Bevevano caffè prima di ogni missione, correvano (e morivano) sul ghiacciaio dell'Adamello: la storia dei cani soldato della Grande Guerra
Testimonianze e racconti di una storia di alta montagna quasi dimenticata che vede protagonisti i cani in "servizio" tra le trincee dell'esercito italiano sull'Adamello. Le parole del generale Quintino Ronchi, che comandò il settore Adamello-Alta Val Camonica dal 1917: "Preziosi animali, alti, forti, intelligentissimi. Nell’inverno durante la tormenta, erano meravigliosi. Il gelo ricopriva la loro testa, il collo, le zampe di ghiaccioli, procedevano instancabilmente attraverso quel paesaggio lunare"

TRENTO. “Verso la linea estrema della nostra occupazione, per gl’incamminamenti coperti, si ode spesso un lieto abbaiamento di cani, come se una caccia si svolgesse nel dedalo delle trincee, e per i sentieri scavati nella terra vanno e vengono strani equipaggi (...). Sono piccoli veicoli che dei cani robusti, volonterosi, di quei cani da gregge e da pagliaio, bastardi, grossi e vellosi, trascinano ansimando, la lingua penzoloni, con una vivacità consapevole nello sguardo dolce, come se comprendessero l’importanza e l’urgenza del loro lavoro. Un conducente accompagna due o tre cani alla volta, li incoraggia, li chiama per nome, li aiuta nei passi difficili. Giunte alla trincea le brave bestie si accucciano fra le stanghe dei loro carrettini, col petto affannato e arruffato sotto al finimento di cuoio, e guardano il soldato che le guida, attente, il muso di traverso, le orecchie sollevate, la coda agitata, aspettando la carezza. In qualche settimana gl’intelligenti animali hanno imparato, conoscono la strada; il frastuono del combattimento non li spaventa più e vanno al fuoco come veterani”.
Durante la prima guerra mondiale sulle alte quote dei valichi e delle vette alpine non c’erano solo migliaia di soldati, protagonisti di sacrifici immani: a dare un contributo rimasto poi indimenticato grazie alle testimonianze di chi quegli anni drammatici li ha vissuti c’erano anche centinaia, migliaia di cani.
Le parole del giornalista Luigi Barzini, riportate nel suo “Al fronte”, descrivono con immagini vivide lo sforzo dei quadrupedi, per lo più di razza maremmana-abruzzese, adibiti al traino e al trasporto di viveri, munizioni e persino feriti tra ghiacciai e cime innevate. Il loro ruolo fu tutt’altro che secondario.
GUERRA BIANCA.
Nell'aprile 1916 le truppe italiane presero possesso, non senza fatica, dell'intero ghiacciaio dell'Adamello. Un'ampia zona a oltre 3.000 metri di quota dove nell’inverno 1916-17 le temperature scendevano spesso sotto i –30 gradi, le nevicate erano abbondanti e le valanghe costanti. Un contesto in cui muli e asini, efficaci in pianura, si rivelarono presto quasi inutili: si ammalavano facilmente di polmonite e non reggevano il gelo prolungato. Costruire teleferiche era impossibile, il rifornimento aereo troppo complesso e rischioso.
Fu così che si pensò di utilizzare anche in alta montagna i cani da gregge, che furono "requisiti" negli Appennini (dove venivano allevati ed allenati) e inviati al fronte. Una relazione della Brigata Pistoia del 1916, conservata all’Ufficio Storico dell’Esercito, lo spiegava con pragmatismo: "L’addestramento dei cani non richiede molto tempo. Rispetto ai muli, i cani possono giungere in maggiore prossimità della prima linea e il loro mantenimento è di pochissimo costo".
Secondo quanto riportato nello splendido articolo di A. Splendori sul mensile del Corriere della Sera La Lettura (numero di dicembre 1919), sull’Adamello i cani arrivarono presto a circa 500; su tutto il fronte italiano, nel 1917, superavano i 3.000. La razza che meglio resistette fu quella dei pastori dell’Alto Abruzzo, dal mantello prevalentemente bianco.
Splendori racconta con precisione l’inizio dell’esperimento. Nell’agosto 1916 furono portati sull’Adamello i primi due cani di prova, un San Bernardo e un Terranova chiamati Max e Spluga. In breve tempo, scrive Splendori, "i dieci chilometri del terribile percorso sul ghiacciaio [dal Passo Garibaldi alla Lobbia] poterono esser compiuti da queste bestiole due volte al giorno, in un’ora e mezza, con un carico di cento chili per volta. Un conducente e due cani compivano così il lavoro di una corvée di quindici uomini, anche sotto la tormenta".
Il generale Quintino Ronchi, che comandò il settore Adamello-Alta Val Camonica dal 1917, li descrisse con affetto e ammirazione nella sua "La Guerra sull’Adamello" (1921): "Preziosi animali... alti, forti, intelligentissimi (...). Nell’inverno durante la tormenta, erano meravigliosi. Il gelo ricopriva la loro testa, il collo, le zampe di ghiaccioli, procedevano instancabilmente attraverso quel paesaggio lunare. Erano disciplinatissimi".
Anche il capitano Alfredo Patroni, in "La conquista dei ghiacciai 1915-1918", li ricorda con rispetto: "Neppure essi tremarono mai, sotto il piombo nemico. Nessuno di questi cari amici dell’uomo, come nessun alpino dei ghiacciai, disertò mai di fronte al nemico".
I cani di guerra erano trattati quasi come soldati: ricevevano una razione simile a quella degli uomini (meno mezza porzione di carne, si legge) e, prima di partire ricevevano spesso del caffè, di cui erano ghiotti.
La mortalità fu, inevitabilmente, altissima: secondo le stime dell’epoca intorno al 60%, tra ferite e malattie. Molti animali rimanevano ciechi a causa del forte riverbero della luce su neve e ghiaccio. Quelli non più utili allo sforzo bellico venivano abbattuti e le loro pelli, conciate, servivano a fare "ottime scarpe".
Va detto che si tratta di testimonianze di chi quella terrificante guerra l'aveva vissuta in prima persona e scritte con un certo afflato encomiastico, tipico della memorialistica militare del Dopoguerra, che restituiscono un quadro probabilmente più idealizzato di quanto la realtà - fatta come detto anche di animali sfiniti o abbattuti quando non più utili - avrebbe suggerito.
SIC TRANSIT.
In ogni caso, una relazione del Comando Supremo del marzo 1917, firmata sotto la supervisione di Cadorna, ne riconosceva ufficialmente l’importanza: i cani si erano dimostrati "assai resistenti al freddo, capaci di trainare in pariglia (...) una slitta con carichi da 70 a 80 chilogrammi anche in mezzo alla tormenta".
In generale però il ruolo dei cani nella guerra fu sottovalutato, se non ignorato: lo riconosce già nel 1919 Splendori, sempre su La Lettura, raccontando le polemiche sollevate da chi protestava quando dopo la guerra i cani venivano accolti con lo stesso cerimoniale delle "brigate gloriose". "Il sentimento popolare era soprattutto di curiosità, di simpatia, di tenerezza, tanto più che il pubblico non conosce affatto quanto e che cosa abbiano saputo compiere i cani in guerra".
Qualche storia successivamente per la verità riuscì ad emergere e a raggiungere anche "il grande pubblico": tra i pochi episodi individuali emersi c'è quello del cane Turco, raccontato da Ernesto Tron in Il cane (Hoepli, edizioni intorno al 1953-1954). In Cadore, presso la Brigata Umbria, guadagnò i gradi di caporale trasportando bidoncini d’acqua potabile attraverso una zona scopertissima. Partiva coi bidoni pieni, attraversava come una freccia la zona pericolosa e tornava con i "vuoti", dopo essere stato ricevuto alla mensa degli ufficiali.
"Bisogna intendersi - metteva in guardia Splendori -. Il cane in guerra è sempre cane. (...) Non gli è stato chiesto di fare miracoli, per quanto spesso ne abbia compiuti".
Ancora oggi le unità cinofile delle forze dell’ordine e dei militari raccolgono, in qualche modo, l’eredità di quelle squadre: “Una fine senza gloria? Sic transit... Ma i cani non leggono, per loro fortuna, e non conoscono le ciniche intenzioni dell’uomo – concludeva Splendori -. E continueranno a servirlo, con fedeltà, con spirito di sacrificio, dovunque si vorrà e si saprà impiegarli, così come hanno fatto in guerra, povere buone sagge bestie che si distinguono spesso dall’uomo non solo per le due gambe che hanno di più”.














