Frigoriferi, vasche e moto (FOTO): i volontari puliscono i boschi: "Un albero è cresciuto dentro uno pneumatico. Lavoriamo per restituire un aspetto naturale al paesaggio"
La storia di “Sos Carso”, un'iniziativa nata dal basso che da circa dieci anni ripulisce l'altipiano che circonda Trieste per rimediare ai danni causati dall'incuria di aree che erano diventate vere e proprie discariche: "Un altro albero era cresciuto dentro un secchio. Sono scene significative perché lasciano un certo rammarico. Ma è al futuro che guardiamo, perché sappiamo che la strada da fare è ancora tanta"

TRIESTE. Non fanno parte di un'associazione, né di nessun altro tipo di ente o di personalità giuridica, sono un gruppo informale di persone che ormai da oltre dieci anni mette in pratica una soluzione tanto semplice quanto fondamentale per la fruizione e la preservazione dell'ambiente: rimboccarsi le maniche e andare sul Carso di Trieste a rimuovere i cumuli di rifiuti, talvolta vere e proprie cataste, ripulendo il territorio da una miriade di immondizie depositate abusivamente negli anni tra i boschi dell'altipiano e il fondo delle doline.

Sono i volontari di “Sos Carso”, reduci in questi giorni da una lunga fase di interventi conclusasi la scorsa settimana che ha portato i volontari a confrontarsi con situazioni talvolta davvero singolari.

“Negli anni abbiamo fatto interventi davvero consistenti – riferisce a Il Dolomiti Daniele Bisiacchi che assieme al portavoce Cristiano Bencic fa parte del gruppo di volontari di Sos Carso -, e questo non lo dico come vanto ma come constatazione. L'obiettivo è restituire al paesaggio il suo aspetto naturale, e in Carso si trova ancora di tutto e questa estate non ha fatto eccezione. Abbiamo recentemente portato a termine una fase di rimozione e pulizia nella zona di Opicina, conclusasi la seconda settimana di settembre, che solo nelle ultime quattro attività ha visto la raccolta di 33 sacchi neri tra rifiuti vari e bottiglie in vetro, 14 pneumatici, un frigorifero, un vecchio spargher, un vasca da bagno, tre bidoni in ferro, una portiera d’automobile, un vecchio telaio arrugginito di una vecchia Vespa, filo spinato, reti in ferro, tubi di stufa e ulteriori ferraglie per circa un metro cubo e una buona quantità di materiali edili, tutti rifiuti che pensiamo si trovassero in loco da almeno trent'anni se non di più”.

Nella storia recente della zona di Trieste, il Carso è divenuto tristemente noto come luogo di deposito e abbandono di rifiuti anche nelle doline o negli avvallamenti che talvolta di poco si scostano rispetto alle strade o i sentieri, una pratica ripetuta e reiterata per generazioni. In anni recenti invece, notizie di scarichi illeciti di rifiuti nel bosco sono state saltuariamente evidenziate soprattutto per quanto concerne lo smaltimento di materiali edilizi, ma il sistema delle sanzioni e delle segnalazioni anche da parte dei residenti, abbinato a una sensibilità e una cultura del territorio notevolmente accresciute nei tempi recenti, hanno portato ad una riduzione drastica di questo fenomeno, anche se il lavoro da fare per quanto già abbandonato in passato rimane ancora molto, come rimarcano i volontari.

“Ai giorni nostri per fortuna c'è molta più attenzione di un tempo – aggiunge Bisiacchi -, ma anche una serie di centri di raccolta molto più numerosi e presenti rispetto al passato. Ne consegue che l'immondizia che troviamo sia perlopiù risalente a decenni fa, epoca nella quale sono stati compiuti in questo senso veri e propri disastri, per la grande quantità di rifiuti e carichi anche ingombranti che abbiamo rimosso, che andavano a comporre talvolta vere e proprie discariche abusive. Inoltre a mitigare la situazione ritengo che un ruolo l'abbia anche giocato una serrata attività costruttiva di nuovi edifici in espansione che ha progressivamente limitato la porzione di Carso 'libero' attorno a Trieste e non vi sono più molti luoghi isolati o lontani dagli occhi di altre persone”.

Nella moltitudine di interventi compiuti dai volontari di Sos Carso nel corso degli ultimi mesi, non sono mancate anche situazioni sorprendenti e talvolta quasi commoventi, nel vedere come la natura riesce a contrastare e a reagire a fronte dell'inquinamento provocato dall'uomo.

“Tra gli eventi che sono stati più seguiti e hanno fatto maggiormente breccia nella sensibilizzazione delle persone – ricorda il volontario -, mi sovviene quello che è stato fatto da due volontari che hanno liberato un albero dal diametro alla base di circa cinquanta centimetri da un grosso pneumatico da camion che lo 'acciambellava' per intero, un intervento direi simbolico per come questo scarto dell'uomo limitasse la crescita della pianta".
Non è l'unico caso. "Nei pressi dell'area di ricerca di Basovizza ho partecipato direttamente a una rimozione simile, un albero per esempio era cresciuto dentro a un grande secchio, sono scene significative perché lasciano un certo rammarico. Ma è al futuro che guardiamo, perché sappiamo che la strada da fare è ancora tanta”.
E' così che lentamente, una realtà di volontari nata dal basso lavora silenziosamente durante tutto l'anno per porre rimedio ai danni causati dall'incuria e dall'abbandono, restituendo poco alla volta alla natura quegli spazi che per decenni erano finiti col diventare in discariche a cielo aperto.


















