"Questo chiodo che fino ad ora ho sempre disdegnato, oggi lo uso molto volentieri". L'evoluzione dei 'ganci da parete' (che portò alla prima polemica tra rocciatori)

Nel primo articolo di una piccola serie intitolata "Dal chiodo allo spit", tentiamo di ricostruire la storia dei primissimi fittoni da roccia e dell'origine delle loro iniziali denominazioni, tratte dall'edilizia e dalla medicina. Da qui, con Hans Fiecthl, si arriva al chiodo da roccia moderno con anello disassato: la diffusione di questa tecnologia darà vita alla prima diatriba "etica" alpinistica e alla cosiddetta "epoca d'oro del sesto grado"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Fin dagli esordi dell’alpinismo si è tentato di sfruttare la roccia per proteggersi, per assicurarsi alla parete e poter azzardare di più. Questo tentativo, dall’Ottocento in poi, è cresciuto di pari passo con l’evolversi della pratica, adeguandosi via via alle difficoltà degli itinerari, alla conformazione delle pareti e alla natura della roccia. L’esito più considerevole di questo processo, intorno agli anni Settanta, è stato il chiodo a espansione tutt’ora utilizzato in falesie e pareti di tutto il mondo: lo ‘spit’.
Questo articolo inaugura una breve serie finalizzata a ripercorrere la storia di questi strumenti. Lungi dall’essere un’evoluzione esclusivamente "tecnologica", lo sviluppo di nuovi sistemi di ancoraggio e lo sguardo con cui osserviamo le pareti verticali si sono da sempre influenzati vicendevolmente, dando forma a quella che chiamiamo comunemente "cultura alpinistica"; anche con esiti - come vedremo - talvolta contraddittori.
Ma procediamo con ordine. Per primo venne il chiodo da roccia. È difficile stabilire la data di creazione del chiodo da roccia e quali alpinisti lo impiegarono per primi, ma ne traccia un quadro efficace la collana La storia dell’alpinismo, curata da Alessandro Gogna, con il volume n.22, L’evoluzione dell’attrezzatura, a firma di Elio Bonfanti.
Il riferimento a strumenti di ancoraggio, con il termine mauerhaken (gancio da parete), compare per la prima volta in un giornale di lingua tedesca nel 1885. I primi chiodi veri e propri furono infatti probabilmente prodotti in ambiente tedescofono: il termine haken indicava un fittone a estremità curva. Non avevano la testa ad anello, ma una forma a L, per passarci sopra la corda. Il nome poi rimase, indicando anche chiodi con forme diverse, come quelli a occhiello e ad anello.

Come sottolinea John Middendorf, in un articolo su bigwallgear.com, "mauerhaken" non era un termine esclusivo per l’arrampicata. Qualsiasi tipo di gancio in muratura, come quelli fissati sulle abitazioni per attaccare lanterne, attrezzi da cucina, redini dei cavalli o altro. Anche i vigili del fuoco includevano questi chiodi come parte della loro attrezzatura da arrampicata su strutture in mattoni e pietra ben prima che fossero mai usati per riferirsi a pezzi di attrezzatura usati in alpinismo.
Diffusi anche nell’arrampicata su roccia, questi fittoni – piuttosto lunghi e ingombranti – vennero utilizzati inizialmente solo per le calate, poi, col tempo, vennero adottati anche per gli ancoraggi, e solo infine per la progressione. Ma ci volle diverso tempo affinché questo accadesse: fino ad allora, le manovre di corda si effettuavano tenendola semplicemente in mano.
Gli Accademici del Caai ricordano qualche episodio significativo della loro comparsa. "La prima ascensione del Dente del Gigante, una delle più celebri guglie della catena del Monte Bianco, fu effettuata, dopo tre giorni di preparazione, il 28 luglio 1882, dalle guide valdostane Jean-Joseph, Baptiste e Daniel Maquignaz, grazie all’impiego di attrezzi simili a chiodi. Sembra che anche gli austriaci Otto Ampferer e Karl Berger nel compiere, il 16 agosto 1899, la prima ascensione assoluta del Campanile Basso di Brenta abbiano fatto ricorso, per superare la parete finale, all’uso di chiodi".

Trattasi, in questo caso, di chiodi a forma di T, dove la corda veniva fatta passare attorno alle due alette della testa. Di questo stesso genere era quello recuperato da Marino Stenico su Cima Brenta, anch’esso risalente al 1882, che sembrerebbe essere uno dei primi ad essere stato utilizzato sulle Alpi.
In Francia e in Inghilterra, invece, il nome del chiodo da roccia, "piton", sembra avere un’origine diversa. Pare che sia stato Claude Wilson, medico autodidatta del sud di Londra e illustre alpinista, a coniare questo termine nella All England Series - Mountaineering, del 1893, uno dei primi manuali di arrampicata in inglese. Infatti, prima di allora, "piton" era un termine proprio della medicina e indicava piccoli pioli conficcati nell'osso durante procedure chirurgiche.
In Francia, il termine compare per la prima volta con il significato di "chiodo da roccia" nella rivista francese di alpinismo La Montagne, nel 1918, dove ci si riferisce a un "piton" come a una punta di ferro. Nella relazione del 1916 sulla parete nord del Mont Aiguille, il chiodo ha la forma di un’ancora metallica lunga 20 centimetri.
Il chiodo vero e proprio, simile a quello contemporaneo, arriva però dall’Austria, nel 1909: il primo disegno di chiodo sottile con occhiello disassato (l’elemento centrale del design del chiodo moderno) sembra essere opera dell’austriaco Hans Fiechtl, fortissimo scalatore della Scuola di Vienna. Fiechtl e il suo fabbro, forgiando i chiodi da un unico pezzo di acciaio, riuscirono a individuare una forma e una durezza ottimale per un buon chiodo da pietra calcarea, capace di deformarsi abbastanza per incastrarsi senza però sbriciolare la roccia, e condivisero ampiamente il nuovo modello.

Il chiodo ad anello è citato già da Zigsmondy nel suo manuale del 1911, e fu usato da Dibona nella sua salita al Croz dell’Altissimo, nel 1910. La diffusione dei chiodi da roccia fece scoppiare una delle prime diatribe "etiche" sull’alpinismo: quella tra Paul Preuss e Hans Dulfer.
All'inizio del XX secolo, Hans Dülfer era l'esponente di punta della cosiddetta Scuola di Monaco, un gruppo di scalatori che iniziò a introdurre sistematicamente l'uso di nuovi strumenti per affrontare pareti altrimenti considerate inaccessibili. Dülfer fu un innovatore straordinario: a lui si deve l'introduzione dei primi moschettoni (utilizzati per la prima volta nel 1912 sulla Fleischbank) per collegare la corda ai punti di assicurazione. Questa "tecnicizzazione" permetteva di alzare drasticamente il livello di difficoltà, ma per i puristi dell'epoca rappresentava una minaccia all'integrità della sfida con la montagna.
Paul Preuss, invece, considerato il padre spirituale dell'arrampicata libera, si oppose fermamente a questa deriva tecnica. La sua filosofia era basata sul principio che lo scalatore dovesse contare esclusivamente sulle proprie capacità fisiche e psichiche, senza aiuti esterni. Per codificare questo pensiero, Preuss formulò sei regole ferree, note come il "Codice Preuss". Tra queste vi erano il divieto assoluto di usare chiodi per la progressione e l'obbligo di disarrampicare la parete senza corda al termine della via, ma soprattutto il monito alla corretta valutazione delle proprie forze unica fonte di sicurezza, piuttosto che quella ottenuta forzosamente con mezzi artificiali.
Mentre Dülfer e i suoi compagni vedevano nei chiodi e nei moschettoni degli strumenti per spostare i confini della sfida e aprire nuovi orizzonti, Preuss sosteneva che l'uso di tali mezzi "umiliasse" la montagna, trasformando la scalata in un "lavoro manuale" dove la tecnica vinceva sul coraggio.
Nella realtà, entrambe queste "scuole" o "filosofie" dell’alpinismo di primo Novecento, utilizzavano un numero di chiodi che a noi oggi sembrerebbe ridicolo e fuori di senno: nell’ordine dei cinque o sei chiodi per vie di oltre 700 metri. Beatrice Tomasson, autrice della prima salita alla parete sud della Marmolada, nel 1901 utilizzò soltanto quattro chiodi su un muro di oltre 600 metri.

In Francia, ci volle qualche tempo perché l’utilizzo di chiodi fosse progressivamente accettato. Questi ottennero maggiore rispetto e accettazione a partire dal 1929, quando la grande guida alpina Armand Charlet, trovandosi in una situazione di estremo pericolo durante la prima salita invernale al Dru, ammise: "Questo chiodo che fino ad ora ho sempre disdegnato, oggi lo uso molto volentieri".
Fu anche grazie a certi strumenti che, tra gli Anni Venti e Quaranta del Novecento, sulle Alpi maturò quella che è comunemente ricordata come "l’epoca d’oro del sesto grado". La difficoltà in arrampicata venne per la prima volta codificata con la scala di Willo Welzenbach, e – con il mito della linea impossibile – emersero anche i suoi primi "eroi": Emil Solleder, Riccardo Cassin, Emilio Comici.
Il superamento di limiti fino ad allora invalicabili divenne la regola. Dopo Fiechtl si apriva una nuova era per l’alpinismo, e - come vedremo - gli esiti di questa rivoluzione non saranno affatto scontati. Con un certo grado di generalizzazione, si potrebbe dire che seguiranno le due strade opposte anticipate da Preuss e Dulfer, che in qualche modo riflettevano due modi diversi di intendere l’alpinismo.
Per comprendere a pieno lo sviluppo di questi strumenti, però, dovremo spostarci oltremare, in Gran Bretagna prima, e negli Stati Uniti poi. Su questi aspetti, si concentrerà il prossimo articolo.












