"Quest'anno, sul ghiacciaio dello Stelvio, mi ha colpita una cosa: lo skilift basso non c'è più. Lo sci estivo rischia davvero di scomparire". A tu per tu con Marta Bassino, tra sport e fragilità delle terre alte

"Egoisticamente, so che finirò la mia carriera prima che il mondo cambi del tutto. Quello che mi preoccupa di più è la velocità con cui i ghiacciai si stanno ritirando". In questa uscita della rubrica "Pista Battuta" proviamo ad analizzare, con un'atleta di Coppa del Mondo, il presente e il futuro dello sci

Ha un gran bel coraggio, lo sci. A sfidare il tempo. Una gara di sci non dura mai più di due minuti: due discese, un minuto l’una. Lo sci gioca col tempo. Chiede infinite ripetizioni agli atleti, migliaia di curve verso destra, migliaia verso sinistra. Migliaia di passaggi sulla neve dura, sul ghiaccio, sulla neve appena caduta e su quella che fonde sotto gli sci, a fine stagione. Ma quando è il momento di fare i conti ti concede un minuto di discesa, secondo più, secondo meno. Se desideri essere un bravo sciatore il tempo devi fartelo amico. Ricordando che una buona amicizia si basa sulla presenza.
Quando sei al cancelletto di partenza desideri arrivare al traguardo il più in fretta possibile. Lo spettatore a casa, seduto sul divano, vede solo quelle curve, così perfettamente sciate che paiono frutto di un talento sovrannaturale. In tv non si vede il tempo che sta dietro la gara. Non si percepisce, temo, l’impegno che sta alla base del nostro sport.

Poi, proprio come un buon amico, lo sciatore impara a conoscerlo, il tempo. Capisce quanto possa essere infinito un secondo. Capisce che, a 120 chilometri l’ora, 20 centesimi di distacco corrispondono a metri di pista. Uno sciatore, come chiunque giochi col tempo, sa che non può barare. Nei miei ricordi ci sono ancora intere manche. Lo sci ha il potere di dilatare il tempo. Ho in mente ogni caduta e ogni buona discesa. Quella porta rossa sul dosso, in contropendenza, su quella lastra di ghiaccio che intimoriva tutte. Quella penultima porta che mi ha fatto perdere una grande occasione a Corno alle Scale. Gli sci che sbattono violenti sugli scalini ghiacciati della discesa libera di Santa Caterina.

Succede il contrario quando il tempo è lontano, ripetitivo, poco emotivo. Le giornate tutte uguali, le notizie sul clima sempre simili, i -2 gradi qui, i +2 gradi lì, la foto di un ghiacciaio che si ritira "da qualche parte". Il cervello archivia pochi dettagli, comprime. Ci sembra che il tempo scorra in fretta, e con lui scorrono via anche le montagne, senza che ce ne accorgiamo davvero. Così finiamo per stare attentissimi al secondo che ci separa dal podio e distratti dagli anni che separano le nostre valli da un inverno diverso, forse irriconoscibile.
Il tempo, nello sci, si dilata. In poco più di un minuto disegna ricordi che ti accompagneranno nella vita. Ma poi c’è il tempo altro, quello che scorre quando non siamo sulle piste battute. Quel tempo che scorre ora, mentre batto le dita sulla tastiera. Di quel tempo che fonde, usura, screpola e tortura le montagne cosa dovremmo fare? Della faccia della medaglia che ci piace meno, del difetto del nostro amico, cosa vogliamo fare?

"In casa vostra il meteo non è mai solo una chiacchiera: è allenamenti, pascoli, turismo che va o non va. Ti ricordi un momento preciso in cui hai pensato: Qui non è solo un inverno andato storto, è proprio la montagna che sta cambiando?"
"Se devo essere sincera, un momento preciso no. Guardando al mio mondo, quindi allo sci, il cambiamento del meteo e il surriscaldamento globale si vedono soprattutto sui ghiacciai. Se penso a dove mettevamo gli sci dieci anni fa e a dove li mettiamo adesso, mi rendo conto di quanto si siano ritirati. Noi atleti di Coppa del Mondo, poi, li abbiamo frequentati sempre meno: cerchiamo di tenere in piedi la stagione fino ad aprile, neve permettendo, e per gli allenamenti estivi ci spostiamo sempre più spesso nell’emisfero australe, in Sud America, per trovare un po’ di neve invernale.

Sono anni che non frequento il ghiacciaio dello Stelvio. L’ultima volta ci sono stata nel 2022, per un’intervista alla scialpinista Alba De Silvestro, e non ne ho riportato un ricordo così drammatico. Dopo la chiacchierata con Marta ho fatto un po’ di ricerca online, finendo davanti a immagini angoscianti, girate nell’estate del 2023. Un drone sorvola la zona del Livrio: si ha la netta sensazione di assistere alla fine di qualcosa.

Nel 2025 il direttore degli impianti, Federico Capitani, ha spiegato che i due skilift Geister erano stati smontati un paio d’anni prima per essere riposizionati più a destra e più in alto, guardando a monte, seguendo lo spostamento del manto di ghiaccio. L’intervento, rallentato da problemi tecnici, si è concluso nel 2026: oggi le sciovie Geister 1 e 2 sono state riposizionate e rinnovate, con nuovi ancoraggi e una linea adattata al ghiacciaio che arretra, per garantire maggiore stabilità e continuità operativa.
Comprendo la scelta tecnica di spostare le sciovie, di adattarle al movimento del ghiacciaio. Ha una sua logica, quasi una sua etica: provare a restare, finché si può, in un luogo che ha dato lavoro, identità, senso alle persone che lo abitano. Eppure, da un punto di vista psicologico, assomiglia a un altro meccanismo: è come se la lava di un vulcano in eruzione continua si spostasse sempre più verso casa mia e io continuassi a deviarla, a costruire muretti, a ridisegnare il giardino, pur sapendo che un giorno quella lava inghiottirà ogni cosa.

C’è poi l’attaccamento profondo ai luoghi: un ghiacciaio, una pista, un rifugio non sono solo infrastrutture, sono pezzi di biografia collettiva. Difenderli, aggiustarli, rincorrere il ghiaccio che arretra è anche un modo per difendere noi stessi, la storia che ci siamo raccontati finora su chi siamo in montagna. È più facile spostare i piloni che spostare il nostro immaginario.
È una forma di speranza ostinata, ma anche di rimozione: ci permette di andare avanti un altro anno, un’altra stagione, un altro spostamento di piloni, senza guardare davvero in faccia la domanda più radicale: E se invece dovessimo proprio cambiare modo di stare in montagna? 
"La preoccupazione più grande resta senza dubbio l’incertezza. È sempre più difficile interpretare le previsioni meteo e adattarsi di conseguenza. Anche guardando solo agli inverni: per un periodo sembrava che non dovesse nevicare più e invece quest’anno, da noi in zona Limone Piemonte, ha nevicato moltissimo. Sappiamo che non è il singolo evento a determinare il clima, però è innegabile che questo continuo alternarsi di estremi spiazzi e crei confusione.

Anche per mio fratello Matteo vale lo stesso discorso. Lui ha un alpeggio e so che le stesse incertezze valgono per gli animali: non è più scontato capire a che quota portarli al pascolo, quando farli salire e quando farli scendere. Dipende tutto da quando ‘parte’ l’erba, da quanto tempo resta verde e nutritiva, da quanto si brucia o secca in fretta con il caldo o la siccità. Anni fa i tempi erano più regolari, adesso ogni stagione è diversa e ti costringe a ricalibrare tutto. L’adattamento fa la differenza, ma oggi adattarsi è sempre più complesso."

"Nel Circo Bianco ti vediamo per un minuto in TV, ma la tua montagna è fatta anche di stalle, case di pietra e sentieri. C’è qualcosa che vedi cambiare lì, fuori dalle piste battute, che ti fa più paura di qualsiasi tempo sul tabellone?"
"Fuori dal rifugio gestito da mio fratello c’è un lago meraviglioso, non sorgivo, alimentato solo dalla neve che fonde dopo l’inverno: il lago delle Portette, a 2.388 metri di quota. Negli ultimi anni ho osservato un abbassamento impressionante del livello dell’acqua. Erano già un po’ di estati che il livello scendeva sempre di più, e parliamo di un lago profondo 40–50 metri, profondo per essere un lago alpino. Dipende unicamente da quanta neve cade in inverno: due anni fa era ai minimi storici e faceva davvero impressione vederlo così basso.

A partire dalle sue parole, è facile allargare lo sguardo oltre il singolo rifugio. E, più in grande, vuol dire torrenti ridotti al minimo, boschi e prati più stressati, rischio incendi più alto. Un lago basso, in quota, è come una spia rossa accesa sul cruscotto: ti dice che qualcosa, nel ciclo dell’acqua, non sta più funzionando come prima.
"Io, dentro di me, mi dico: ‘Tanto non vado avanti all’infinito’. Egoisticamente, dal punto di vista dell’atleta, so che finirò la mia carriera prima che si arrivi al punto di non ritorno e che il mondo cambi del tutto. Quello che mi preoccupa di più, però, è la velocità con cui i ghiacciai si stanno ritirando: così lo sci estivo rischia davvero di scomparire. Probabilmente, in futuro, per allenarci dovremo cercare neve solo nella vera stagione invernale, quindi spostandoci sempre di più nell’altro emisfero: Argentina, Cile, Nuova Zelanda.
Oppure (e spero vivamente di no) lo sci del futuro potrebbe essere soprattutto lo sci al coperto, nei capannoni: come succede già in posti tipo Dubai, o nei grandi ski dome del Nord Europa e della Germania, vicino ad Amburgo e in Olanda. Sembrano piccoli comprensori, ma al chiuso. Per me è terribile pensare che lo sci possa diventare quello."

Ripenso alle mie manche, alle curve che ricordo nei dettagli, alla capacità dello sci di allungare un minuto fino a farlo diventare un piccolo pezzo di vita. Forse ci serve qualcosa di simile anche con il clima: trasformare quello che oggi percepiamo come un rumore di fondo (gradi in più, ghiacciai in meno) in ricordi indelebili, in immagini che non possiamo più ignorare né scacciare.
Marta, con la sua famiglia sparsa tra rifugi, alpeggi e piste, è già lì: dentro un tempo che si restringe, che chiede decisioni. Noi, che guardiamo il Circo Bianco dal divano o da bordo pista, possiamo continuare a tifare solo per il cronometro. Oppure cominciare a chiederci come possiamo salvare queste montagne.
Il tempo per farlo non è infinito, ma per ora c’è ancora.

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.














