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Idee | 06 maggio 2026 | 12:00

Ci insegna qualcosa il cane di Michele Serra sbranato dai lupi?

Una società separata da posizioni nette, che da un lato tende a negare il problema delle predazioni (in determinati contesti difficile da arginare) e dall'altro declina a priori la via della coesistenza, rifiutando accorgimenti preventivi o adottando inconsistenti ed efferati metodi fai da te (bocconi avvelenati, fucili, piombo, ...) per "farsi giustizia da soli", troverà a fatica delle soluzioni concrete ed efficaci

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Nelle ultime ore si è scatenato un accesso dibattito attorno a un articolo del noto giornalista Michele Serra, che da anni ormai ha scelto di vivere tra le colline della Val Tidone (PC) e che negli scorsi giorni ha subito la predazione del proprio cane, Osso, da parte di un branco di lupi.

 

Leggendo la notizia, il mio primo pensiero è andato a un amico, che delle sue montagne conosce ogni piega (geologica, faunistica e umana). Mi parla spesso delle predazioni dei lupi. Quando vado a trovarlo mi mostra fotografie di carcasse e, ad ogni scatto, associa una località. A volte si parla dei pascoli in quota, lontani dai paesi e dalle contrade; in altre occasioni la toponomastica converge nei pressi di aree abitate, sui recinti delle stalle o su strade molto frequentate durante l'alta stagione.

 

Non è raro che gli animali predati siano cani. Delle carcasse, come ho modo di constatare dal mio amico, a volte rimangono solo testa e spina dorsale. Immagini strazianti, che portano istintivamente il pensiero al mio cane. Se dovessi trovarlo in quello stato sprofonderei nello sconforto, per la perdita di un compagno di giornate ed emozioni condivise; di un animale su cui abbiamo culturalmente proiettato una dimensione affettiva. Perché anche la gerarchia degli affetti si può considerare un costrutto culturale.

 

Così come, profondamente umana, è la simbologia evocata dal lupo, spesso mirata a evidenziarne il lato ferino; spesso finalizzata a consolidare e a tramandare un timore atavico, viscerale.

 

Ancora più umane sono le tendenze animaliste radicali, interessate a elevare i lupi a emblema di una natura capace di riconquistare i propri spazi a discapito della specie umana, da esse considerata senza distinzioni alla stregua di un esercito invasore, biasimevole in ogni suo aspetto.

 

Serra sottolinea correttamente su Il Post che "il lupo fa il suo mestiere, che è perpetuare la specie"

 

Anche l'essere umano continua a fare il suo mestiere. A volte bene a volte male. Ed è il mestiere di un animale dalle mille declinazioni culturali, con i suoi interessi (purtroppo non sempre virtuosi); le sue emotività, spesso condizionate da esigenze e stili di vita differenti; e le sue convinzioni che, non di rado, vengono ereditate dal passato.

 

La storia del cane di Michele Serra insegna dunque che, per incontrare un punto di utile coincidenza nella pluralità umana, è necessario intraprendere la strada del dialogo in una montagna italiana - Alpi e Appennini - sempre più caratterizzata da un'importante presenza selvatica, ma anche da una notevole presenza antropica, nonostante lo spopolamento.

 

Perché una società separata da posizioni nette, che da un lato tende a negare il problema delle predazioni (in determinati contesti difficile da arginare) e dall'altro declina a priori la via della coesistenza, rifiutando accorgimenti preventivi o adottando inconsistenti ed efferati metodi fai da te (bocconi avvelenati, fucili, piombo, ...) per "farsi giustizia da soli", troverà a fatica delle soluzioni concrete ed efficaci.

 

Soluzioni ancora più difficili da individuare fintantoché persisterà una speculazione di carattere politico, con amministratori interessati a creare un esasperato stato di allarme, per poi cavalcarlo attraverso campagne elettorali di impronta populista; e altri esponenti - guidati dal medesimo approccio ideologico - tesi incautamente a ignorare o a derubricare i timori delle persone, senza capire che trascurare la paura può generare intolleranza e conseguenti reazioni scomposte.

 

Serve dialogo quindi; serve ascoltare le esigenze e le difficoltà di chi abita il territorio, ma anche accogliere i suggerimenti di chi studia i grandi carnivori. Serve affidarsi all'esperienza di chi conosce l'argomento e cerca di affrontarlo svicolandosi da ideologie e preconcetti. Serve accettare decisioni magari nette, che possono scontrarsi con la nostra sensibilità, finalizzate a promuovere una coesistenza concreta.

 

Serve infine fidarsi, perché senza fiducia nelle altrui competenze/esperienze è impossibile immaginare una struttura sociale solida - soprattutto in una montagna antropologicamente erosa dallo spopolamento - in cui si possa instaurare una relazione equilibrata con la fauna selvatica.

 

A questo tema verranno dedicati due appuntamenti al Festival de L'Altramontagna: qui programma e informazioni

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