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Alpinismo | 30 luglio 2026 | 06:00

La storia in parte misteriosa di una delle prime alpiniste italiane, che non lasciò nessun racconto delle sue oltre 100 ascensioni. "Luisa Fanton, madrina dei rifugi e delle cime"

"Luisa Fanton ha un fascino particolare, aspetto regale come le sue montagne, ma modi angelici, modestissima e sublime. Credo sia la donna, per me, più meravigliosa che ho incontrato sulle crode". Risulta in parte complicato trarre un ritratto certamente veritiero dell'alpinista, ma una cosa è certa: la sua è una storia da non dimenticare

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Inizio secolo scorso. Primi anni dell’alpinismo esplorativo Veneto. Le innumerevoli guglie, aguzze come lame, svelte come cuspidi su cui l’attenzione degli scalatori comincia concentrarsi dopo le ascese delle grandi cime dolomitiche […]. Colori che variano dal grigio perla all’ocra, dal bruno al nero, dal giallo al rosso, mondo magico di torrioni, aghi, campanili, anfrattuosità rocciose, ghiaioni e morene, prati e foreste. Tutto un universo magico e meraviglioso ancora da scoprire". 

 

Questo doveva essere il Cadore, secondo Spiro dalla Porta Xidias, all’inizio del secolo scorso. Il regno dei fratelli Fanton e in particolare di Luisa Fanton (Calalzo di Cadore 1891-1976), loro che non erano cittadini in cerca di nuove vie a cui apporre i loro nomi, ma valligiani che desideravano ardentemente conoscere le loro montagne, quelle cime che fin da piccoli avevano accompagnato la loro crescita, come mute e fedeli guardiane. Quei geroglifici familiari ma misteriosi che ora volevano conoscere e decifrare attraverso la pratica alpinistica.

 

Risulta in parte complicato trarre un ritratto certamente veritiero della figura di Luisa Fanton, questo perché nel corso della sua vita, che mi risulti, non ha mai pubblicato nessun racconto e nessuna sua versione delle oltre cento ascensioni, tra cui cinquantanove prime assolute o vie nuove a cui ha preso parte.

 

Numerosissime sono le parole a lei dedicate, le descrizioni di lei rimaste, e le avventure narrate in cui il suo nome compare, ma purtroppo sono sempre e solo scritte da voci e soggetti maschili; proprio questo fatto insinua in noi curiosi, che a lei e alla sua storia oggi ci accostiamo, il dubbio di chi veramente fosse. Questo suo silenzio, questo vuoto di notizie che a noi rimane, rende però ancora più intrigante e misteriosa la storia di una delle prime alpiniste italiane.

 

"Luisa Fanton ha un fascino particolare, aspetto regale come le sue montagne, ma modi angelici, modestissima e sublime. Credo sia la donna, per me, più meravigliosa che ho incontrato sulle crode". Con queste parole piene di ammirazione Severino Casara ritrae Luisa Fanton in uno dei suoi scritti editi postumi all’interno del libro Sulle Dolomiti del Cadore, o ancora: "A Luisa Fanton, madrina dei rifugi e delle cime" questa è la dedica affettuosa che Marcello Canal, suo amico e compagno di arrampicate, le affida nell’incipit dell’articolo intitolato La straordinaria campana uscito nel numero di maggio del mensile del Club Alpino Italiano del 1929.

 

Ma proprio a partire dall’affetto e dalla stima che emerge da ogni singola parola che è stata scritta su di lei, e forse questo suo non aver lasciato traccia scritta, ma solo i fatti e niente più ci rivela una delle sue caratteristiche principali e più avvincenti: il suo essere una compagna di arrampicata e di ascese temerarie a cui affidare la propria vita, una fraterna spalla su cui appoggiare senza ogni indugio, come fece il fratello Berto quando insistette per averla al suo fianco durante i due tentativi di superare la parete nord del Campanile di Val Montanaia, che all’epoca veniva considerato un problema impossibile da risolvere.

 

Quello che le è mancato per essere considerata un’alpinista moderna è la libertà di azione, racconta Spiro dalla Porta Xidias in Donne in parete, forse per indole e carattere personale, ma certamente anche per un’imposizione dall’alto; infatti, a quel tempo l’iscrizione al Cai non era aperta alle donne.

 

Luisa Fanton dedica la sua vita alla gestione dell’albergo Marmarole, a Calalzo, di proprietà della famiglia. Un albergo molto particolare, che ancora oggi attirerebbe numerosi appassionati di montagna, perché era gestito da soli alpinisti e valligiani, ovvero dai fratelli Fanton: Berto, Paolo, Arturo, Augusto, Luisa, tutti scalatori famosi. Entrando ci si ritrovava tra scarponi, corde, e rudimentali chiodi, e subito ci si sarebbe immersi in discorsi e dibattiti accesi, su quale fosse la via migliore, su qualche sogno proibito da tenere nascosto, o ancora in racconti avventurosi di prime assolute. Era un vero punto di riferimento per la comunità di alpinisti dell’epoca; Calalzo, infatti, era raggiungibile con la ferrovia.

 

Negli anni in cui Luisa e i suoi fratelli si approcciarono alla roccia l’alpinismo era ancora tutto di esplorazione soprattutto in Cadore e Luisa non ha mai appreso con guide le tecniche di ascesa, ma ha imparato accompagnando i fratelli, legandosi a loro e impratichendosi con prove ed errori.

 

I suoi risultati alpinistici si possono dividere in due blocchi, scanditi e segnati dalla Grande Guerra. Infatti, il conflitto mondiale marca una soglia fondamentale per la famiglia Fanton che dovette affrontare il lutto dovuto alla perdita del fratello maggiore Berto. Precisamente un anno prima dell’entrata in guerra dell’Italia, nel 1914, in compagnia proprio di Berto, compie un’impresa memorabile: la traversata delle tre cime dell’Antelao da est a nord. A causa del meteo avverso furono costretti anche a compiere un bivacco in quota.

 

Dopo la Grande Guerra riprende a scalare, in compagnia di vari nomi di spicco, celebre è la prima salita assoluta alla Punta Avoltri con Severino Casara e Antonio Berti. Così Casara la racconta: "Un giorno, il 19 agosto 1926, con Luisa e Toni - così chiamavo il professor Berti, mio maestro, - salii in auto alla volta di Cima Sappada e a piedi proseguimmo nell’alta valle sotto il Peralba e l’Avanza, puntando verso oriente sull’ultima cima della catena, ultima anche delle Dolomiti Orientali. Arrancammo per erti pendii e, dopo due ore di arrampicata divertente, fummo in vetta. Berti la nominò punta Avoltri, perché incombe sul paese omonimo nella valle del Degano. Mentre Toni annotava nel taccuino la relazione e tutto quello che vedeva sulle montagne vicine e lontane e io erigevo l’ometto, Luisa, nel solare silenzio, inginocchiata pregava. Pregava per i suoi fratelli scomparsi, per gli alpinisti caduti in montagna, e per tutti i compagni di croda".

 

La sua "carriera" proseguirà, non è certo fino a che età, ma recando sempre con sé la pesante cicatrice emotiva del primo conflitto mondiale, sempre come seconda in cordata, forse perché era il suo forte, oppure perché di più allora non le era concesso fare. Tra questi vuoti e queste ipotesi, una cosa è certa, la sua è una storia da non dimenticare.

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