Raccontare alberi e boschi è uno dei temi più divisivi tra i tanti trattati dal nostro quotidiano, ma sarebbe sbagliato narrare la gestione forestale senza presentarne il carattere complesso

Negli ultimi anni abbiamo osservato un'esplosione di popolarità attorno a libri, film, spettacoli teatrali o televisivi con al centro una forzatissima umanizzazione degli elementi vegetali: "alberi senzienti", "piante che parlano tra loro", "foreste buone e pacifiche dove la competizione non esiste", tutti concetti di cui la scienza, quella seria e rigorosa, ci invita a diffidare. Eppure, sono queste le narrazioni oggi "mainstream". Ma allora come raccontare correttamente le foreste? Come farlo in modo rigoroso ma efficace? Alcuni spunti dal Festival L'Altramontagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
C’è un dato di fatto che, in questi primi anni di vita de L’Altramontagna, abbiamo constatato più e più volte: raccontare alberi e foreste è uno dei temi più complessi e divisivi tra i tanti trattati dal nostro quotidiano.
Le foreste, in effetti, sono tante cose messe assieme e si prestano, quindi, ad essere osservate da numerosi punti di vista: sono ambiente, biodiversità, paesaggio, cultura, protezione dal dissesto, luogo per sport, relax, tempo libero, spiritualità, ma anche fonte di legno e di economia montana. E sono, sempre più spesso, anche un simbolo, in particolare per chi vive tra asfalto e cemento.
Proprio a causa di questa naturale multifunzionalità, sarebbe sbagliato raccontare le foreste e la gestione delle stesse senza la poliedricità che contraddistingue l’argomento.
Purtroppo, però, al giorno d’oggi questa complessità viene spesso cancellata da estreme semplificazioni, tanto efficaci dal punto di vista mediatico quanto dannose per una profonda comprensione della realtà.
Negli ultimi anni, ad esempio, abbiamo sentito parlare di "deforestazione" indicando semplici interventi selvicolturali realizzati a norma di legge, così come di boschi "sporchi", quasi fossero salotti di casa da tenere obbligatoriamente puliti. Abbiamo anche osservato un’esplosione di popolarità attorno a libri, film, spettacoli teatrali o televisivi con al centro una forzatissima umanizzazione degli elementi vegetali: "alberi senzienti", "piante che parlano tra loro", "foreste buone e pacifiche dove la competizione non esiste", tutti concetti di cui la scienza, quella seria e rigorosa, ci invita a diffidare. Eppure, sono queste le narrazioni oggi "mainstream".
Ma allora come raccontare correttamente le foreste? Come farlo in modo rigoroso ma efficace? Come abitare le difficoltà che contraddistinguono l’argomento trasformandole in meraviglia?

Di tutto questo si è ragionato nel talk andato in scena al Festival de L’Altramontagna, insieme a importanti ospiti: il biologo e divulgatore scientifico Marco Ferrari (autore del recente volume "Gli alberi non sono animali verdi), i dottori forestali e divulgatori social Paola Barducci (ForestPaola) e Riccardo Rizzetto, il Presidente di UNCEM e PEFC Italia Marco Bussone e il ricercatore e divulgatore Alessandro Blasetti dell’Università di Camerino.
La riflessione generale uscita dal talk è riassumibile in una frase contenuta nel libro di Marco Ferrari: "La natura non ha alcun bisogno di assomigliare a noi per essere degna di meraviglia e di rispetto".
"Ma per generare meraviglia e rispetto attraverso una narrazione rigorosa dal punto di vista scientifico occorre studiare a fondo la comunicazione", ha sottolineato Riccardo Rizzetto, evidenziando una lacuna di tanti tecnici, amministratori e ricercatori che non possono improvvisamente diventare storyteller.
"Comunicare la scienza è difficile, farlo in modo rigoroso ancora di più", ha aggiunto Alessandro Blasetti, spiegando che un veicolo importante potrebbe essere quello dell’identità: risvegliare nelle persone l’attaccamento ai luoghi e, così facendo, anche la volontà di conoscere e approfondire.
"Occorrono risorse aggiuntive", ha commentato Marco Bussone, "per creare campagne informative efficaci in grado di veicolare l’importanza della gestione forestale sostenibile, della pianificazione, della certificazione, temi troppo spesso sconosciuti dalla popolazione in un paese coperto per il 40% da boschi".
"Ma serve anche più coraggio", ha aggiunto Paola Barducci, "gli esperti devono imparare ad uscire dal bosco, a farsi conoscere, a portare il loro messaggio tra la gente con parole semplici e comprensibili a tutti".
In una società che si si sta progressivamente urbanizzando, che tende a polarizzare le opinioni e che propende per soluzioni semplici a problemi complessi, comunicare correttamente alberi e foreste è una vera necessità. Questo messaggio uscito dal talk non è solo rivolto a tecnici, operatori, ricercatori e amministratori, ma anche ai fruitori della stessa comunicazione, per imparare a distinguere e ad osservare in modo critico ciò che ci viene giornalmente proposto.












