Contenuto sponsorizzato
Idee | 09 luglio 2026 | 19:00

"Gli è andata bene che non ci fosse la gente vera di montagna, sai che legnate". Il commento all'articolo sul Monviso Pride che evidenzia un doppio pregiudizio

Ieri abbiamo pubblicato su L'Altramontagna un'intervista agli organizzatori del Monviso Pride. Ahinoi, eravamo consapevoli di andare incontro alle critiche (puntualmente arrivate a riprova che vale la pena affrontare questi argomenti). Non bisognerebbe mai dare troppo peso ai commenti, ma allo stesso tempo possono farsi specchio di un sentire comune. Tra i tanti, uno ci ha particolarmente colpiti, perché mette in rilievo due forme di pregiudizio che affondano le radici in vecchi luoghi comuni

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Ieri abbiamo pubblicato su L'Altramontagna un'intervista - a cura di Samuele Doria - agli organizzatori del Monviso Pride. Probabilmente il pride più alto d'Italia (1280 metri). 

 

L'iniziativa è stata accolta con entusiasmo dalla comunità locale e dai territori limitrofi, richiamando nel centro abitato di Ostana centinaia di partecipanti. Un risultato di rilievo per un paese di appena cinquanta abitanti.

 

Per i territori montani che lottano contro lo spopolamento e, soprattutto, contro una progressiva carenza di giovani, questi eventi possono rivelarsi preziose occasioni di confronto, riflessione, condivisione, sviluppo creativo; opportunità per dare nuovo slancio alle idee e, non di rado, per superare la solitudine. Sono fattori importanti per un paese e per il suo futuro.

 

Nel pubblicare l'articolo eravamo consapevoli di andare incontro alle critiche. E queste critiche (che in realtà non sono quasi mai considerazioni, ma gradassate ingiuriose e banali) sono puntualmente arrivate, offrendoci la prova che vale la pena affrontare questi argomenti in un mondo evidentemente ancora minato da immotivate fobie.

 

Ma al pregiudizio nei confronti dei partecipanti del pride, ieri se ne è aggiunto un secondo: quello verso gli abitanti dei territori montani. Non bisognerebbe mai dare troppo peso ai commenti, ma allo stesso tempo possono farsi specchio di un sentire comune. Quindi non di rado mi immolo nella lettura. Tra i tanti, uno mi ha particolarmente colpito:

 

"Gli è andata bene che non ci fosse la gente vera di montagna", c'era scritto in riferimento ai partecipanti, "sai che legnate".

 

Ecco, attribuire alla "gente vera" di montagna istinti violenti nei confronti delle minoranze; continuare ad alimentare l'idea generalizzante che le comunità montane siano abitate da solo da persone chiuse, è una sostanziale sciocchezza che attinge da vecchi luoghi comuni.

 

In questo caso, ad esempio, gli organizzatori erano in gran parte residenti.
Ma uscendo dal contesto di Ostana e del pride, è sufficiente frequentare i territori montani per cogliere una pluralità di opinioni, di attitudini e di sensibilità.

 

Se i montanari rozzi e grossolani esistono eccome - così come le pianure pullunano di cittadini altrettanto rozzi e grossolani -, non è raro incontrare tra i nostri monti persone molto aperte.

 

Ed è normale così: le comunità montane, a differenza da quanto viene raccontato da una certa narrazione, oltre a non essere omogenee nella struttura sociale, sono sempre state attraversate dal cambiamento, perché la cultura è materia plastica, dinamica, capace di evolvere nonostante la propaganda martellante delle forze conservatrici.

Contenuto sponsorizzato