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Attualità | 09 luglio 2026 | 13:00

"Una brutta pagina per i Comuni montani, rischia di spaccare in due le terre alte italiane": la reazione di Anci Toscana al Dpcm che dà attuazione alla nuova "Legge Montagna"

Il 22 luglio entra in vigore il Regolamento che contiene i criteri per la classificazione dei 3.715 comuni montani: si tratta del primo decreto attuativo emanato in applicazione della Legge 131/2025 (legge sulla montagna), al termine di un iter burocratico tortuoso che rivela le complessità politiche e geografiche insite nella definizione stessa di "territorio montano"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Il quadro normativo che promette di ridisegnare il futuro delle terre alte italiane compie un nuovo atteso e dibattuto passo: il 22 luglio 2026 entra ufficialmente in vigore il Regolamento che stabilisce i nuovi criteri per la classificazione dei comuni montani. Si tratta del primo decreto attuativo emanato in applicazione della Legge 131/2025, il provvedimento quadro che contiene le nuove disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane.

 

Il Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), emanato su proposta del Ministro per gli affari regionali e le autonomie, sentiti i Ministri interessati, sulla base dei dati forniti dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) - è stato firmato l’11 maggio e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 7 luglio, portando così a compimento un iter burocratico tortuoso che rivela le complessità politiche e geografiche insite nella definizione stessa di "territorio montano".

 

Il percorso della cosiddetta nuova "legge sulla montagna" è stato infatti caratterizzato da un lungo confronto istituzionale che ha messo in luce divergenze talvolta profonde. Una prima bozza, redatta da un comitato di esperti, era stata presentata alla Conferenza Unificata nel dicembre del 2025, per poi subire diverse modifiche richieste dalle rappresentanze territoriali.

 

Con il decreto viene definito contestualmente l'elenco dei Comuni montani; sono 3.715, individuati sulla base di cinque criteri geomorfologici alternativi:

a) 20% della superficie al di sopra di 600 metri di altitudine sul livello del mare e 25% di pendenza superiore al 20%;

b) altitudine media superiore a 350 metri s.l.m. e almeno 5% di pendenza superiore al 20%;

c) altimetria media pari o superiore a 400 metri s.l.m.;

d) altitudine massima pari o superiore a 1.200 metri s.l.m.;

e) appartenenza alle province montane con altitudine media superiore a 300 metri sul livello del mare. 

 

A questi parametri principali - basati su altitudine e pendenza - si affiancano due condizioni suppletive per considerare la situazione peculiare di quei Comuni o gruppi di Comuni con altitudine media pari o superiore a 200 metri che si trovano interamente intercluse da altri comuni montani o da Stati esteri. 

 

L'elenco non sarà statico, poiché il decreto prevede la possibilità di un aggiornamento annuale entro il 30 settembre di ogni anno sulla base dei nuovi dati Istat, regolamentando anche le dinamiche legate a fusioni o scissioni di enti locali. 

 

"La nuova classificazione assume particolare rilievo anche ai fini della ripartizione delle risorse del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, destinato a finanziare interventi di salvaguardia, valorizzazione e sostegno delle aree montane, oltre che per l’attuazione delle politiche contro lo spopolamento previste dalla legge n. 131/2025", riporta Anci.

 

Un successivo decreto dovrà definire i criteri per l’individuazione, nell'ambito dei comuni montani, dell’elenco dei comuni destinatari delle misure di sostegno previste dalla legge, introducendo una ponderazione che unisca ai dati fisici anche i parametri socioeconomici.

 

In alcuni territori, le reazioni alla pubblicazione del Dpcm sono tutt'altro che entusiastiche e le prime forti voci di protesta non hanno tardato a farsi sentire, delineando il rischio di una frattura geografica e sociale. 

 

Emblematica è la reazione della Toscana, dove Luca Marmo, coordinatore della Consulta della montagna di Anci Toscana, ha dichiarato: "La pubblicazione del regolamento rappresenta, purtroppo, una brutta pagina per il mondo dei Comuni montani. Invece di ricucire le ferite, si sceglie di procedere con un impianto che rischia di spaccare in due la montagna italiana, relegando molti territori in un limbo di incertezza e attesa".

 

L'associazione dei comuni toscani, insieme ad Anci nazionale aveva chiesto invano una revisione dei criteri e la sospensione dell'iter attuativo. Ne avevamo parlato in questo articolo. La critica evidenzia ora la mancanza di una visione organica capace di valorizzare le terre alte non come aree marginali da assistere, ma come risorse strategiche a livello nazionale: "I Comuni e le comunità rimangono purtroppo in attesa di una visione organica e lungimirante che sappia riconoscere ai territori montani un ruolo attivo e vitale per l'intero Paese, non solo come aree da sostenere, ma come risorse strategiche per l'ambiente, l'economia e la coesione sociale", commenta Anci Toscana.

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