Dall'uccisione dell'orsa Amarena ai cuccioli di lupo morti nell'area faunistica: interrogativi aperti sulla gestione della fauna in uno dei Parchi nazionali più antichi d'Italia

Tanti episodi, nel Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, hanno lasciato un segno profondo. Oggi siamo di nuovo qui, a parlare di quattro cuccioli di lupo che non ci sono più. Di una popolazione di orso marsicano che rimane stabile e di numerosi casi di lupi avvelenati. Di storie diverse, con cause differenti, che però finiscono per alimentare la stessa sensazione: che qualcosa, forse, meriti una riflessione. Chi pone domande non lo fa perché vuole indebolire il Parco, lo fa perché vorrebbe vederlo ancora più forte

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Ci sono notizie che fanno rumore. Altre che, invece, lasciano un silenzio difficile da raccontare. La morte dell'ultimo dei quattro cuccioli dell'area faunistica del lupo di Civitella Alfedena (AQ) appartiene a questa seconda categoria.
È uno di quei silenzi che restano addosso. Perché quei cuccioli li avevamo visti nascere. Erano stati raccontati come il simbolo di una nuova stagione, fotografati, osservati con la speranza che potessero rappresentare il futuro di un luogo che, da oltre un secolo, è il cuore della conservazione italiana.
Oggi quel futuro non c'è più. E insieme ai cuccioli sono rimaste le domande. Domande che non nascono dalla voglia di trovare un colpevole. Né tantomeno dal desiderio di attaccare un'istituzione che ha scritto alcune delle pagine più importanti della tutela della natura in Europa. Nascono dall'affetto. Perché chi frequenta il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise non lo considera semplicemente un'area protetta. Lo considera casa. Ed è proprio a casa che, quando qualcosa non va, si cerca di capire cosa sia successo.
Il Parco ha spiegato quanto accaduto ai cuccioli, riconoscendo criticità nella recinzione dell'area faunistica. Un gesto che va riconosciuto, perché assumersi le proprie responsabilità non è mai semplice. Ma proprio quella spiegazione apre inevitabilmente un'altra riflessione. Se davvero quei piccoli sono riusciti a uscire attraverso punti vulnerabili della recinzione, significa che qualcosa, nei controlli o nella manutenzione, evidentemente non ha funzionato come avrebbe dovuto.
Non è una condanna. È una domanda. Ed è una domanda che arriva dopo tanti altri episodi che, negli ultimi anni, hanno lasciato un segno profondo.
È impossibile non ripensare agli orsi morti nei pozzi e negli invasi artificiali. Trappole invisibili, presenti da anni, che hanno spezzato la vita di animali che avrebbero dovuto essere il simbolo stesso della biodiversità del Parco. Poi è arrivato Juan Carrito. Forse nessun orso aveva mai fatto innamorare così tante persone. Era diventato il volto dell'orso marsicano nel mondo, capace di avvicinare alla montagna anche chi la montagna non l'aveva mai vissuta. È morto investito su una strada dove, prima di lui, altri orsi avevano già perso la vita.

Quella morte non fu soltanto una tragedia. Fu anche un campanello d'allarme. Pochi mesi dopo è toccato all'orsa dai più conosciuta con il nome di Amarena. Un colpo di fucile esploso davanti ai suoi cuccioli ha turbato molti italiani.
Nessuno può attribuire al Parco la responsabilità di quel gesto criminale. Sarebbe profondamente ingiusto. Ma anche ciò che è accaduto dopo ha lasciato molti interrogativi. Nel procedimento giudiziario per l'uccisione dell'orsa, il Parco è stato escluso dalla costituzione di parte civile per motivi procedurali. Un episodio che, pur diverso dagli altri, ha restituito l'immagine di un'istituzione attraversata da una fase delicata, proprio nel momento in cui avrebbe voluto rappresentare con forza il valore di un animale simbolo.
E oggi siamo di nuovo qui. A parlare di quattro cuccioli di lupo che non ci sono più. Di orsi morti e lupi avvelenati. Di altri esemplari dei quali, nel tempo, si sono perse le tracce. Di storie diverse, con cause differenti, che però finiscono per alimentare la stessa sensazione. Che qualcosa, forse, meriti una riflessione.

Ogni anno il Parco ci racconta le nuove cucciolate di orso marsicano. Ed è giusto farlo. Quelle immagini rappresentano uno dei più grandi successi della conservazione italiana. Ma ogni anno, puntualmente, il numero complessivo degli orsi rimane pressoché invariato. La spiegazione scientifica è nota. Gli orsi nascono, ma muoiono anche. Incidenti, malattie, mortalità naturale fanno parte della dinamica di una popolazione così piccola e fragile. Forse, però, è arrivato il momento di raccontare con la stessa intensità anche questa parte della storia. Perché la conservazione non è fatta soltanto di fotografie bellissime e cuccioli che giocano. È fatta di errori. Di difficoltà. Di problemi. Di decisioni complicate. Ed è proprio raccontando tutto, non soltanto ciò che emoziona, che si costruisce la fiducia.
Chi scrive queste righe non è contro il Parco. Anzi. Chi ama davvero queste montagne sa perfettamente che senza il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise oggi probabilmente non esisterebbe nemmeno l'orso marsicano. Nessuno mette in discussione una storia lunga oltre cento anni. Ma proprio le istituzioni che hanno fatto la storia hanno il dovere di non sentirsi mai arrivate. Di continuare a mettersi in discussione. Di evolvere. Di accettare che il mondo cambia e che anche la conservazione deve cambiare insieme ad esso.
Le nuove tecnologie permettono oggi un monitoraggio impensabile fino a pochi anni fa. La comunicazione può diventare uno strumento di partecipazione, non soltanto di promozione. Il dialogo con cittadini, fotografi, ricercatori e frequentatori della montagna può trasformarsi in una risorsa, anziché essere vissuto come un elemento di disturbo.
Forse è proprio questo il punto. Chi pone domande non lo fa perché vuole indebolire il Parco. Lo fa perché vorrebbe vederlo ancora più forte. Perché il Parco non appartiene soltanto a chi ci lavora. Appartiene anche a chi lo percorre all'alba con uno zaino sulle spalle. A chi aspetta per ore un orso nel silenzio del bosco. A chi fotografa un lupo con rispetto. A chi accompagna un figlio lungo un sentiero spiegandogli che lì vive uno degli ultimi orsi marsicani del pianeta. A chi lo abita.
Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise ci ha insegnato che la natura si protegge con il coraggio. Forse oggi serve un altro tipo di coraggio. Quello di accettare che alcune cose possano essere migliorate. Perché le critiche costruttive non sono il contrario dell'amore. Sono, molto spesso, la sua forma più sincera.
E chi ama davvero il Parco continuerà sempre a difenderlo. Ma continuerà anche a farsi domande. Perché è proprio da quelle domande che, quasi sempre, nasce il futuro.
Le fotografie inserite nell'articolo sono state gentilmente fornite da Giampiero Cutolo












