"Le cascate sul Cervino? False". Due foto evidenziano un problema legato al nostro rapporto con l'AI. Una dinamica che incide sul sistema democratico

Ormai ogni scatto capace di evidenziare situazioni inusuali genera diffidenza. In un mondo in cui informazioni corrette e informazioni artefatte entrano nella stessa tinozza, aumenta il rischio di abboccare alle fake news oppure di sottovalutare fatti concreti. Una situazione ideale per chi vede nello spaesamento un modo per guadagnare consensi. Per scongiurare il problema è anche importante riflettere sui termini: forse potremmo iniziare a chiamarla "assistenza artificiale"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Queste due fotografie evidenziano un problema: il nostro complicato rapporto con l'AI incide su un sistema democratico.
Premetto, onde evitare fraintendimenti: entrambe le immagini - che abbiamo di recente utilizzato per due articoli - sono reali.
La prima è rimbalzata molto sui social. Inquadra il Cervino mentre viene attraversato da anomali rivoli d'acqua (risultato di precipitazioni liquide che, a quelle quote, non si dovrebbero verificare nemmeno d'estate). Prima della pubblicazione, la fotografia è stata oggetto di attente verifiche (ad esempio, le webcam puntate sulla parete nord del Cervino ne attestano l'autenticità).

La seconda immortala un tornello installato sul sentiero che conduce sul monte Seceda: molto semplicemente, l'ho scattata io.
In entrambi i casi, nei commenti a corredo degli articoli diversi lettori si sono dimostrati scettici, affermando che le immagini erano state palesemente generate con l'AI.
"Le cascate sul Cervino? False"; "Quel tornello non può essere vero, è stato aggiunto con l'intelligenza artificiale"; ...
Chi scrive così è uno sciocco?
Dal mio punto di vista assolutamente no: non hanno fatto altro che confermare la diffusa difficoltà a orientarsi tra reale o artificiale. Ormai ogni scatto capace di evidenziare situazioni inusuali genera diffidenza.
Questo da un lato a causa di una crescente promiscuità, all'interno delle piattaforme social, tra fotografie reali e immagini generate (in tanti ancora evitano di precisare che una tale immagine non è il risultato di una fotocamera, ma di un chatbot); dall'altro a causa di un utilizzo eccessivo dell'AI, anche laddove non ce ne sarebbe la necessità: è come se avessimo sviluppato una forma di dipendenza che, a mio parere, ha a che vedere con una questione di carattere terminologico.
Se a suo tempo avessimo adottato la formula "assistenza artificiale" forse questa dipendenza sarebbe inferiore; forse i chatbot verrebbero semplicemente intesi come una formidabile tecnologia a nostro supporto/servizio al fine di accelerare processi macchinosi e ripetitivi.
Chiamandola "intelligenza artificiale", tuttavia, le cose cambiano, poiché andiamo a percepirla come uno strumento capace di sostituirci, colmando lacune intellettive: in altre parole deleghiamo a un software lo sforzo creativo.
Tale dinamica è da osservare con estrema attenzione perché, con la riduzione della creatività, il pensiero va uniformandosi. Questo può incidere su un sistema democratico, la cui salute dipende da una ricca coesistenza di idee, spesso esito di una corretta informazione.
E qui torniamo al punto di partenza: in un mondo in cui informazioni corrette e informazioni artefatte entrano nella stessa tinozza, mischiandosi in continuazione, aumenta il rischio di abboccare alle fake news oppure di sottovalutare fatti concreti.
Una situazione ideale per chi vede nello spaesamento un modo per guadagnare consensi.













