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Alpinismo | 10 agosto 2026 | 06:00

"La nostra linea era diventata una vera e propria cascata d'acqua. Fino a 7000 metri si saliva in maglietta a maniche corte". Il racconto di Francois Cazzanelli dal Karakorum

"È una montagna che mi è rimasta impressa da quando la vidi nel 2022, mentre andavo al K2: impossibile non rimanerne colpiti". Il progetto del Gasherbrum IV, poi, il caldo che li costringe a cambiare programma: un'ascesa veloce al G2 e l'incontro con Nims Purja. Il racconto di Cazzanelli dal Pakistan, un quadro complesso che collega il Cervino agli 8mila

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Il 7 giugno scorso Francois Cazzanelli festeggiava il primo Cervino di stagione. È stata la 112esima volta che affrontava quell'ascesa, ed ogni volta – racconta l'alpinista – si sente sempre come fosse la prima, raggiunta il 30 giugno del 2003. Eppure, in questa stagione in particolare, il Cervino è cambiato drasticamente.

 

A inizio luglio, dopo che due alpinisti hanno perso la vita sulla Cresta dell'Hornli, le guide di Zermatt hanno rinunciato alle ascensioni sul versante svizzero. Poche settimane dopo - in giorni di zero termico a 5mila metri - chiudeva la stagione dello sci estivo ai piedi della Gran Becca. Poi, qualche giorno fa, un forte temporale ha interessato il versante valdostano, innescando colate detritiche e, più tardi, una frana di grosse dimensioni. Pur senza colpire nessun alpinista, questi eventi calamitosi avevano convinto la Società Guide del Cervino a seguire l'esempio dei colleghi elvetici e sconsigliare ogni salita.

 

Nel frattempo, però, Cazzanelli era partito per il Pakistan. Le sue vacanze dal mestiere di guida erano state da tempo destinate ad un progetto che maturava da anni: il Gasherbrum IV.

Con i suoi 7925 metri, il G4 è la sesta montagna del Pakistan, la cui cima è stata raggiunta per la prima volta il 6 agosto 1958 da Walter Bonatti e Carlo Mauri, membri della spedizione italiana guidata da Riccardo Cassin. In quasi settant'anni, la via Bonatti-Mauri non è ancora stata ripetuta. Ad ogni modo, Cazzanelli e Jérôme Perruquet avevano in programma di aprire una nuova via sulla montagna, e con questo intento erano partiti il 26 giugno verso il Karakorum.

 

"L'idea di andare al Gasherbrum IV - racconta Cazzanelli - è qualcosa che avevo in testa da tanti anni. È una montagna che mi è rimasta impressa da quando la vidi nel 2022, mentre andavo al K2. È impossibile non rimanerne colpiti: è bellissima e ha una storia incredibile. Da lì è nata la voglia di provare a fare qualcosa su quella montagna. Sapevamo benissimo che le nostre possibilità erano ridotte: due alpinisti da soli su una montagna così grande e così alta partono già con poche probabilità di successo. Però volevamo provarci, volevamo misurarci con quella sfida".

 

Purtroppo, appena arrivati ai piedi della montagna, gli alpinisti si sono resi conto che il loto progetto era irrealizzabile. "Faceva caldissimo: fino a 7000 metri si saliva in maglietta a maniche corte. Il tempo era instabile, continuava a nevicare in quota e ad accumularsi neve, mentre più in basso c'erano colate d'acqua ovunque e continue scariche di pietre. Erano condizioni davvero anomale".

 

Dopo che la ricognizione alla base del Gasherbrum IV ha costretto gli alpinisti a ritornare sui loro passi, hanno quindi deciso di cambiare programma e puntare al Gasherbrum II (8035 metri). Fortunatamente, avevano già il permesso per quella montagna perché il piano iniziale prevedeva di acclimatarsi proprio lì.

"Anche sul Gasherbrum II il nostro obiettivo era una via nuova. Abbiamo completato l'acclimatamento e tutta la parte più impegnativa dal punto di vista logistico, con il trasporto del materiale, ma il giorno in cui siamo partiti per il tentativo la nostra linea era diventata una vera e propria cascata d'acqua. Anche sulla via normale la situazione era complicata tutti i team erano bloccati dalla tanta neve accumulata tra i 7mila e gli 8mila metri. Al Campo 1 tutti brancolavano nel buio, senza una strategia, con ormai solo tre giorni di bel tempo a disposizione. Abbiamo deciso di scendere al Campo Base, riorganizzarci e tentare una salita veloce".

 

"Tra tutti gli Ottomila che ho scalato, questo è stato sicuramente quello più travagliato".

 

Il 20 luglio Francois Cazzanelli, Stefano Stradelli ed Etienne Janin sono partiti e in circa sei ore hanno raggiunto il Campo 2, a 6.500 metri, dove si sono riposati per qualche ora. Qui abbiamo ritrovato alcuni amici austriaci, Benjamin Zörer ed Egon Egger, con i quali, alle 20:00, sono partiti in direzione della vetta. Al Campo 3 hanno raggiunto gli altri alpinisti e sherpa e alle 10:30 erano finalmente tutti in vetta.

 

"Essere tutti e cinque lassù è stata una gioia incredibile".

"Direi che almeno una ventina di persone hanno raggiunto la cima". Tra questi c'era anche Nirmal Purja, l'alpinista nepalese celebre per aver scalato tutti i quattordici Ottomila in poco più di 6 mesi, che pochi giorni dopo, il 30 luglio, è stato coinvolto nella tragedia del Broad Peak, in cui ha perso la vita insieme ad altri 9 alpinisti.

 

Quella di Cazzanelli, erano l'unica cordata impegnata su un progetto di quel tipo. Gli altri erano quasi tutti sulla via normale del Gasherbrum II. "Il tempo ci ha messo continuamente alla prova", prosegue Cazzanelli. "Anche il giorno della vetta le condizioni sono state peggiori del previsto e prendere decisioni non è stato semplice. Quando siamo rientrati al campo base, alle 20, dopo 24 ore di fatica, ha ricominciato persino a piovere. Stanchi, ma con la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di speciale in una stagione davvero complicata".

 

Dopo la gioia iniziale, in effetti, alcune riflessioni scendono a velare l'entusiasmo degli alpinisti. Poi, al rientro, venendo a conoscenza dei fatti del Cervino, gli interrogativi montano e lasciano un'ombra di preoccupazione, quella che si prova di fronte a fenomeni così grandi e solitamente distanti rispetto a noi.

Dal Karakorum alle Alpi, nessuno escluso, le montagne stanno subendo un cambiamento radicale e repentino. Tra vent'anni, ci saranno ancora le condizioni per affrontare ascese di questo tipo? Siano 8mila o 4mila?

 

"C'è sicuramente da preoccuparsi", afferma l'alpinista, guida e soccorritore valdostano di rientro dal Pakistan. "Quello che abbiamo visto è un'altra conseguenza di ciò che stiamo osservando anche sulle Alpi. Lo zero termico è arrivato a quote intorno ai 6.500 metri". Umberto Pellegrini, il meteorologo della Regione Val d'Aosta (in questo articolo il suo commento alle recenti cascate sul Cervino) che segue le spedizioni di Cazzanelli dall'Italia, segnalava già alla partenza anomalie importanti: in alcune giornate si registravano temperature di circa quattro gradi superiori alla media stagionale.

"Le precipitazioni, in sé, non mi hanno stupito più di tanto. Ho già vissuto spedizioni in Pakistan caratterizzate dal brutto tempo: il Pakistan è una zona notoriamente più instabile del Nepal. Ma un caldo del genere non l'avevo mai visto: durante il trekking del Baltoro, fino quasi ai 4.000 metri, la sera facevamo fatica a dormire in tenda per il caldo".

 

Per quanto riguarda il Cervino, Cazzanelli, membro della Società Guide del Cervino, ricorda la scelta di sospendere temporaneamente le salite sul Cervino, ma sottolinea anche come non si debba scivolare nell'idea che la montagna oggi sia un luogo da evitare in assoluto.

 

"È stata una scelta precauzionale: aspettiamo un miglioramento delle condizioni e soprattutto la fine di questi forti temporali che raggiungono quote molto elevate e destabilizzano ulteriormente la montagna. Quello che però mi dispiace è che della montagna si parli quasi sempre solo in occasione di tragedie, crolli o cadute di pietre. È come se passasse il messaggio che la montagna sia diventata improvvisamente tutta pericolosa e che non si possa più fare nulla. Non è così. In montagna si possono ancora fare moltissime cose. Si può arrampicare, scegliere itinerari più rocciosi, affrontare salite come le vie normali del Monte Rosa o del Gran Paradiso. Le condizioni sono certamente più complicate rispetto al passato, ma con una buona gestione del rischio si può ancora andare in montagna in sicurezza".

 

"La qualità più importante di un alpinista e di una guida alpina è la capacità di adattarsi: saper cogliere quello che la montagna ci offre in quel preciso momento". Se per una salita bisogna aspettare anni, insomma, bisogna imparare ad aspettare. "Proprio ieri parlavo con alcuni giapponesi a Cervinia: erano alla quarta trasferta dal Giappone per salire il Cervino e, per motivi ambientali, ancora non ci erano riusciti. Bisogna imparare ad accettarlo. Lo dice una persona che ha aspettato dieci anni prima di riuscire a salire la montagna dei propri sogni".

Francois Cazzanelli lo sa bene. Rientrato dal Pakistan ha accumulato un po' di accompagnamenti: ad alcuni, quelli sul Cervino, ha dovuto temporaneamente rinunciare, ma questo non ha compromesso il suo lavoro. Nel momento stesso della nostra conversazione è di rientro da un'uscita sul Polluce, nel Monte Rosa. Così, dunque, traccia un bilancio della spedizione nel Karakorum:

 

"Rientro soddisfatto. Abbiamo comunque portato a casa una bella vetta, in una stagione estremamente difficile. Non era quello il mio obiettivo principale, ma le condizioni non erano adatte per tentarlo. Va bene così: bisogna anche saper rinunciare e riuscire a vedere il valore di ciò che si è comunque riusciti a fare. L'esperienza insegna che la prudenza e la capacità di aspettare sono oggi più importanti che mai".

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