Le montagne che si sottraggono alla rappresentazione più consueta (a volte banalizzante) delle Dolomiti: niente grandi parcheggi o impianti di risalita

Una lunga salita nel Parco naturale Dolomiti Friulane, dalla profonda Val Settimana ai pascoli della Casera Pramaggiore, fino alla vetta del Monte Pramaggiore, con un itinerario impegnativo per dislivello e sviluppo, ma straordinariamente completo, attraversando boschi e antiche malghe, ambienti carsici e praterie d'alta quota, fino a una cima capace di aprire lo sguardo dalle Dolomiti alle Alpi Giulie e, nelle giornate limpide, fino alla pianura e al mare

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
da Pordenone si risale la Valcellina lungo la SS251, passando per Barcis e deviando per Claut; poco prima dell'abitato si imbocca la strada della Val Settimana (verificare la percorribilità), che si percorre per circa 17 km fino al punto di partenza, poco prima del rifugio Pussa
C'è una parte del Friuli montano che sembra essersi sottratta alla rappresentazione più consueta – e per certi versi banalizzante – delle Dolomiti. Non ci sono grandi parcheggi, impianti di risalita o fondovalle trasformati in luoghi di passaggio: qui la montagna conserva ancora una dimensione aspra, profonda, quasi appartata. È il territorio del Parco naturale Dolomiti Friulane, una delle aree protette più "selvagge" dell'arco alpino orientale, dove le grandi differenze di quota, i versanti ripidi e le vallate profondamente incise hanno contribuito a conservare un patrimonio naturalistico di straordinario valore. Il massiccio del Pramaggiore occupa una posizione centrale all'interno di questo paesaggio ed è, non a caso, considerato dal Parco uno dei gruppi più rappresentativi dell'area protetta. In questo contesto, la Val Settimana è uno degli accessi più significativi a questo mondo. Si inoltra verso nord dal territorio di Claut e penetra in una montagna sempre più severa, seguendo il corso del torrente Settimana tra boschi, pareti e valloni laterali. La strada termina nei pressi del rifugio Pussa, a 946 metri di quota, in una conca dove confluiscono il Ciol de Stuet e il Ciol de Senons. Il rifugio, inaugurato tra il 1971 e il 1972, rappresenta da oltre mezzo secolo uno dei punti di riferimento per chi frequenta queste montagne. La sua presenza non è soltanto funzionale all'escursionismo, ma racconta anche la progressiva trasformazione della montagna friulana, da territorio prevalentemente legato al lavoro forestale e pastorale, a luogo dove l'escursionismo e la conoscenza dell'ambiente hanno assunto un ruolo sempre più importante.
Il Monte Pramaggiore (2478 m), che domina a nord l'alta Val Settimana, è particolarmente interessante per chi cerca salite solitarie, impegnative ma alla portata di ogni escursionista esperto, dove riscoprire, con la dovuta calma e un rispettoso silenzio, ambienti ancora unici nella loro complessità.
Tra bosco e alta quota
La partenza vera e propria è al ponte Ciol de Pes, a 907 metri di quota, poco prima del rifugio Pussa. Qui si lascia la strada della Val Settimana e si imbocca il sentiero n° 366, che sale verso la Casera Pramaggiore. Il primo tratto è indicativo del carattere dell'escursione: non ci sono difficoltà tecniche, ma la pendenza è sostenuta e la salita nel bosco procede con una certa continuità. Il sentiero è in alcuni punti scavato nei calcari selciferi, dove si possono riconoscere i caratteristici noduli scuri di selce. È un dettaglio geologico piccolo, ma significativo, perché mostra già, nelle prime centinaia di metri di dislivello, quanto sia complessa la successione delle rocce di questo settore. Il bosco di Costa da Nada è prevalentemente termofilo e il sentiero prende quota con tornanti e brevi traversi, alternando tratti più regolari ad altri in cui la conformazione del versante obbliga a seguire attentamente il terreno. Dopo circa una mezz'ora si raggiunge la Casera Col de Post, che può essere raggiunta con una breve deviazione. Il ricovero, oggi molto spartano, è una traccia concreta di quella montagna che per generazioni è stata soprattutto luogo di lavoro, quando le casere erano strutture inserite nel sistema dell'alpeggio e della gestione stagionale del bestiame. Il sentiero principale, invece, prosegue verso sinistra e perde per un breve tratto quota, fino a raggiungere il corso di un torrente, poi attraversa i boschi della Vitha de Pramaòr, dove il faggio si accompagna all'abete e dove non è raro che la presenza della fauna lasci tracce più evidenti della sua osservazione diretta. Il Parco segnala infatti questi ambienti come frequentati dal cervo, mentre alle quote superiori, quando il bosco comincia a rarefarsi, aumentano le possibilità di incontrare camosci, marmotte e stambecchi. La salita continua, a tratti ripida, fino a quando gli alberi cominciano a diradarsi. È un passaggio graduale, ma molto netto, con il verde uniforme della faggeta che si interrompe, compaiono larici e mughi, e davanti agli occhi si apre finalmente la conca della Casera Pramaggiore (1812 m). La costruzione sorge su un ampio ripiano erboso, ai piedi delle grandi forme del massiccio. Alle spalle si alzano le rocce del Pramaggiore, mentre verso sud il panorama si apre verso le Caserine e il Cornaget. È anche uno dei luoghi dove la storia dell'alpeggio e quella dell'escursionismo si incontrano più chiaramente. Fino agli anni Sessanta era utilizzata per il pascolo di bovini e capre e faceva parte dell'antico sistema malghivo dell'alta Val Settimana, insieme alle casere Col de Post, Pussa e Senons. In seguito è stata recuperata dal Cai di San Vito al Tagliamento come ricovero escursionistico, e inaugurata nel 1983 come bivacco dedicato a Mario Zuliani. Ancora oggi rimane un utile punto d'appoggio per chi affronta il Pramaggiore, ma soprattutto conserva una funzione che va oltre la semplice logistica: ricorda che questi pascoli sono il risultato di secoli di presenza umana e non un paesaggio naturale immobile. La sosta alla casera è quasi obbligata, non soltanto perché permette di interrompere una prima parte di salita piuttosto lunga, ma perché qui l'itinerario cambia completamente. Si abbandona progressivamente il bosco e si entra nel grande ambiente dei Pianòns, dove la vegetazione arborea lascia spazio alla prateria. La mole del Pramaggiore è finalmente davanti agli occhi e la cima appare ancora lontana, collocata al termine di un pendio che sale verso la forcella.

Rocce, creste e panorami a perdita d'occhio
Da qui in avanti il percorso acquista un carattere più alpino. Il sentiero risale il pascolo con una successione di tornanti e affronta pendenze sempre più marcate. Il terreno erboso lascia progressivamente emergere ghiaie e affioramenti rocciosi, mentre il pino mugo diventa sempre più presente. È un ambiente dove il silenzio è diverso da quello del bosco, non più attutito dagli alberi, ma interrotto dal vento, dai richiami degli uccelli e, con un po' di fortuna, dai fischi delle marmotte. Sui pendii più alti si muovono i camosci e, nel settore del Pramaggiore, non è insolito osservare gli stambecchi. Raggiungere la Forcella Pramaggiore (2295 m) significa entrare finalmente nel cuore roccioso della montagna. Il valico è una sella ampia, ma esposta al paesaggio, posta tra la vetta del Pramaggiore e le altre elevazioni del gruppo. Le forme cambiano ancora, e le grandi praterie vengono sostituite da ghiaie, bancate calcaree e roccette. Nelle fessure della roccia, in stagione, può comparire anche la primula orecchia d'orso, una delle specie che meglio rappresentano la capacità della flora alpina di adattarsi a condizioni ambientali difficili. Qui è importante non lasciarsi ingannare dall'apparente vicinanza della cima, perché il tratto conclusivo è breve, ma non è più un semplice sentiero escursionistico. Poco prima della forcella si seguono i bolli che indicano la salita alla vetta e si affrontano ripide ghiaie e bancate rocciose. Alcuni passaggi richiedono l'uso delle mani e possono raggiungere il I grado, ma anche brevi difficoltà superiori a seconda della linea seguita. Il problema principale non è tanto la difficoltà tecnica, quanto la combinazione di terreno friabile, pendenza e stanchezza accumulata nella salita. È un tratto nel quale conviene procedere senza fretta, verificando bene ogni appoggio e mantenendo una distanza adeguata dagli altri escursionisti. La parte finale ha però una qualità che rende la fatica diversa. Dopo avere trascorso ore dentro il bosco, qui ogni metro conquistato modifica il panorama. La Val Settimana si approfondisce alle spalle, il gruppo delle Caserine e del Cornaget assume forme sempre più ampie e, verso ovest e nord, emergono le grandi montagne dell'Oltrepiave. La vetta si raggiunge seguendo la cresta fino alla sommità, dove una croce e il libro di vetta segnano il punto culminante, a 2478 metri. Il panorama è probabilmente la ragione principale per cui questa salita merita di essere affrontata. Il Pramaggiore non ha la monumentalità immediata di alcune delle più celebri cime dolomitiche, ma occupa una posizione che gli permette di guardare lontano in molte direzioni. Da una parte si riconoscono i Monfalconi, con le loro forme aspre e spettacolari; dall'altra si apre il complesso sistema delle valli del Parco, con Cornaget, Caserine e le cime che circondano la Val Settimana. Più lontano entrano nel panorama le grandi Dolomiti venete e friulane, mentre nelle giornate particolarmente limpide lo sguardo può spingersi verso le Alpi Giulie e, dalla posizione privilegiata della vetta, fino alla pianura e alla linea dell'Adriatico. È uno di quei panorami nei quali la distanza diventa quasi una misura della profondità della montagna. Quando infine si torna al ponte Ciol de Pes, la cima appare già lontana, nascosta dalle pieghe della valle. Rimane però la sensazione di avere attraversato una porzione particolarmente integra delle Dolomiti Friulane, seguendo un itinerario che non si limita a portare da un punto all'altro, ma permette di leggere la montagna nelle sue diverse dimensioni. La roccia racconta un mare di milioni di anni fa, i boschi parlano di clima e biodiversità, le casere ricordano l'economia pastorale e il rifugio Pussa testimonia la nascita della frequentazione escursionistica moderna. È forse questo il carattere più interessante della salita al Pramaggiore dalla Val Settimana: la vetta è importante, panoramica e tutt'altro che banale, ma non esaurisce il significato dell'escursione. Il vero viaggio comincia molto più in basso, lungo la valle, e procede attraverso una montagna che conserva ancora una forte continuità fra natura, geologia e memoria. Arrivare a 2478 metri è il momento culminante, ma il valore dell'itinerario sta nell'aver attraversato, passo dopo passo, una delle aree più integre delle Alpi Orientali.
IL PERCORSO
Regione: Friuli Venezia Giulia
Partenza: Val Settimana, ponte Ciol de Pes (907 m)
Arrivo: Monte Pramaggiore (2478 m)
Accesso: da Pordenone si risale la Valcellina lungo la SS251, passando per Barcis e deviando per Claut; poco prima dell'abitato si imbocca la strada della Val Settimana (verificare la percorribilità), che si percorre per circa 17 km fino al punto di partenza, poco prima del rifugio Pussa
Dislivello: 1600 m
Durata: 5/6 h
Difficoltà: EE (escursionisti esperti)
Immagine di apertura: il Monte Pramaggiore (2478 m). © Diego Cruciat












