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Idee | 23 maggio 2026 | 06:00

Un rapace grande appena quanto un merlo: in molti scambiano il suo verso per un allarme. Il canto dell'assiolo, un tempo presagio di morte, oggi battito vitale

Il canto dell'assiolo è inconfondibile: "Chiù, chiù". Se un tempo - come evidenziano i versi di Giovanni Pascoli - era un suono funesto, oggi non è più il "chiù" a proiettarci in una dimensione separata dalla vita, bensì la sua assenza

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

È finalmente arrivato il periodo dell’anno in cui i suoni, liberi dalla morsa del freddo, vivacizzano con più convinzione le ombre della notte. Il suo inizio per me coincide con il verso ritmato dell’assio­lo.

 

Il canto dell’assiolo è inconfondibile e non sono in pochi a scambiar­lo per un allarme: chiù, chiù. Questo piccolo rapace notturno, grande appena quanto un merlo e simile alla civetta nell’aspetto, trova nelle ore notturne l’ispirazione per in­tonare la sua melodia.

 

Accade che in primavera, quando l’istinto migratorio lo riporta alle nostre latitudini, la sua voce mi sorprende. A volte mentre cammino. In altre occasioni il suo richiamo regolare entra dalla finestra: ogni chiù è intervallato da due, massimo tre, secondi di silenzio. Allora mi fermo ad ascoltare nella convinzione che il canto dell’assiolo, risuonando nel buio, scandisca la notte come un battito vitale.

 

Tuttavia, al contrario del mio sentire, questo rapace del colore della corteccia è stato spesso considerato un presagio di morte; un simbolo funesto, sugellato dai versi di Giovanni Pascoli.

 

"e c’era quel pianto di morte...
chiù..."

 

Nel 1897 Pascoli si servì del canto dell’assiolo per interrogarsi sulla transitorietà dell’esistenza. Il verso modulato del rapace sembra specchiare il dolore del poeta, risuonando in lui come un malinconico "singulto". E così, con Pascoli, il canto dell’assiolo ci traghetta tra i misteri di cui è intrisa la morte.

 

Oggi, però, non è più il chiù a proiettarci in una dimensione separata dalla vita, bensì la sua assenza laddove l’habitat ottimale del rapace è andato incontro – soprattutto a causa da riconversione a monocoltura di ambienti agricoli di fondovalle, collina e pianura – al degrado.

 

Il verso dell’assiolo si trasforma dunque in un invito a calibrare la gestione del territorio considerandone la pluralità. Perché è solo nell’equilibrio tra esigenze antropiche e ambientali che si può incontrare una via sicura, un canto capace di prolungare la vita…

 

chiù…

 

 

L'assiuolo di Giovanni Pascoli

 

Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù...

 

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù...

 

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?...);
e c’era quel pianto di morte...
chiù...

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