"Infame, non ti lascio andare avanti", e tirando la corda gli impediva di avanzare nella scalata mentre si trovava sullo strapiombo di roccia. La rocambolesca avventura di Tita Piaz e Paul Preuss sulla Schiisselkarsiidwand

Piantare un chiodo oppure no? A partire da due visioni differenti di progredire in parete prese forma un episodio che, per molti aspetti, riflette discussioni di grande attualità in ambito alpinistico. Ma grazie a una stretta di mano, in quella circostanza la diatriba si trasformò in dialogo

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Preuss, appiccicato al brutto passaggio mi risponde: "Una sicurezza? Mai più! Io non ho bisogno di sicurezza dal momento che tu stesso hai dichiarato che la cosa è fattibile".
Con queste parole Tita Piaz racconta il tentativo di scalare la parete della Schiisselkarsiidwand, in una cordata composta da lui stesso Paul Preuss e Lisa Fries, in un articolo intitolato Crocifissori della montagna e uscito su Le Alpi Venete nel luglio del 1947. Un pezzo di storia dell’alpinismo che prima dell’articolo del '47 era rimasto ancora inedito e che "potrebbe sembrare una favola ed è storia".
Nella primavera del 1913 i due famosi alpinisti si ritrovano casualmente a vivere entrambi a Monaco di Baviera. Preso dall’entusiasmo e dalla vicinanza Tita Piaz chiama Paul Preuss al telefono: "Gli chiesi se volesse venire con me a tentare l’invincibile parete della Schiisselkarsiidwand, il problema dei problemi di quei tempi".
"Avrebbe potuto sembrare uno scherzo di cattivo gusto, dopo tante nostre schermaglie, l’invitarlo ad un inevitabile tripudio d’inchiodature, ma pure non era così". È proprio questo modo differente di intendere l’arrampicata e l’alpinismo tutto che rende questa vicenda un vero e proprio memento per la storia dell’alpinismo.
Da una parte Tita Piaz pragmatico, non ancorato a un purismo estetizzante e disposto in qualche modo a sporcarsi le mani, sia per ragioni di sicurezza, sia perché era consapevole che altri stavano tendando l’impresa, in particolare Fichtel, il padre del "chiodatorismo". Piaz era certo che Fichtel con l’aiuto di chiodi sarebbe riuscito agilmente ad aprire una propria via, come infine accadde.
Dall’altra Paul Preuss che al suo stesso nome, quasi come un epiteto fisso, è legata indissolubilmente la frase: "Absolutely inaccessible by fair means", (assolutamente impossibile con mezzi leali). Un vero esteta dell’alpinismo, quasi un dandy della roccia, considerato il miglior alpinista della sua epoca, che, come lo stesso Piaz racconta "non era privo d’ambizione, anche lui avrebbe tenuto alla soluzione del problema". Ma era disposto a risolvere quella sfida solo ed esclusivamente a modo suo, doveva categoricamente rimanere leale a sé stesso. Non avrebbe accettato nessun tipo di scorciatoia e di concessione, anche a costo di uno sforzo sovraumano, forse addirittura anche costo di mettere a repentaglio la sua stessa vita, se non ci fosse stato Tita Piaz a tendergli una mano nel momento del bisogno.
Questo era l’accordo: "Quando saremo sulla parete ci metteremo d’accordo adottando, forse una volta tanto, il sistema delle concessioni reciproche, giustificate dall’importanza del problema. Paolo accettò di vivo cuore". Tita Piaz pur di renderlo partecipe della gloria - era disposto ad addossarsi - tutta l’onta dei mezzi artificiali.
Sono queste due differenti visioni, non per forza incompatibili, ma radicali entrambe che diedero vita a una memorabile avventura.
Comincia la spedizione. "A mezzodì arrivammo all’attacco pieni di fede, di buon umore e di allegria. Facevo da capocordata, e dopo circa una sessantina di metri m’arrestai ai piedi di uno strapiombo che non invitava soverchiamente". Quando incappano nel primo problema, Tita Piaz comprende immediatamente che lo strapiombo è un punto critico, uno di quei punti di non ritorno per l’impresa o superarlo o tornarsene a casa a mani vuote. "Sapevo però d’aver trovato la via giusta […] ed ero tornato […] con la convinzione che la cosa era fattibile". È proprio questa forte consapevolezza interiore che lo spinge, in più tentativi, a studiare minuziosamente il passaggio ed infine a ritenerlo "fattibile, ma molto difficile, lo avrei tentato dopo essermi riposato".
"Dissi a Paolo - Preuss - di provare se aveva voglia, mentre riposavo, ciò che non si fece dire due volte: nessun cane da guardia avrebbe potuto essere più pronto". Preuss si accende, tenta di salire lo strapiombo, di memorizzare i passaggi necessari e ritorna alla cengia in cui stavano riposando, anche lui con lo stesso parere: molto difficile ma non impossibile. Nel mentre Tita Piaz affronta una terza ricognizione con la quale acquisisce la totale consapevolezza di potercela fare, dice a Preuss che ha solo bisogno di riposare ancora un poco e di applicare una sicurezza. Un maledetto chiodo pensa Preuss, alle parole dell’alpinista fassano tace e, all’improvviso, coglie un attimo in cui Piaz è distratto a prendere un cordino e parte.
"In una forma non perfettamente squisita gli ordinai di tornare: io sarei salito ad applicare la sicurezza, poi ben volentieri avrei lasciato a lui la gloria di superare il passaggio come capocordata". Preuss, appiccicato al brutto passaggio mi risponde: "Una sicurezza? Mai più! Io non ho bisogno di sicurezza dal momento che tu stesso hai dichiarato che la cosa è fattibile", e così dicendo non interruppe i suoi sforzi pericolosi. Allora mi saltò al naso la mosca e gli urlai: "Indietro miserabile!", e lui duro. Tagliai corto, pigliai la corda bene in mano e gli urlai coi rispettivi aggettivi: "Infame, non ti lascio andare avanti!". Ma egli non si dà per vinto, e mentre con la corda tesa gli impedisco di progredire, fa dei contorcimenti formidabili per vincere lo strapiombo.
Preuss rimane bloccato. Da sotto, Piaz infervorato lo trattiene, sono ancora infatti legati assieme dalla corda, mentre l’austriaco da sopra insiste con forza inaudita, ma quando le forze lentamente iniziano a staccarsi dal suo corpo stremato, e le gambe tremano, Piaz interviene, si slega e lo lascia libero.
"Per non so quale forza occulta slegai la signorina, slegai me, poi gli dissi: 'Ora sei libero di fare ciò che ti pare e piace, chè non mi è simpatico qualsiasi legame con pazzi autentici. Alla mamma della nostra compagna ho promesso di ricondurla sana e salva ed è mio costume di mantenere la parola anche in casi di minore importanza. Servus Paolo e buon viaggio! ...'. Ma Paolo allora tornò ed una cordiale stretta di mano ci riconciliò".
Piaz supera lo strapiombo come capocordata, applicando un chiodo, Preuss lo segue assecondandolo, ma dal basso inizia a salire il buio, la sera si avvicina, mancano ancora pochi metri, ma non possono bivaccare: Lisa deve tornare a Monaco. Decidono allora di lasciare lì 70 metri di corda che gli sarebbero stati utili la domenica successiva per ritentare l’impresa. Ma la domenica successiva pioveva a dirotto e quella dopo ancora già Piaz doveva tornare in Val di Fassa.
"Poco tempo dopo Herzog e Fichtel, usando nel primo tratto la nostra corda e continuando la via da me iniziata ed ideata, raggiunsero la cima. Se fossi superstizioso crederei alla persecuzione di un fato ostile. Orbene, lì sul magnifico altipiano, di fronte alla parete immacolata, divinamente illuminata dagli ultimi bagliori crepuscolari di una indimenticabile sera primaverile, strinsi per l’ultima volta la mano a Preuss, il cavaliere più puro e più fantastico della montagna di tutti i tempi e di tutte le nazioni".












