Non è facile da immaginare, ma un tempo sul pendio correva una ferrovia (dove oggi passano gli scarponi). Le rotaie della memoria, salendo al Lago di Malciaussia

Un anello in alta Valle di Viù, tra boschi, alpeggi e laghi alpini, seguendo in salita il tracciato della vecchia ferrovia Decauville che servì i cantieri idroelettrici di Malciaussia, e rientrando attraverso il solitario ambiente del Lago Falin

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
da Torino si raggiunge Lanzo Torinese e si prosegue sulla Provinciale per Viù, risalendo l'omonima valle superando Usseglio e arrivando alla frazione di Margone
Ci sono montagne che si lasciano ricordare soprattutto per una cima, un ghiacciaio, una parete. E poi ce ne sono altre nelle quali il fascino nasce dalla somma di molte storie, alcune evidenti, altre quasi nascoste sotto la vegetazione. La Valle di Viù appartiene a questa seconda categoria. È la più meridionale delle tre grandi valli che formano le Valli di Lanzo e si incunea fra la Valle di Susa, a sud e la Valle d'Ala a nord. Il suo paesaggio è dominato da una corona di rilievi severi, dal Rocciamelone alla Croce Rossa, dalla Punta Lunella al Monte Lera, la cui sagoma inconfondibile accompagna soprattutto il tratto terminale della valle. Usseglio, ultimo comune della Valle di Viù, si trova in un'ampia conca attraversata dalla Stura e circondata da montagne che già a questa quota fanno percepire la vicinanza dell'alta montagna. È in questo ambiente che si trova Margone, frazione di Usseglio posta a 1409 metri di quota, ultimo nucleo abitato raggiungibile tutto l'anno lungo la strada che conduce verso Malciaussia, mentre più avanti la provinciale viene normalmente chiusa nella stagione invernale. Il paese è attraversato dalla Stura di Viù e guarda verso una successione di montagne nelle quali il Monte Lera costituisce uno degli elementi più riconoscibili del panorama. Ma fermarsi alla sola dimensione paesaggistica significherebbe perdere una parte essenziale del carattere di questo territorio. La Valle di Viù è infatti una valle abitata e attraversata da millenni: le testimonianze archeologiche raccontano presenze preistoriche, celtiche e romane, mentre l'antica posizione dei suoi passi verso la Francia e la Valle di Susa ne fece un territorio di transito e di scambio. Ad Usseglio, inoltre, sono documentate attività agricole, artigianali e minerarie, fra cui lo sfruttamento dei giacimenti di cobalto nel Vallone del Veil tra Settecento e Ottocento. E ancora edifici religiosi, antichi nuclei, mulini e altre tracce di una civiltà alpina che per secoli ha dovuto costruire il proprio equilibrio fra bosco, pascolo, acqua e roccia.
Il percorso che da Margone conduce a Malciaussia aggiunge a questa storia una pagina più recente, ma forse ancora più evidente sul terreno: quella della grande trasformazione idroelettrica delle Valli di Lanzo. Oggi il Lago di Malciaussia appare come un tipico specchio d'acqua alpino, incastonato fra montagne imponenti e frequentato da escursionisti, ma è un lago artificiale. La diga fu costruita tra gli anni Venti e Trenta del Novecento all'interno di un vasto sistema di sfruttamento delle acque della Valle di Viù, che comprendeva invasi, gallerie, condotte forzate e centrali. La costruzione modificò radicalmente la conca e portò alla sommersione dell'antico abitato di Malciaussia, del quale rimangono soltanto alcune testimonianze a monte dell'invaso. L'intervento faceva parte di una più ampia stagione dell'industrializzazione idroelettrica piemontese, quando l'acqua delle vallate alpine diventò una delle principali risorse energetiche della modernizzazione.
Per portare materiali e uomini nei cantieri venne realizzata anche una ferrovia a scartamento ridotto, la Decauville, il cui tracciato costituisce oggi una delle parti più interessanti dell'escursione. La linea collegava i cantieri del Lago Dietro la Torre con quelli di Malciaussia e correva in parte scavata direttamente nella montagna. È difficile immaginare, mentre si cammina su questo stretto balcone roccioso, la funzione originaria di quella che oggi appare come una traccia escursionistica: dove passano gli scarponi un tempo correvano piccoli convogli destinati al trasporto dei materiali necessari alla costruzione dell'imponente sistema idroelettrico. In alcuni punti sopravvivono ancora le rotaie, mentre la massicciata è stata cancellata dalle valanghe e dalle frane. Una galleria di circa 120 metri obbliga inoltre a entrare per qualche minuto nel cuore della montagna, ripercorrendo fisicamente una delle opere più singolari di quella stagione (e obbliga anche ad avere una torcia elettrica…). È uno di quei luoghi nei quali la storia non deve essere raccontata su un pannello, ma appare davanti agli occhi, nella roccia tagliata, nei gradini metallici, nei resti della ferrovia e nelle opere che continuano a segnare il paesaggio.
Sulle rotaie della Decauville
La salita, nel complesso, non è particolarmente lunga né presenta un dislivello elevato, ma il tratto della Decauville ha passaggi esposti, alcuni dei quali attrezzati con corde fisse, e il terreno può diventare delicato dopo piogge, con presenza di acqua nella galleria e fondo scivoloso nei punti interessati da frane o colamenti, e per questo il percorso è adatto a escursionisti esperti. Da Margone si parte lasciando alle spalle le ultime case e imboccando il sentiero diretto verso il rifugio Luigi Cibrario. Il primo tratto è quello nel quale si concentra buona parte del dislivello dell'escursione, con il sentiero che sale fra baite e prati, guadagnando quota con decisione, fino a raggiungere un pianoro dal quale si comincia a intuire la linea della vecchia ferrovia. È un avvio che non regala subito la dimensione spettacolare del percorso, ma permette di entrare gradualmente nell'ambiente della montagna abitata. Le baite, i muretti, i pascoli e le aperture nel bosco raccontano un'economia che un tempo utilizzava ogni porzione possibile del territorio. Poi, quasi improvvisamente, compare la traccia della Decauville. Da qui il carattere dell'escursione cambia. Il sentiero n° 111B segue il vecchio sedime ferroviario e, dopo alcuni tratti ancora relativamente agevoli, entra in zone dove la montagna ha ripreso possesso dell'opera dell'uomo. Le valanghe hanno asportato in più punti la massicciata, mentre ontani e altra vegetazione hanno colonizzato il tracciato. In un primo passaggio la vecchia sede ferroviaria è interrotta da una frana e il superamento avviene con l'aiuto di una corda fissa e di alcuni gradini metallici, ma più avanti la linea torna a essere riconoscibile e si appoggia direttamente alla parete, offrendo uno dei tratti più caratteristici dell'intero anello. Qui la montagna si apre sotto i piedi e lo sguardo si allunga verso la costiera fra Valle di Viù e Valle di Susa. È un panorama che acquista valore proprio perché arriva dopo la fatica iniziale: non è un punto panoramico costruito per essere raggiunto, ma una finestra che si apre lungo una vecchia infrastruttura industriale.
La galleria è forse il momento più particolare e caratteristico dell'intera escursione. Lunga circa 120 metri e incurvata, non consente di vedere contemporaneamente entrata e uscita, nel tratto centrale la luce scompare completamente e per alcuni istanti il percorso diventa soltanto suono, acqua e roccia. È indispensabile avere con sé una torcia o una lampada frontale e occorre prestare attenzione al fondo, che può essere bagnato. Usciti nuovamente all'aperto, il tracciato attraversa un corso d'acqua in corrispondenza di una cascata e torna per un tratto fra i prati, prima di affrontare l'ultimo passaggio scavato nella parete. La sensazione è quella di percorrere un'opera sospesa fra due epoche: davanti c'è il lago moderno, creato dalla diga, mentre sotto i piedi c'è la ferrovia che rese possibile la costruzione di quella diga. L'ultimo tratto della Decauville conduce sopra la strada e termina a breve distanza dal Lago di Malciaussia. Poco dopo, la vista si apre sulla conca e sull'acqua, con il Monte Lera, il Rocciamelone e le montagne dell'alta valle a comporre un quadro tipicamente alpino. La presenza del rifugio Vulpot, posto sulle rive del lago, ricorda inoltre come questa conca sia diventata nel tempo un punto di riferimento per l'escursionismo e per le salite verso le montagne circostanti. Malciaussia non è soltanto una destinazione, è una porta verso itinerari più impegnativi, fra cui quelli diretti al rifugio Tazzetti e alle alte montagne della testata della valle.

Nel silenzio del bosco
Per il ritorno, dal Lago di Malciaussia si può seguire la strada asfaltata, ma consigliamo di chiudere un anello che permette di scoprire altri scorci e altri luoghi della valle. Si torna per un breve tratto sulla strada e si intercetta il sentiero n° 111, che scende verso la Stura di Viù. È un cambiamento netto, perché dalla linea quasi orizzontale e panoramica della ferrovia, si passa a un sentiero più appartato, che perde rapidamente quota fino al corso d'acqua. Attraversata la Stura, il percorso risale sull'altro versante, entrando in un ambiente più ombroso e silenzioso. La presenza umana si fa meno evidente e il bosco diventa il protagonista, con radure e piccoli pianori che interrompono la salita. Il sentiero torna poi a guadagnare quota, con un ulteriore tratto di circa cento metri, fino a un piccolo colle dominato da rocce dalla forma particolare, uno dei passaggi che più convincono di questo anello, perché costringe a un nuovo cambio di ritmo: dopo avere raggiunto il lago principale e avere idealmente concluso la parte più importante dell'escursione, si ricomincia a salire. Ma proprio questa risalita evita che il ritorno sia una semplice discesa e conduce in una zona molto diversa da quella attraversata all'andata. Poco oltre si raggiunge infatti la conca dei Laghi Falin, o meglio ciò che rimane di questi piccoli specchi d'acqua, immersi in un ambiente umido e torboso. È un luogo appartato, quasi sorprendente considerando la relativa vicinanza della strada per Malciaussia, una conca dove vive una ricca flora, in un ambiente dal carattere sereno. Dal Falin comincia una discesa decisamente più impegnativa di quanto potrebbe suggerire la modesta altitudine del luogo. Il sentiero entra nel bosco e perde rapidamente quota, con tratti ripidi e un fondo che, soprattutto dopo la pioggia o quando le foglie coprono le pietre, può diventare insidioso. Si arriva infine alle Case Vajet, dove il paesaggio torna a mostrare le tracce della montagna abitata. Da qui è possibile seguire il sentiero fino a Margone, oppure raggiungere la strada attraverso la passerella sulla Stura e completare l'ultimo tratto sull'asfalto. Ed è proprio questa conclusione a dare all'itinerario un equilibrio particolare. La Decauville racconta la grande trasformazione industriale del Novecento, il Lago di Malciaussia rappresenta il risultato più evidente di quella trasformazione, mentre il sentiero del Falin riporta in una dimensione più antica e appartata, fatta di boschi, torbiere, pascoli e corsi d'acqua. Alla fine, tornando a Margone, rimane l'impressione di avere percorso non semplicemente un itinerario circolare, ma una piccola sezione della storia della Valle di Viù, tra rotaie che affiorano dalla vegetazione, una galleria buia, la diga, il lago artificiale, le baite, il Falin e i boschi, non elementi separati, ma capitoli diversi di uno stesso paesaggio. Dove la montagna non si limita a offrire una bella veduta da fotografare, ma invita, quasi costringe, a guardare ciò che l'uomo ha costruito, ciò che l'acqua ha modificato, e ciò che il tempo sta lentamente restituendo alla natura.
IL PERCORSO
Regione: Piemonte
Partenza: Margone (1409 m), frazione di Usseglio
Arrivo: Lago di Malciaussia (1809 m)
Accesso: da Torino si raggiunge Lanzo Torinese e si prosegue sulla Provinciale per Viù, risalendo l'omonima valle superando Usseglio e arrivando alla frazione di Margone
Dislivello: 550 m (l'interno anello)
Durata: 4/5 h (l'interno anello)
Difficoltà: EE (escursionisti esperti); indispensabile una torcia elettrica
Immagine di apertura: arcobaleno sul Lago di Malciaussia. © Manuele Pioc












