota è mezza storta, tocca sul telaio. Un bel danno. In qualche modo riesco a estrarre il raggio dal deragliatore e lo strappo interamente dalla ruota. Non posso pedalare, la catena è bloccata, ma le ruote girano, e fino a Chiavenna è tutta discesa, e allora andiamo, si torna a casa.

 

1 Rapporto di sintesi del gruppo di esperti riguardo agli avvenimenti del Cengalo / di Bondo, Ufficio foreste e pericoli naturali, 15 dicembre 2017,

2 SLF, “FAQ: Influenza del permafrost sulle frane” disponibile al link https://www.slf.ch/it/permafrost/permafrost-und-naturgefahren/faq-influe...

3 Silvia Rutigliano, Alla fine di una lunga giornata, labregaglia.ch, disponibile al link https://www.labregaglia.ch/?p=86476

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