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Sport | 15 marzo 2026 | 18:00

"Quest'anno, sul ghiacciaio dello Stelvio, mi ha colpita una cosa: lo skilift basso non c'è più. Lo sci estivo rischia davvero di scomparire". A tu per tu con Marta Bassino, tra sport e fragilità delle terre alte

"Egoisticamente, so che finirò la mia carriera prima che il mondo cambi del tutto. Quello che mi preoccupa di più è la velocità con cui i ghiacciai si stanno ritirando". In questa uscita della rubrica "Pista Battuta" proviamo ad analizzare, con un'atleta di Coppa del Mondo, il presente e il futuro dello sci

Ha un gran bel coraggio, lo sci. A sfidare il tempo. Una gara di sci non dura mai più di due minuti: due discese, un minuto l’una. Lo sci gioca col tempo. Chiede infinite ripetizioni agli atleti, migliaia di curve verso destra, migliaia verso sinistra. Migliaia di passaggi sulla neve dura, sul ghiaccio, sulla neve appena caduta e su quella che fonde sotto gli sci, a fine stagione. Ma quando è il momento di fare i conti ti concede un minuto di discesa, secondo più, secondo meno. Se desideri essere un bravo sciatore il tempo devi fartelo amico. Ricordando che una buona amicizia si basa sulla presenza.

 

Quando sei al cancelletto di partenza desideri arrivare al traguardo il più in fretta possibile. Lo spettatore a casa, seduto sul divano, vede solo quelle curve, così perfettamente sciate che paiono frutto di un talento sovrannaturale. In tv non si vede il tempo che sta dietro la gara. Non si percepisce, temo, l’impegno che sta alla base del nostro sport. 

Quest’anno ho trascorso molto tempo sulle piste, come allenatrice, e molto a scrivere questa rubrica. Credevo di trovare una risposta, ma mi ritrovo con più domande.

 

Poi, proprio come un buon amico, lo sciatore impara a conoscerlo, il tempo. Capisce quanto possa essere infinito un secondo. Capisce che, a 120 chilometri l’ora, 20 centesimi di distacco corrispondono a metri di pista. Uno sciatore, come chiunque giochi col tempo, sa che non può barare. Nei miei ricordi ci sono ancora intere manche. Lo sci ha il potere di dilatare il tempo. Ho in mente ogni caduta e ogni buona discesa. Quella porta rossa sul dosso, in contropendenza, su quella lastra di ghiaccio che intimoriva tutte. Quella penultima porta che mi ha fatto perdere una grande occasione a Corno alle Scale. Gli sci che sbattono violenti sugli scalini ghiacciati della discesa libera di Santa Caterina.

La scienza, su questo, è chiara. Il nostro cervello non misura il tempo in minuti, ma in attenzione. Più un momento è intenso (come una manche a 120 all’ora, in cui ogni porta può decidere una stagione) più lo registra nei dettagli. È come se riempisse ogni secondo di fotogrammi: cadute, vibrazioni degli sci, rumori, odori. Più fotogrammi accumuliamo, più quel minuto ci sembra lungo. Il tempo si dilata quando siamo presenti.

 

Succede il contrario quando il tempo è lontano, ripetitivo, poco emotivo. Le giornate tutte uguali, le notizie sul clima sempre simili, i -2 gradi qui, i +2 gradi lì, la foto di un ghiacciaio che si ritira "da qualche parte". Il cervello archivia pochi dettagli, comprime. Ci sembra che il tempo scorra in fretta, e con lui scorrono via anche le montagne, senza che ce ne accorgiamo davvero. Così finiamo per stare attentissimi al secondo che ci separa dal podio e distratti dagli anni che separano le nostre valli da un inverno diverso, forse irriconoscibile.

 

Il tempo, nello sci, si dilata. In poco più di un minuto disegna ricordi che ti accompagneranno nella vita. Ma poi c’è il tempo altro, quello che scorre quando non siamo sulle piste battute. Quel tempo che scorre ora, mentre batto le dita sulla tastiera. Di quel tempo che fonde, usura, screpola e tortura le montagne cosa dovremmo fare? Della faccia della medaglia che ci piace meno, del difetto del nostro amico, cosa vogliamo fare? 

Ho scelto di parlare con Marta Bassino non solo perché ho avuto il piacere di gareggiare con lei, ma perché ha un legame profondo con la montagna. Sciatrice alpina della nazionale italiana, campionessa di Coppa del Mondo di slalom gigante nel 2021, in carriera ha ottenuto diverse vittorie e podi in Coppa del Mondo, confermandosi un atleta forte e polivalente.

 

"In casa vostra il meteo non è mai solo una chiacchiera: è allenamenti, pascoli, turismo che va o non va. Ti ricordi un momento preciso in cui hai pensato: Qui non è solo un inverno andato storto, è proprio la montagna che sta cambiando?"

 

"Se devo essere sincera, un momento preciso no. Guardando al mio mondo, quindi allo sci, il cambiamento del meteo e il surriscaldamento globale si vedono soprattutto sui ghiacciai. Se penso a dove mettevamo gli sci dieci anni fa e a dove li mettiamo adesso, mi rendo conto di quanto si siano ritirati. Noi atleti di Coppa del Mondo, poi, li abbiamo frequentati sempre meno: cerchiamo di tenere in piedi la stagione fino ad aprile, neve permettendo, e per gli allenamenti estivi ci spostiamo sempre più spesso nell’emisfero australe, in Sud America, per trovare un po’ di neve invernale.

Quest’anno, sul ghiacciaio dello Stelvio, mi ha colpita una cosa in particolare: lo skilift basso, quello sotto l’hotel Livrio, non c’è più; la sua linea è stata spostata più in alto per inseguire il ghiacciaio che arretra. Per evitare alle atlete il lungo tratto a piedi usiamo il gatto delle nevi e, passando lì sotto, vedi esattamente dov’era la vecchia partenza dello skilift. Assistere a un cambiamento così evidente, in così poco tempo, per me è stato sconvolgente".

 

Sono anni che non frequento il ghiacciaio dello Stelvio. L’ultima volta ci sono stata nel 2022, per un’intervista alla scialpinista Alba De Silvestro, e non ne ho riportato un ricordo così drammatico. Dopo la chiacchierata con Marta ho fatto un po’ di ricerca online, finendo davanti a immagini angoscianti, girate nell’estate del 2023. Un drone sorvola la zona del Livrio: si ha la netta sensazione di assistere alla fine di qualcosa. 

Chiazze scure, là dove pochi anni fa c’era neve candida, hanno preso il sopravvento; ruscelli strisciano come serpi tra la neve superstite, sporca di terra nera. È l’acqua che fonde, scaldata da uno zero termico sempre più alto, e che si scava la propria via tra ghiaccio e roccia. Qualcosa è cambiato e quel che rimane spezza il cuore. Qualche ragazzo scende in posizione su quella neve fradicia, mentre alle sue spalle lo skilift è fermo.

 

Nel 2025 il direttore degli impianti, Federico Capitani, ha spiegato che i due skilift Geister erano stati smontati un paio d’anni prima per essere riposizionati più a destra e più in alto, guardando a monte, seguendo lo spostamento del manto di ghiaccio. L’intervento, rallentato da problemi tecnici, si è concluso nel 2026: oggi le sciovie Geister 1 e 2 sono state riposizionate e rinnovate, con nuovi ancoraggi e una linea adattata al ghiacciaio che arretra, per garantire maggiore stabilità e continuità operativa.

 

Comprendo la scelta tecnica di spostare le sciovie, di adattarle al movimento del ghiacciaio. Ha una sua logica, quasi una sua etica: provare a restare, finché si può, in un luogo che ha dato lavoro, identità, senso alle persone che lo abitano. Eppure, da un punto di vista psicologico, assomiglia a un altro meccanismo: è come se la lava di un vulcano in eruzione continua si spostasse sempre più verso casa mia e io continuassi a deviarla, a costruire muretti, a ridisegnare il giardino, pur sapendo che un giorno quella lava inghiottirà ogni cosa. 

Il cervello umano, davanti a un pericolo lento ma inesorabile, fa qualcosa di molto preciso: normalizza. Ogni nuovo grado di distruzione diventa ‘il nuovo normale’. Un pilone nel fango, un tratto di neve in meno, una pista un po’ più corta: invece di apparirci come una soglia irreversibile, si trasforma in un altro passaggio da gestire. In questo modo teniamo a bada l’angoscia. Mettere mano a un progetto, spostare una sciovia, trovare una neve un po’ più in alto o dall’altra parte del mondo, ci restituisce l’illusione di avere ancora il controllo. Non stiamo solo perdendo qualcosa: stiamo "adattando’, "risolvendo", "ottimizzando".

 

C’è poi l’attaccamento profondo ai luoghi: un ghiacciaio, una pista, un rifugio non sono solo infrastrutture, sono pezzi di biografia collettiva. Difenderli, aggiustarli, rincorrere il ghiaccio che arretra è anche un modo per difendere noi stessi, la storia che ci siamo raccontati finora su chi siamo in montagna. È più facile spostare i piloni che spostare il nostro immaginario.

 

È una forma di speranza ostinata, ma anche di rimozione: ci permette di andare avanti un altro anno, un’altra stagione, un altro spostamento di piloni, senza guardare davvero in faccia la domanda più radicale: E se invece dovessimo proprio cambiare modo di stare in montagna? 

"Arrivi da una famiglia che tiene in piedi tre pilastri delle terre alte: sport, allevamento, turismo. Quando parlate di futuro attorno a un tavolo, qual è la preoccupazione comune che vi attraversa tutti, anche se fate lavori diversi?"

 

"La preoccupazione più grande resta senza dubbio l’incertezza. È sempre più difficile interpretare le previsioni meteo e adattarsi di conseguenza. Anche guardando solo agli inverni: per un periodo sembrava che non dovesse nevicare più e invece quest’anno, da noi in zona Limone Piemonte, ha nevicato moltissimo. Sappiamo che non è il singolo evento a determinare il clima, però è innegabile che questo continuo alternarsi di estremi spiazzi e crei confusione. 

Il timore, per tutti noi, rimane l’incognita: non riuscire a prevedere come cambierà la montagna e quindi come pianificare il lavoro. È meraviglioso lavorare in montagna, ma è anche molto difficile. Mio fratello Marco gestisce il Rifugio Emilio Questa, in Valle Gesso, e quando vado a trovarlo mi racconta le difficoltà che incontra. Anche il mio compagno ha un rifugio, in un’altra zona. Lui, da anni, vorrebbe aprire per lo scialpinismo, ma la decisione dipende da fattori esterni che non può controllare: ad esempio la turbina, con la presa dell’acqua che resta sotto il passaggio delle valanghe. Tutto dipende da quanta neve cade e da quanto in basso scende la valanga. Ci sono stati anni in cui ha dovuto scavare otto metri di neve per riuscire ad arrivare alla turbina. Ecco, queste incognite spaventano un po’ tutti noi.

 

Anche per mio fratello Matteo vale lo stesso discorso. Lui ha un alpeggio e so che le stesse incertezze valgono per gli animali: non è più scontato capire a che quota portarli al pascolo, quando farli salire e quando farli scendere. Dipende tutto da quando ‘parte’ l’erba, da quanto tempo resta verde e nutritiva, da quanto si brucia o secca in fretta con il caldo o la siccità. Anni fa i tempi erano più regolari, adesso ogni stagione è diversa e ti costringe a ricalibrare tutto. L’adattamento fa la differenza, ma oggi adattarsi è sempre più complesso."

Ascoltando Marta mi colpisce quanto queste incognite, in montagna, siano più taglienti che altrove. In quota tutto è più esposto: se non nevica può saltare la stagione, se nevica troppo arrivano le valanghe, se piove forte crollano sentieri e strade. Non c’è molta rete di protezione. Il cambiamento climatico qui non si legge in una curva su un grafico, è un inverno buono o un inverno perso, un pascolo che regge o che secca, un rifugio che apre o che resta chiuso. E non mette in crisi solo il lavoro, ma anche l’idea stessa di futuro che queste persone hanno costruito attorno alla montagna.

 

"Nel Circo Bianco ti vediamo per un minuto in TV, ma la tua montagna è fatta anche di stalle, case di pietra e sentieri. C’è qualcosa che vedi cambiare lì, fuori dalle piste battute, che ti fa più paura di qualsiasi tempo sul tabellone?"

 

"Fuori dal rifugio gestito da mio fratello c’è un lago meraviglioso, non sorgivo, alimentato solo dalla neve che fonde dopo l’inverno: il lago delle Portette, a 2.388 metri di quota. Negli ultimi anni ho osservato un abbassamento impressionante del livello dell’acqua. Erano già un po’ di estati che il livello scendeva sempre di più, e parliamo di un lago profondo 40–50 metri, profondo per essere un lago alpino. Dipende unicamente da quanta neve cade in inverno: due anni fa era ai minimi storici e faceva davvero impressione vederlo così basso. 

Quando vedi un lago alpino abbassarsi così tanto, non è solo una questione estetica. In montagna l’acqua è tutto: serve per il rifugio, per gli animali, per i pascoli, per l’energia. Laghi come quello delle Portette funzionano un po’ come una 'banca dell’acqua': accumulano in inverno sotto forma di neve e poi rilasciano lentamente in estate. Se d’inverno nevica meno, o la neve fonde troppo in fretta, quella riserva si svuota prima. Significa fontane asciutte, abbeveratoi vuoti, meno acqua per cucinare e lavare in rifugio, più rischi di dover limitare i servizi o persino chiudere. Questo, per chi vive e lavora in montagna, fa davvero paura".

 

A partire dalle sue parole, è facile allargare lo sguardo oltre il singolo rifugio. E, più in grande, vuol dire torrenti ridotti al minimo, boschi e prati più stressati, rischio incendi più alto. Un lago basso, in quota, è come una spia rossa accesa sul cruscotto: ti dice che qualcosa, nel ciclo dell’acqua, non sta più funzionando come prima.

"Ti capita di pensare a che futuro avrà il tuo lavoro di sciatrice professionista, visto quanto lo sci alpino dipende dalla neve?"

 

"Io, dentro di me, mi dico: ‘Tanto non vado avanti all’infinito’. Egoisticamente, dal punto di vista dell’atleta, so che finirò la mia carriera prima che si arrivi al punto di non ritorno e che il mondo cambi del tutto. Quello che mi preoccupa di più, però, è la velocità con cui i ghiacciai si stanno ritirando: così lo sci estivo rischia davvero di scomparire. Probabilmente, in futuro, per allenarci dovremo cercare neve solo nella vera stagione invernale, quindi spostandoci sempre di più nell’altro emisfero: Argentina, Cile, Nuova Zelanda.

 

Oppure (e spero vivamente di no) lo sci del futuro potrebbe essere soprattutto lo sci al coperto, nei capannoni: come succede già in posti tipo Dubai, o nei grandi ski dome del Nord Europa e della Germania, vicino ad Amburgo e in Olanda. Sembrano piccoli comprensori, ma al chiuso. Per me è terribile pensare che lo sci possa diventare quello."


Ripenso alle mie manche, alle curve che ricordo nei dettagli, alla capacità dello sci di allungare un minuto fino a farlo diventare un piccolo pezzo di vita. Forse ci serve qualcosa di simile anche con il clima: trasformare quello che oggi percepiamo come un rumore di fondo (gradi in più, ghiacciai in meno) in ricordi indelebili, in immagini che non possiamo più ignorare né scacciare.

 

Marta, con la sua famiglia sparsa tra rifugi, alpeggi e piste, è già lì: dentro un tempo che si restringe, che chiede decisioni. Noi, che guardiamo il Circo Bianco dal divano o da bordo pista, possiamo continuare a tifare solo per il cronometro. Oppure cominciare a chiederci come possiamo salvare queste montagne. 

Il tempo per farlo non è infinito, ma per ora c’è ancora.

la rubrica
Pista Battuta

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.

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