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Alpinismo | 08 maggio 2026 | 06:00

"Prima o poi un fulmine mi centra" pensavo in cima a una guglia, sorpreso dal temporale mentre scalavo sulle Dolomiti. Da quell'esperienza il mio modo di guardare le montagne è cambiato

"Le Dolomiti erano in tempesta e noi, come naufraghi privi di veliero, annaspavamo in quel mare di roccia. Con le fibre muscolari pervase da un'asia catramosa, il fisico non riusciva a reagire. Intanto Davide era scomparso nella grandine". Con il racconto di un episodio personale inauguriamo su L'Altramontagna la nuova rubrica 'Walter Bonatti: un classico sempre contemporaneo'

scritto da Pietro Lacasella
Festival AltraMontagna

Con il racconto di un episodio personale inauguriamo su L'Altramontagna la nuova rubrica Walter Bonatti: un classico sempre contemporaneo. La figura di Walter Bonatti verrà approfondita sabato 6 giugno al Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo" (ore 21, Teatro Monte Baldo di Brentonico). L'evento, a ingresso gratuito, è aperto su prenotazione fino a esaurimento posti (QUI per prenotarsi).

 

 

Tutto inizia da un temporale

 

Il boato del tuono gonfiò la valle. La vibrazione arrivò come un’onda, deflagrata in basso chissà dove, forse tra le abetaie della Val Canali, e ci travolse con una violenza sconcertante.

Davide mi fissava con occhi grandi di paura. Mi fissava, ma non proferiva parola.

 

Poi un secondo boato. Questa volta più vicino e accompagnato da una folata di vento che, infilandosi nelle fessure della roccia, spandeva attorno a noi cigolii sinistri. Le montagne iniziavano ad agitarsi, come un mare in tempesta. Brandelli di nubi si schiantavano sulle pareti, schizzando come spuma. Non si capiva più dove finissero le Dolomiti e dove iniziassero le nuvole. Tutto pareva rimescolarsi, in quel paesaggio opaco e dinamico, sotto l’impulso delle intemperie. Solo le pupille di Davide mi davano un’impressione di immobilità. Mi trovavo a pochi metri da lui eppure sembrava lontanissimo, evanescente come un ologramma. Era come se il vento ne sfibrasse il profilo. Ma quegli occhi dilatati e immobili, incassati in un volto scavato dalla tensione, si distinguevano alla perfezione.

 

Il fragore del terzo boato fu orrendo, perché anticipato da un bagliore così vicino da bucare la cortina grigiastra che tutto avvolgeva in quel pomeriggio di agosto. E dopo il lampo, un rimbombo tanto forte che pareva fuoriuscito dalle viscere della terra. Un fremito gutturale, mostruoso, che scuoteva le guglie, le fronde degli alberi lontane giù nella valle, le infinite distese detritiche, i nostri corpi. Ecco. Lo sentivo proprio dentro, quel fremito, e penso evocasse una forma di terrore primitivo; eredità lontana di esistenze profondamente esposte agli umori della natura.

 

Poi, inaspettato, il silenzio. La valle sembrava essersi improvvisamente svuotata. Guardavo gli occhi di Davide, ancora ampi e inespressivi come fari. Nessuno dei due riusciva a parlare tanto la bocca era impastata di agitazione; sapevamo che non era finita: si trattava di una sospensione momentanea, dell’intervallo apparentemente quieto che si inserisce tra un’onda e l’altra. Nel cielo livido l’aria non smetteva di caricarsi, di accumulare energia, di covare eccitazione. Era questione di attimi. E, difatti, così fu.

 

Luce e suono caddero insieme, irrompendo nel solco vallivo con un’aggressività addirittura superiore. Questa volta però, assieme al frastuono, iniziò a scende la pioggia, e poi la grandine. Schegge ghiacciate picchiavano forte sul caschetto, sugli zigomi, sulle nocche; e coprivano ogni altro suono. Mi sentivo sperduto all’interno di un labirinto di nuvole, tra lampi rapidissimi, che perforavano i vapori come agguati luminosi. "Prima o poi un fulmine mi centra", pensavo. Le Dolomiti erano in tempesta e noi, come naufraghi privi di veliero, annaspavamo in quel mare di roccia. Con le fibre muscolari pervase da un’asia catramosa, il fisico non riusciva a reagire. Intanto Davide era scomparso nella grandine: cadeva tanto fitta da formare una barriera visiva e, forse, fu un bene. Senza quegli occhi puntati addosso; senza che la sua paura amplificasse la mia, iniziai a muovermi, guidato più dall’istinto che dal raziocinio. Senza quegli occhi, i movimenti avevano riacquistato quel tanto di agilità da permettermi di superare l’ultimo tratto di parete.

 

Di lì a breve mi ritrovai in vetta, in bilico su un sottilissimo lembo di roccia. Una lama che, a volerlo, si poteva cavalcare tanto era sottile. L’aria, intorno a noi, friggeva.

 

La disperazione mi toglieva il respiro. "In che merda di guaio ci siamo infilati", ripetevo a denti stretti. Sono frangenti in cui monta un sentimento avverso nei confronti della montagna. Arrivi a detestarla. Ma, più di tutto, inizi a odiare te stesso per esserti inflitto un sentimento ripugnante, che all’angoscia unisce autocommiserazione e senso di colpa. Pensavo ai miei genitori, ignari di quella gita. Pensavo che, se ne fossi uscito incolume, non avrei più affrontato una parete in montagna. Pensavo a come levarci, il prima possibile, da quella guglia, così slanciata che pareva un parafulmine. E noi, su quel parafulmine, eravamo in piedi, a fare i parafulmini del parafulmine, carichi di ferraglia tra moschettoni e assicuratori.

 

"Imbastiamo una doppia e ci lanciamo giù, va bene? Dobbiamo levarci quanto prima da qui, siamo troppo esposti", ho urlato a Davide con un tono di voce deformato dall’agitazione. Cercavo di evitare il suo sguardo, temendo mi proiettasse nuovamente nell’immobilismo, ma con la coda dell’occhio intravvidi le sue lunghe dita iniziare a predisporre le corde. Mentre allestivamo la prima calata il tempo sembrava essersi fermato. "La scienza, su questo, è chiara", ho letto di recente in un articolo di Chiara Guglielmina pubblicato su L'Altramontagna, "il nostro cervello non misura il tempo in minuti, ma in attenzione. Più un momento è intenso più lo registra nei dettagli". Ricordo le mie mani: tremavano forte mentre armeggiavo con corde, cordini e moschettoni. Tremavano di paura. Una paura inedita, prepotente, che sembrava volesse appropriarsi anche degli spazi più intimi del mio corpo.

 

In preda all’agitazione, continuavo a sbagliare le manovre. Dovevo ripeterle più e più volte prima di indovinarle. Procedevo con movimenti sgraziati, imprecisi, mentre il mondo verticale da cui eravamo accerchiati, scosso da una vibrazione costante, sembrava potesse collassare da un momento all’altro. La valle continuava a ringhiare come una bestia impaurita, e il suo alito freddo si diffondeva in modo inquietante.

 

Poi, come per miracolo, la prima calata prese forma, con le corde zuppe, ma ben disposte; ordinate nel fendere parallelamente gli abissi.

 

"Scendi te per primo", mi ha spronato Davide.

 

Senza rispondere, in uno sprazzo di lucidità ho controllato per un’ultima volta che nodi, ghiere e moschettoni fossero al loro posto e poi, come mai avevo fatto prima, mi sono lanciato nel precipizio con una rapidità folle. L’esposizione prolungata ai fulmini mi spingeva a proseguire senza cautela. Con gli occhi puntati negli abissi e i piedi che inseguivano l’equilibrio nel vuoto, cercavo disperatamente il terrazzino dove avevamo sostato pochi minuti prima, quando nel cielo ancora splendeva il sole. Avevo il timore di superarlo senza accorgermene, perdendolo in quel dedalo di nebbie.

 

Per fortuna, quella piccola pausa di roccia orizzontale, si trovava sulla traiettoria delle corde, così i piedi si posarono prima ancora che gli occhi l’avessero scorta.

 

Pochi istanti dopo e Davide era con me. Ripetemmo l’operazione altre tre o quattro volte, fino a toccare la base della parete. Solo a quel punto, beffarda, così com’era arrivata, all’improvviso la tempesta svanì. La sua torre di vapore si allontanò a sconvolgere altre valli. In quel momento, tornai a guardare gli occhi di Davide che, finalmente, riflettevano uno sguardo rasserenato.

 

Nessuno dei due aveva voglia di parlare. Camminavamo verso la macchina, ognuno immerso nei suoi pensieri, accompagnati dallo sbatacchiare dei moschettoni agganciati all’imbrago. Nel cielo tiepido del tramonto, le ultime nuvole sembravano giocare a inseguirsi. Le più distratte si incastravano sulle guglie prima di dissolversi.

 

Anche le mie riflessioni si rincorrevano. Dopo lo spavento, iniziò a crescere in me una nuova sensazione: avevo l’impressione di essermi infatuato di un modo di vivere la montagna che, evidentemente, non mi apparteneva. Era come se tentassi affrontare una dimensione per me impossibile da gestire. Per riuscirci mi allenavo con metodo e grandissima costanza. Dell'alpinismo avevo fatto una mania.

 

Leggevo tantissimo: storie di uomini sospesi per giorni sugli abissi del precipizio, storie di salvataggi estremi, storie di bivacchi in ambienti ostili all'essere umano, storie di lunghe traversate con gli sci, di tempeste di neve, di imprese solitarie, di persone rinate in montagna e di vite spezzate dalla montagna.

 

E poi ovviamente mi allenavo. Erano gli anni dell'università e ogni pausa, tra una sessione di studio e l'altra, andava sfruttata. Non quando saltavo una lezione, ma quando saltavo un allenamento sentivo di aver sprecato il mio tempo. E allora, chiusi i libri, via, a macinare dislivello sulle montagne di casa, in un costante e ripetitivo saliscendi: sempre gli stessi itinerari, sempre le stesse creste, sempre le stesse vie. Su cima Portule, la montagna del cuore, a occhio e croce sarò salito una settantina di volte in appena quattro-cinque anni. Più di dieci volte all'anno, nelle torride estati o nei rigidi inverni; con la neve o con le pietre arroventate dal sole; prima dell'alba o nelle notti rischiarate dalla luna piena.

 

Le ore in falesia erano sicuramente le più spensierate, trascorse con gli amici ad arrovellarsi il cervello alla ricerca della strategia più efficace per superare verticalità sempre più accentuate, per afferrare prese sempre più piccole, microscopiche escrescenze rocciose o dolorosissimi buchi.

 

E poi ancora la palestra, con i pesi, le zavorre e tante, troppe, ripetute a secco su millimetriche liste di legno. Una noia terribile, seriale, ma necessaria. Almeno così mi sembrava: ripetute e tempi di recupero; cronometri, chilogrammi, dischi d'acciaio, elastici. Sfruttando ogni sporgenza, a volte mi appendevo persino agli stipiti delle porte.

 

Uno sforzo continuo e soddisfacente – perché effettivamente i miglioramenti si percepivano – volto a una grande impresa che, ero certo, prima o poi sarebbe arrivata. Ma era come se fosse l’avventura a dovermi cercare e non io a creare le circostanze per darle forma: gli anni passavano, gli allenamenti si intensificavano, mi sentivo sempre più forte, ma quella grande avventura, quel grande evento, non arrivava mai. Il tempo scorreva scandito dai soli propositi. Si era insinuato in me il meccanismo subdolo e, per certi versi, pericoloso, dell'abitudine. Ma la ripetitività era giustificata da quella falsa convinzione, dalla speranza che l’occasione di vivere una grande avventura, una di quelle lette nei libri, presto o tardi si sarebbe manifestata.

 

Camminavo davanti a Davide. Il tramonto, giunto all’apice, pennellava le crode di rosa. Ancora una volta, cielo e montagne sembravano compenetrarsi. Uno spettacolo grandioso che, tuttavia, faticavo a cogliere per intero in quel rimestare di considerazioni.

 

In quel periodo avevo i miei punti di riferimento. Su tutti uno: Walter Bonatti.

Bonatti era per me un idolo, un esempio, un faro a cui mirare. Di lui avevo letto tutto, avevo visto tutto: documentari, comparsate televisive, mostre, fiction. Ero affascinato dalla sua abilità, dal suo pensiero limpido, dal suo portamento signorile, dalla coerenza su cui pareva essere impostata ogni sua scelta. Walter Bonatti riusciva (e ancora riesce) a saldare nella sua figura un modo particolare di affrontare il mondo. Una certa attitudine. E io, ventenne, cercavo di specchiarmi nella sua esistenza.

 

A opacizzare quel riflesso fu sufficiente un temporale, giunto all’improvviso mentre scalavo una facile parete sulle Pale di San Martino. Quella che doveva trattarsi di "una gitarella", come l’avevo chiamata con gli amici, si rivelò l’inizio di una progressiva rivalutazione del mio rapporto con l’alta quota e con le montagne. L’idea che avevo dei rilievi, fino a quel momento dai contorni nettissimi, cominciò improvvisamente a sfumare.

 

Oggi, anche grazie a quell’episodio, sento l’esigenza di comprendere come anch’io possa essere stato suggestionato soprattutto dagli aspetti eroici e avventurosi dell’esemplare esistenza di Walter Bonatti, fraintendendo alcuni importanti passaggi della sua biografia. Riletti successivamente mi hanno offerto l’occasione di osservare i territori montani con maggiore consapevolezza.

 

 

Da questa esigenza nasce la nuova rubrica settimanale de L’Altramontagna intitolata "Walter Bonatti: un classico sempre contemporaneo", a cura di Pietro Lacasella

il blog
Walter Bonatti: un classico sempre contemporaneo

Rileggere Walter Bonatti per rivedere il proprio rapporto con la montagna. Una rubrica personale, a cura di Pietro Lacasella

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