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Alpinismo | 18 agosto 2026 | 18:00

"Ci sono due giorni che mancano all'appello nella mia vita". Le drammatiche sensazioni di chi ha vissuto un incidente in montagna: "Quando succede, è come se tutto andasse in frantumi"

"Un momento prima va tutto bene – molto più di quanto tu non creda – e uno dopo cerchi di raccogliere i pezzi senza ricordarti come stavano assieme e a cosa servivano". L'autore di questo racconto prova a descrivere gli stati d'animo che accompagnano una caduta in parete

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Come raccontare gli incidenti in montagna? A partire da questa domanda è nata una collaborazione tra L'Altramontagna e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, finalizzata a riprendere le testimonianze di chi è stato soccorso o di chi ha prestato soccorso in montagna in modo da acquisire importanti elementi per frequentare i territori montani con maggiore consapevolezza e, quindi, per cercare di prevenire situazioni di potenziale pericolo. I testi pubblicati hanno partecipato al concorso Ti racconto il mio soccorso, nato da un'idea di Melania Lunazzi.

 

La storia di oggi s'intitola Quando succede. L'autore, Saverio D'Eredità, racconta le sensazioni e gli stati d'animo da cui si viene attraversati dopo aver vissuto un incidente in montagna.

 

Quando succede

 

Quando succede, è come se tutto andasse in frantumi. Un momento prima va tutto bene – molto più di quanto tu non creda – e uno dopo cerchi di raccogliere i pezzi senza ricordarti come stavano assieme e a cosa servivano. Come un puzzle da mille ribaltato giù dal tavolo. Quando succede può essere un martedì qualunque di una giornata né bella né brutta ed in un posto a caso. Quando succede il meglio che tu possa fare è cercare di rimettere tutto a posto – più o meno – e sperare che tutto funzioni di nuovo – più o meno. Quando succede è quel più o meno a fare la differenza. Ci sono due giorni che mancano all'appello nella mia vita. Di tutti gli altri posso dire – almeno da quando ho memoria – qualcosa, o almeno poterli collocare nello spazio e nel tempo. Anche se non li ricordo distintamente, potrei ricostruire dove mi trovavo, che scuola frequentavo, i compagni di banco e gli amici con i quali passavo i pomeriggi dopo i compiti. Chi vinse il campionato. Da un certo periodo in poi posso ricordare anche le date di certe salite o i passaggi di alcune vie. Se quell'inverno era venuta tanta o poca neve. Invece di due giorni, di quei giorni, non ho memoria, né nozione. Per quanto mi riguarda, è come se non fossero mai esistiti. Due giorni senza di me. Non è dimenticare. È sapere che il tempo è passato e che tu non c'eri. Che il mondo ha continuato a muoversi, che qualcuno ha parlato, deciso, temuto, sperato al posto tuo. E tu sei rimasto altrove, sospeso in una parentesi senza voce. Due giorni sottratti non alla memoria, ma alla presenza. Eppure, sono forse quelle quarantottore quelle in cui il mondo mi è stato più vicino. Ed è così strano pensare che mentre io fluttuavo in un non-luogo creato dalla chimica e dalle procedure, in una dimensione senza alba né tramonto, di quello stesso tempo siano state testimoni così tante persone. Che non conoscevo né avrai mai più conosciuto.

 

Custode della memoria di quei giorni è un piccolo chiodo, brunito dalla ruggine la cui testa sbucava appena dal fondo di una stretta fessura. "Se qualcuno ha messo un chiodo un motivo ci sarà" – mi ero detto. Da chi viene questa massima? Da chi l'ho imparata? L'ultimo fotogramma prima che la pellicola venisse tagliata è il gesto di una mano che aggancia il rinvio al chiodo. Poi esita. Poi estrae una fettuccia, la ripassa nell'anello del chiodo e di nuovo rimette il rinvio e quindi la corda. "Sempre meglio passare un chiodo in più". Da quale dei miei compagni di cordata ho mutuato questa pratica? Sicuramente una cosa del genere l'avrebbe detta Emiliano. Una sorta di rituale scaramantico: un chiodo si passa per definizione. Anche se il friend n.2 dista appena due metri dal chiodo e non ci sarebbe stato strettamente bisogno. Custodi della mia memoria sono i compagni con cui ho arrampicato negli anni. Quelli con i quali ho iniziato: seguendo la loro corda, recuperando i materiali e imparando ogni giorno qualcosa. Una gestualità, una postura, una tecnica che messe tutte insieme fanno quella cosa chiamata esperienza. Ricordi. Custode lo è anche lo sconosciuto alpinista che per primo ha piantato, proprio lì, quel chiodo. Che anno sarà stato? Cinquanta? Sessanta? Lo sono anche tutti i successivi ripetitori e chi quel chiodo l'ha visto, accarezzato, salutato e lasciato lì. Anche loro detengono una parte del mio tempo. È strano pensare che la nostra vita, a volte, sia custodita da oggetti minimi, quasi insignificanti. Un pezzo di ferro piantato nella roccia, un gesto ripetuto per abitudine, una frase sentita cento volte e mai davvero ascoltata. Tutto sembra ordinario finché non diventa necessario. E queste piccole cose, che intervengono nelle nostre vite, cosa potranno dire? Custode del mio tempo è Alessandro, cui avevo risparmiato quel primo tiro di corda non fosse altro che per il fatto che la via l'avevo scelta io. "Rimani qua a farmi sicura, sai mai che venga giù qualcosa dal camino" – di nuovo una saggezza antica e sconosciuta: da dove viene?

 

Il fotogramma successivo a quello tagliato, in un film di cui sono stato protagonista senza poterlo sapere, vede Alessandro accucciarsi di lato, chiudere gli occhi, respirare l'acre odore di zolfo delle rocce spaccate e attendere la fine del fragore. Sarà lui a custodire gran parte della memoria degli istanti successivi, a caricarsi della sua e della mia solitudine. Resistere al rimbalzo delle sue urla tra queste pareti grigie e sperare che qualcosa, qualsiasi cosa, nonostante tutto accada. La sua e la mia solitudine erano nubi viscose e trecento metri di pietre frantumate e instabili. La sua e la mia solitudine, unite eppure inconsapevoli, era quel rifugio lontano e che solo poteva fare da tramite con il resto del mondo. La sua e la mia solitudine era un telefono senza campo. In un'era di tecnologia, ciò che ci ha tenuti legati era la gestualità del mondo analogico: quando passi da un rifugio, avvisa. Che non si sa mai. Custodi lo sono gli sconosciuti escursionisti di passaggio in una mattina grigia sotto la Forca dell'Alpino. E sebbene incomprensibile, vi è un legame tra le loro scelte e le nostre. A che ora saranno partiti? Quale successione di eventi li ha portati ad essere a quell'ora sotto le pareti del Creton di Culzei, a raccogliere le grida di Alessandro? Custode è Bibi che prende la chiamata, lo è Daniele che sale in elicottero, e poi ancora una catena di volti e persone ognuna a tenere il proprio posto nel mondo per mantenere il mio. Infermieri, tecnici di elisoccorso, radiologi, chirurghi. E di cose: strumenti che vengono accesi, analisi che vengono studiate, decisioni che vengono prese. Mentre il mio mondo è una tavolozza di colori e di suoni attutiti che sfociano in una voce, finale. "Ora stai qui un po'con noi, tranquillo che va tutto bene". Era il volto di Graziella? O la voce di Gabri? L'importante è che posso camminare. L'importante è che tutto sia ancora possibile.

 

La folla di persone si mette in disparte e se ne va. Mi lascia solo al letto 3 – anche questo è collegato a tutto il resto? Anche questo ha una ragione simile al chiodo passato, all'escursionista che passa in quel preciso istante sotto la parete, a quella sosta al rifugio la mattina? Ricomporre i pezzi. Sperare che funzionino ancora. Riprendere a far girare la pellicola anche se alcuni fotogrammi mancano. Ricominciare a camminare. Che quella salita non è ancora finita. Non sarà mai davvero finita. Quando succede, c'è un momento in cui i ricordi chiedono conferme. Cammino in questa giornata piena di nuvole e di vento che pare portarsi via l'estate e chissà cos'altro ancora. Desideravo e temevo di tornare qui. Qui dove tutto era iniziato. E, tornando, di scoprire che quei ricordi appartenevano a qualcun altro. O semplicemente, che non volessero dire più niente. Bisogna avere cura dei ricordi, come dei ritorni. Qualche volta può essere doloroso, tentare di ritornare sugli attimi della vita. Temevo di non ritrovarli più che i momenti. Il piccolo tetto sotto il quale abbiamo passato un'ora di temporale con Carlo e il Conta. L'acqua che entrava nelle mutande e la certezza di non poter più tornare indietro. Le facce di luna di Andrea e Stief in quella notte trascorsa sul Pilastro. La figura di Nicola, sempre quei maledetti tre minuti davanti a me mentre corriamo sulla cresta. O la leggerezza dei nostri passi al ritorno da quelle giornate infinite. E, su tutte, le luci della sera mentre scaliamo gli ultimi metri del Diedro. Eppure sono ancora tutti lì, quegli attimi. Perché quando succede capisci che è questo che ti manca. Ti manca l'acqua che entra nelle mutande, il buio che ti insegue nella foresta, gli sguardi dei compagni. Ti mancano le strade vuote alle 4 del mattino. Il sollievo della chiamata a casa.

 

Quando succede, capisci che qualcosa si è perso per sempre. Ma come l'orogenesi ha sollevato le montagne, così i frammenti di ciò che rimane emergeranno più nettamente di prima. E a quelli ci si aggrappa, come naufraghi, per sfuggire al vuoto in cui siamo immersi.

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