"Il chiodo possiede un potere per il male, ed è salutare che sia visto con sospetto". Quando si incastravano pietre nelle fessure e si inventavano i primi friends per inseguire un'arrampicata 'clean'

Nel secondo di una serie di tre articoli, ricostruiamo l'evoluzione dei sistemi di ancoraggio dagli anni Quaranta in poi, che – in Gran Bretagna e più tardi negli Stati Uniti – ha seguito una storia a sé stante rispetto al continente. Dai primi sassi legati con cordini e incastrati tra le pareti del Galles, al manifesto del "clean climbing" di Yvon Chouinard, fino ai primi (e segreti) friends sviluppati dall'ingegnere aerospaziale Ray Jardine

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Fin dagli esordi dell’alpinismo si è tentato di sfruttare la roccia per proteggersi, per assicurarsi alla parete e poter azzardare di più. Questo tentativo, dall’Ottocento in poi, è cresciuto di pari passo con l’evolversi della pratica, adeguandosi via via alle difficoltà degli itinerari, alla conformazione delle pareti e alla natura della roccia. L’esito più considerevole di questo processo, intorno agli anni Settanta, è stato il chiodo a espansione tutt’ora utilizzato in falesie e pareti di tutto il mondo: lo ‘spit’.
Questo articolo è il secondo episodio di una breve serie finalizzata a ripercorrere la storia di questi strumenti. Lungi dall’essere un’evoluzione esclusivamente "tecnologica", lo sviluppo di nuovi sistemi di ancoraggio e lo sguardo con cui osserviamo le pareti verticali si sono da sempre influenzati vicendevolmente, dando forma a quella che chiamiamo comunemente "cultura alpinistica"; anche con esiti - come vedremo - talvolta contraddittori.
Negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, mentre in Europa continentale l'uso del chiodo inventato da Fiechtl si consolidava con le imprese dei leggendari sestogradisti (ne parlavamo nell’articolo precedente), in Gran Bretagna l’approccio alle pareti seguiva altre direzioni. La diffidenza dai chiodi che Paul Preuss aveva portato sulle Alpi, era ben condivisa oltremanica, e ogni riferimento al chiodo come a uno strumento capace di favorire lo sviluppo dell'alpinismo era bandito. L’alpinista Anthony David Machell Cox, nel 1941, parlandone all'Alpine Club britannico fu lapidario.
"Il chiodo, infatti, è di una categoria piuttosto diversa, perché fortunatamente non viene mai usato per mera comodità. Indubbiamente possiede un potere per il male, ed è salutare che sia visto con sospetto".
Ancora oggi - ricorda Elio Bonfanti nel suo L’evoluzione dell’attrezzatura - il contemporaneo alpinista inglese Paul Pritchard sottolinea come "evitare i chiodi nell’arrampicata libera ha aiutato molto ad aumentare l’audacia degli scalatori inglesi".
Data la scarsità di roccia a disposizione e l'alto numero di frequentatori, infatti, già nel periodo tra le due guerre mondiali andava sviluppandosi un’etica minimalista, che non lasciava traccia del proprio passaggio e preservava l’integrità della parete.
Nel 1926 Morley Wood, pur di evitare l’utilizzo di chiodi, - nella salita a Pigott’s Climb sul Clogwyn Du’r Arddu, nel nord del Galles - aveva iniziato ad utilizzare pietre incastrate nelle fessure e cinte con dei cordini a mo’ di protezione. Questa pratica rudimentale crebbe fino ai primi anni Cinquanta. Celebre la salita di Joe Brown e Don Whillanper alla via Fissure Brown, sul Monte Bianco: per superare la larga e difficile fessura d'attacco questi impiegarono dei grossi sassi incastrati, che causarono enorme stupore nei primi francesi che la ripeterono in seguito.
Tornando ai chiodi strettamente intesi, dai primi e rudimentali fittoni, perlopiù forgiati artigianalmente, si passò - esplorando nuovi territori di arrampicata – a decine di fogge adatte a un tipo specifico di terreno: chiodi orizzontali, verticali e universali. Si svilupparono così diverse tipologie di prodotto differenziando il chiodo da sosta, più lungo e robusto, da quello di protezione, da piazzare agevolmente lungo i tiri di corda, per arrivare a quello di progressione.
Pioniere nella produzione dei chiodi duri fu John Salathé, un fabbro svizzero emigrato in California. Quando iniziò ad arrampicare nel 1945, Salathé si accorse che nella valle dello Yosemite i chiodi tradizionali usati per l'arrampicata nelle Alpi orientali erano troppo morbidi per essere utilizzati in fessure strette senza deformarsi. Iniziò così a utilizzare acciaio al cromo-vanadio ad alto tenore di carbonio, riuscendo a forgiare chiodi estremamente forti che potevano essere martellati nelle fessure granitiche di Yosemite senza piegarsi, nonché rimossi senza essere mutilati, rendendoli così riutilizzabili.

Questi chiodi sottili divennero noti come Lost Arrows: la loro introduzione fu determinante per l'apertura delle grandi pareti di Yosemite, come Half Dome ed El Capitan, inaugurando l'epoca del big wall americano. I Lost Arrows sono prodotti ancora oggi da Black Diamond. Questo stesso modello, inoltre, fu ripreso da Yvon Chouinard, nel 1957: allora giovane squattrinato, sarebbe diventato il fondatore del marchio Patagonia.
Dopo aver scoperto l’arrampicata, insoddisfatto di quanto si poteva trovare sul mercato, Chouinard decise di farsi i chiodi da solo. I primi vennero prodotti dalla vecchia lama di una mietitrice e furono presto collaudati proprio a Yosemite, nella prima salita del camino del Los Arrow e sulla parete nord della Sentinel Rock. Presto la voce della bontà di questi chiodi si diffuse e tutta la comunità degli arrampicatori, e ciascuno, per la modica cifra di un dollaro e cinquanta l'uno, volle avere i chiodi in acciaio al cromo-molibdeno di Chouinard.

Insieme al socio Tom Frost, da metà anni Cinquanta a fine Sessanta, Chouinard produsse una serie di chiodi utili per ogni esigenza: dai piccoli "rurps" ai giganteschi "bong", un cuneo forato utilizzato su fessure molto ampie e inserito tramite il martello.

Con l'esplosione dell'arrampicata negli anni Sessanta, però, emerse però un problema fino ad allora poco considerato. L'aumento del numero di ripetizioni comportava migliaia di martellate sulle stesse vie, e ogni inserimento e successiva estrazione di un chiodo modificava irreversibilmente la roccia. Le fessure si allargavano progressivamente, gli spigoli si consumavano e alcune protezioni perdevano efficacia. Paradossalmente, proprio la maggiore resistenza dei chiodi in acciaio contribuiva ad accelerare questo fenomeno: essendo recuperabili, venivano riutilizzati continuamente, aumentando il numero complessivo di infissioni sulle stesse linee.
Fu in questo contesto che maturò una riflessione destinata a cambiare radicalmente l'etica dell'arrampicata. In Gran Bretagna, dove molte rocce - in particolare il gritstone e alcune arenarie - sono estremamente delicate, gli arrampicatori avevano già iniziato a limitare l'uso del martello da tempo. Negli anni Cinquanta comparvero le prime protezioni passive ricavate da semplici dadi industriali attraversati da un cordino, inseriti negli strozzamenti naturali delle fessure non diversamente dai sassi di Wood negli anni Venti. Con quell’idea, nel 1961 John Brailsford sviluppò i primi dadi progettati specificamente per l'arrampicata, segnando la nascita del moderno "nut".

La vera rivoluzione culturale arrivò però nel 1972, quando Yvon Chouinard e Tom Frost pubblicarono nel catalogo della Chouinard Equipment il celebre saggio dedicato al "clean climbing", accompagnato da un influente testo di Doug Robinson. Il messaggio era tanto semplice quanto innovativo: la roccia è una risorsa limitata e l'arrampicatore ha la responsabilità di conservarla. Di conseguenza, ogni protezione dovrebbe essere rimossa al termine della salita e il martello dovrebbe essere evitato ogni volta che la conformazione della parete consente l'impiego di sistemi alternativi.
Il clean climbing non rappresentava soltanto una nuova tecnica, ma un diverso modo di concepire l'attività alpinistica. L'obiettivo non era più lasciare una via "attrezzata" per chi sarebbe venuto dopo, bensì percorrerla senza modificarla. Questa filosofia si diffuse rapidamente nello Yosemite e, nel giro di pochi anni, influenzò gran parte della comunità internazionale.
Le prime protezioni utilizzate in questo nuovo approccio furono i nut. Il loro impiego eliminava completamente la necessità del martello, permetteva di proteggere rapidamente la progressione e non lasciava alcun segno permanente. Poco dopo comparvero gli Hexentric, dadi esagonali di dimensioni maggiori che, grazie alla loro particolare geometria, potevano lavorare sia per incastro sia con un leggero effetto di camma, offrendo un'eccellente protezione nelle fessure più ampie.

L'evoluzione decisiva arrivò alla fine degli anni Settanta con l'invenzione del Friend da parte dell'ingegnere aerospaziale e arrampicatore americano Ray Jardine. Il dispositivo sfruttava il principio della camma a espansione costante: una serie di lobi articolati si espandevano automaticamente all'interno della fessura mantenendo un angolo ottimale di attrito. Per la prima volta diventava possibile proteggere in modo rapido e affidabile anche le caratteristiche fessure parallele del granito, fino ad allora estremamente difficili da assicurare senza ricorrere ai chiodi.
Sull’origine del nome "friends" (‘amici’), si dice che Ray Jardine fosse enormemente preoccupato che qualcuno potesse rubargli il brevetto, prima di poterlo commercializzare. Così, nascondeva i prototipi in una busta che estraeva solo quando non c’era nessuno in parete, quando si preparava a salire le vie, che potesse rubargli il brevetto. Un giorno il suo compagno di cordata gli chiese semplicemente: "Ray, ti sei ricordato di prendere gli amici?". Da allora, quegli strani attrezzi con camme, fettucce e stelo ebbero un nome.
L'introduzione del Friend trasformò radicalmente l'arrampicata: da allora l'attrezzatura ha continuato a evolversi con la comparsa di microfriend, micro nut, offset, tricam e dispositivi sempre più leggeri e sofisticati. Quest’idea, nata tra le fessure dello Yosemite e consolidata sulle rocce britanniche, a costituire ancora oggi il fondamento dell'arrampicata tradizionale moderna.
Negli anni Ottanta questa evoluzione tecnica coincise con la nascita dell'arrampicata sportiva. La diffusione dello spit come protezione permanente (di cui ci occuperemo nel prossimo articolo), diede origine a due filosofie sempre più distinte. Da una parte si sviluppò l'arrampicata sportiva, orientata alla difficoltà atletica e basata su itinerari preventivamente attrezzati; dall'altra prese forma quello che venne definito "traditional climbing", o più semplicemente "trad", in cui il capocordata è responsabile di costruire autonomamente la propria sicurezza mediante protezioni completamente removibili.












