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Itinerari | 02 agosto 2026 | 19:00

Il rifugio dei pionieri bresciani non ebbe vita facile: danneggiato da una valanga a fine '800, requisito durante la Prima guerra mondiale e distrutto dalla Seconda. Sistemato, oggi accoglie escursionisti e alpinisti

Il rifugio Prudenzini oggi si incontra a 2235 metri. Poco sopra l'odierna struttura, lungo il sentiero, si possono ancora osservare i ruderi del primo, storico, edificio ottocentesco: pietre silenziose che raccontano l'inizio dell'alpinismo organizzato bresciano. Scopriamo questa storia attraverso la descrizione di un itinerario che, dalla Valle Camonica, sale nel cuore del versante lombardo dell'Adamello per affacciarsi sull'immensa distesa glaciale del massiccio

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
L'itinerario
Lombardia
EE (escursionisti esperti)
1700 m
5/6 h
Saviore dell’Adamello, loc. Fabrezza (1458 m)
Passo di Salarno (3147 m)

risalendo la Valle Camonica dal Lago d'Iseo, giunti a Cedegolo si svolta a destra e si sale a Saviore dell'Adamello, dove una stradina asfaltata di 4 km conduce fino alla località di Fabrezza

Ci sono salite che si misurano in ore e dislivello, e salite che si misurano in strati: strati di bosco, di pascolo, di roccia, di ghiaccio, e anche strati di tempo. Quella che da Fabrezza, località del comune di Saviore dell'Adamello, conduce al Passo di Salarno appartiene decisamente a questa seconda categoria. Non è una semplice escursione, piuttosto un attraversamento verticale della storia alpinistica bresciana, oltre che del territorio del Parco regionale dell'Adamello, che qui mostra uno dei suoi angoli più autentici e meno frequentati.
Siamo in Val Salarno, una diramazione laterale della Valle di Saviore, che a sua volta si stacca dalla Valle Camonica all'altezza di Cedegolo. È una valle stretta, incassata tra pareti granitiche, percorsa dal torrente Poia di Salarno e chiusa, alla testata, da un anfiteatro di cime che segnano il confine idrografico con il ghiacciaio del Pian di Neve. Il versante lombardo dell'Adamello, a differenza di quello trentino, per certi versi più conosciuto grazie al "facile" accesso dalla Val Rendena, conserva qui un carattere più selvaggio, fatto di laghi d'alta quota, torbiere, morene e bastionate rocciose che pochi sentieri riescono ad addomesticare. Geologicamente ci troviamo nel cuore del batolite dell'Adamello, il più esteso corpo intrusivo delle Alpi: un granito e una tonalite che affiorano ovunque, levigati dalle antiche lingue glaciali e oggi modellati da nevai residui e ghiacciai in ritiro. Dal punto di vista botanico l'escursione attraversa in sequenza quasi tutte le fasce vegetazionali alpine: il lariceto rado che accompagna i primi tornanti lascia presto spazio ai pascoli d'alta quota, dove rododendro, genziane e le immancabili stelle alpine punteggiano i prati fino ai duemila metri; più in alto la vegetazione si fa sempre più rada, ridotta a poche specie pioniere capaci di attecchire tra le rocce, fino a scomparire del tutto nel paesaggio lunare delle morene che precedono il passo.


In arrivo al rifugio Prudenzini. © Matteo Leoni

Rifugi dei pionieri

Non si può raccontare questa salita senza soffermarsi sulla storia dei due presìdi che la scandiscono, perché qui la montagna e la memoria del Club alpino italiano di Brescia si intrecciano in modo quasi inestricabile. Nel 1881 il Comune di Saviore cedette gratuitamente alla neonata sezione di Brescia un'area alla testata della Val Salarno, dove sorse quello che fu il primo rifugio alpino mai costruito dal sodalizio bresciano: un edificio modesto, pensato per dare appoggio ai primi esploratori del massiccio in un'epoca in cui l'Adamello era ancora, in larga parte, terra sconosciuta. Quella struttura pionieristica non ebbe vita facile: danneggiata e in parte travolta da una valanga sul finire dell'Ottocento, venne infine sostituita da un edificio nuovo, inaugurato il 29 giugno 1908 e intitolato all'avvocato Paolo Prudenzini di Breno, alpinista e scrittore di montagna scomparso l'anno precedente, tra i più assidui frequentatori di queste valli. Il rifugio Prudenzini che si incontra oggi, a 2235 metri, non è però un semplice monumento al passato: durante la Grande Guerra fu requisito dall'esercito e trasformato in casermetta, entrando a far parte della seconda linea difensiva italiana nel settore dell'Adamello, teatro della cosiddetta Guerra Bianca che insanguinò questi ghiacciai tra il 1915 e il 1918. Tornato rifugio dopo il conflitto, venne poi distrutto nel corso della Seconda guerra mondiale e in seguito ricostruito, fino a diventare la struttura ricettiva che oggi accoglie escursionisti, alpinisti e arrampicatori, questi ultimi attratti dalle numerose vie tracciate sulle bastionate granitiche del Corno Miller e del Corno e Cornetto di Salarno, che chiudono la valle. Poco sopra il rifugio, lungo il sentiero, si incontrano ancora i ruderi di quel primo, storico rifugio ottocentesco, pietre silenziose che raccontano l'inizio dell'alpinismo organizzato bresciano.
Salendo ancora, il racconto si sposta su un'altra figura e su un'altra epoca. Il Passo di Salarno, a 3147 metri, ospita infatti il bivacco intitolato ad Arrigo Giannantonj, alpinista che ha lasciato un segno profondo nella storia dell'alpinismo bresciano tra Ottocento e Novecento. Il vecchio bivacco in lamiera gialla, una struttura minima con appena 6 posti letto, sarebbe dovuto essere sostituito da un progetto completamente nuovo, frutto di un concorso internazionale bandito dal Distretto culturale di Valcamonica in collaborazione con il Parco dell'Adamello e con il Cai: a vincerlo fu lo studio LaMA dell'Università La Sapienza di Roma, con una proposta significativamente intitolata "cellula abitativa minima, autonoma, reversibile", giudicata da una commissione presieduta dall'architetto finlandese Sami Rintala. Il nuovo bivacco, con 8 posti letto e che sfrutta sole e vento per il comfort termico e recupera acqua piovana e neve, era un piccolo manifesto di architettura sostenibile ad alta quota, capace di dialogare con un ambiente estremo senza tradirne la fragilità. Era, perché a causa della non rispondenza ad alcune norme, soprattutto antisismiche, non venne mai installato, e oggi ha trovato una nuova collocazione al Valzellazzo di Lozio, sull'opposto versante della Valle Camonica.


Uno sguardo verso la Val Salarno dall’omonimo passo. © SPIW

Affacciati sul bianco

Ma veniamo all'escursione. Si parte da Fabrezza, a 1458 metri di quota, dove conviene lasciare l'auto nei pressi del rifugio Stella Alpina, punto di riferimento per chi risale la valle. Il sentiero, con segnavia n° 14, attraversa subito il torrente e imbocca un primo tratto ripido, a tornanti, dentro un bel bosco di larici e abeti: è il tratto più faticoso e monotono, ma anche il più breve. Usciti dal bosco il percorso si addolcisce, costeggiando il corso d'acqua fino a un pianoro dove si incontrano le malghe di Macesso di Sotto (1735 m) e, poco oltre, di Macesso di Sopra (1935 m). Da qui si comincia a intravedere il muraglione della diga del Lago di Salarno, che si costeggia sul versante occidentale passando accanto a una piccola chiesetta. La mulattiera prosegue poi lungo il Lago di Dosazzo e le sue torbiere, un ambiente umido e sorprendente in mezzo alla pietraia, fino a raggiungere, in circa 2 ore e mezza dalla partenza, il rifugio Prudenzini, dove termina, di fatto, la parte "facile" ed escursionisticamente elementare della giornata.
Dal rifugio si prosegue ancora sul sentiero n° 14, in direzione nord, ignorando l'innesto con il sentiero n° 1 dell'Adamello (la celebre Alta Via che collega i rifugi Lissone e Gnutti attraverso i passi Poia e Miller) e superando i già citati ruderi del vecchio rifugio di Salarno. È da questo punto che l'escursione cambia decisamente registro: il fondo si fa scomodo e morenico, il sentiero perde ogni riferimento di mulattiera per diventare una traccia tra i massi, segnata da ometti e rade bollature, che risale con decisione la testata della valle. Si cammina su terreno esigente, con tratti dove la pendenza si fa quasi verticale a ridosso della bastionata rocciosa finale, dove non mancano brevi passaggi di primo grado, mai difficili in senso tecnico, ma da affrontare con piede sicuro, specie in presenza di ghiaccio residuo o rugiada mattutina sulle rocce. Superata questa breve incastellatura si sbuca, quasi all'improvviso, al Passo di Salarno (3147 m), e davanti si apre lo scenario per cui vale ogni singolo passo di salita, quello dell'immenso Pian di Neve, la calotta glaciale che si stende ai piedi del Monte Adamello (3554 m) e dei Corni di Salarno. Il bivacco Giannantonj (3168 m), poco sopra il passo, chiude simbolicamente l'itinerario. Non si può che restare abbagliati da tale vastità, sedersi – anche per la stanchezza – e restare in contemplazione dell'immensa distesa bianca che si allunga e si allarga in ogni direzione. Perché non fermarsi una notte qui? Forse perché, come per tutti i bivacchi "alpinistici", dovrebbe essere usato solo in caso di necessità o durante le ascensioni. Va bene, la prossima volta saliremo con l'attrezzatura giusta e, dopo una notte qui, proseguiremo verso la cima dell'Adamello. Per oggi ci "accontentiamo" di ridiscendere in Val Salarno, per una ben più comoda notte al rifugio Prudenzini.

 

IL PERCORSO
Regione:
Lombardia
Partenza: Saviore dell'Adamello, loc. Fabrezza (1458 m)
Arrivo: Passo di Salarno (3147 m)
Accesso: risalendo la Valle Camonica dal Lago d'Iseo, giunti a Cedegolo si svolta a destra e si sale a Saviore dell'Adamello, dove una stradina asfaltata di 4 km conduce fino alla località di Fabrezza
Dislivello: 1700 m
Durata: 5/6 h
Difficoltà: EE (escursionisti esperti)

 

Immagine di apertura: la struttura in lamiera gialla del bivacco Giannantonj (3168 m) domina la grande distesa bianca del Pian di Neve. © Matteo Leoni

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