"Fa parte del gioco": la morte è un'ipotesi da mettere in conto nell'alpinismo?

A una prevenzione di carattere pratico, dovrebbe forse seguire una prevenzione finalizzata a lavorare sulla mentalità di chi si approccia ai rilievi, spesso incentrata su narrazioni ereditate dal passato e imbevute di eroismo. Un ragionamento sulla differenza tra "pericolo" e "rischio" potrebbe già essere un ottimo punto di partenza

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"La morte fa parte del gioco: è un’ipotesi da mettere in conto se si desiderano salire pareti e vette".
Tante volte ho sentito ripetere questo concetto (soprattutto in seguito a qualche dramma consumatosi in montagna e anche da voci autorevoli nel mondo dell'alpinismo come Reinhold Messner) e in altrettante occasioni ho contribuito io stesso ad avallarlo, convinto che ogni gioco, per acquisire un significato condiviso, debba sottostare a un sistema di regole o di congenite e riconosciute caratteristiche: se non piacciono è sufficiente evitare di prenderne parte; se si è invece disposti ad accettarle si può iniziare a "giocare", assumendosi tutti i rischi e le responsabilità del caso.
Eppure, con il passare del tempo, questa argomentazione ha cominciato ad apparirmi sempre meno solida e definitiva, come non di rado lo sono quelle giustificazioni che diamo in pasto alla coscienza – quasi fossero un tranquillante – per liberarla da preoccupazioni o sensi di colpa.
Il problema (che ovviamente non è legato solo all’attività alpinistica) subentra quando le regole di un gioco individuale rischiano di avere delle ripercussioni anche su chi, a quel gioco, non ha mai deciso di partecipare: parenti, amici, colleghi, … E queste ripercussioni – emotive, psicologiche, lavorative, … – possono presentarsi sotto il segno di un’infida longevità, segnando per anni la mente e gli entusiasmi di chi le subisce.
È un dato di realtà che bisognerebbe iniziare ad affrontare provando a evitare le scorciatoie dell’autoassoluzione. Questo non tanto per mettere fine alla pratica dell’alpinismo, e nemmeno per frenare l’affascinante attitudine umana all’esplorazione, ma con l’obiettivo di sviluppare delle strategie di prevenzione più efficaci, soprattutto in un periodo storico come il nostro in cui i rilievi esercitano sulla società una carica attrattiva forte, forse mai vista prima.
A una prevenzione di carattere pratico – e, pertanto, strutturata anche sulle mutate condizioni dei territori montani –, dovrebbe forse seguire una prevenzione finalizzata a lavorare sulla mentalità di chi si approccia ai rilievi, spesso incentrata su narrazioni ereditate dal passato e imbevute di eroismo e di un’inevitabile accettazione del sacrificio.
Come ripete di frequente un caro amico, "un ragionamento sulla differenza tra pericolo e rischio potrebbe già essere un ottimo punto di partenza. Questi due termini, spesso utilizzati come fossero intercambiabili, indicano invece aspetti differenti e particolari: l’uno rappresenta un dato oggettivo, l’altro introduce la variabile umana".
L’ambiente montano in diverse circostanze è oggettivamente pericoloso. Praticando alpinismo, in modo inevitabile, ci si espone a pericoli. Il rischio invece dipende dal nostro comportamento, dalle scelte, dalla formazione, dagli impulsi culturali che abbiamo assorbito. Sul rischio possiamo agire, riducendolo: purtroppo non sempre agiamo fino in fondo, autoassolvendoci o affidandoci alla scaramanzia per allontanare le preoccupazioni.
Una morte prematura non può avere una giustificazione nemmeno quando si scala una parete. La morte non è una questione da "mettere in conto", ma da evitare in ogni modo: per chi scala e per chi gli vuole bene.
Lo scrivo nella consapevolezza di toccare un tasto delicato e, di conseguenza, di esporre il mio pensiero alle critiche di chi cerca avventure in montagna; ma anche nella speranza di trasformare una possibile discussione in un dibattito costruttivo.
Per evitare polemiche e fraintendimenti, sottolineo fin da ora che queste considerazioni non intendono in nessun modo giudicare i numerosi incidenti avvenuti negli ultimi giorni (anzi: penso che criticare gli alpinisti coinvolti senza conoscere dinamiche e fatti sia un’operazione di scarsa sensibilità, e un ruolo che non mi spetta). Queste considerazioni non sono frutto di singoli episodi, ma di una riflessione maturata nel tempo, che coincide soprattutto con esperienze a me vicine.












