Nel mondo dei "maghi della sciolina": l'arte di far scorrere gli sci che per anni ha provocato mal di testa/gola e ripercussioni ambientali. Vale la pena per limare qualche centesimo nelle gare?

Alle sei del mattino la pista è blu, superstite di una notte al freddo. Nei container dietro lo stadio ci sono luci al neon, ferri roventi, spazzole che frusciano. Per decenni è qui, in queste stanze basse che sanno di solventi, che si è decisa la sorte di molte gare. Prima ancora che il primo pettorale entrasse in pista. La protagonista invisibile è lei: la sciolina. Scopriamola per provare a tracciare una direzione più vicina alle attuali esigenze

Prima ancora delle wax room in Coppa del Mondo, prima dei blocchi fluorurati e dei termometri infilati nella neve, c’è una scena che sembra uscita da un western: California, fine Ottocento, cercatori d’oro che si sfidano in gare di discesa con premi fino a mille dollari in oro. Una fortuna, per l’epoca. È lì che compaiono alcune delle prime scioline "commerciali": miscele di ingredienti animali e vegetali con nomi da saloon (Black Dope, la "lacca nera", e Sierra Lightning, la "folgore della Sierra"). Dentro c’è di tutto: olio di balena, pece di pino, canfora, balsamo e olio di abete, dosati in once e cucchiai.
L’obiettivo è semplice: far scivolare di più quelle tavole di legno, guadagnare qualche metro, arrivare in fondo prima degli altri.
Funzionava? In parte sì: in discesa, su certe nevi, quella miscela faceva di certo la differenza. Era una risposta perfetta a una sfida secca, verticale, figlia della velocità e del coraggio. Ma la storia dello sci non è solo questo: prima delle gare e dei pettorali c’è stato lo sci come gesto quotidiano, come modo di stare in piedi sulla neve. Quando l’uomo ha capito che legandosi ai piedi due assi sagomate poteva camminare senza sprofondare, più veloce e più sicuro, non pensava alle medaglie: pensava a sopravvivere, a cacciare, a tornare a casa.

Non ho nulla contro le gare, né contro l’idea di voler andare forte in discesa: la competizione fa parte dello sport, e per molti è anche la sua bellezza. Il punto, oggi, è un altro: vale davvero la pena lasciare in giro molecole che non se ne andranno più per limare qualche centesimo, al massimo qualche decimo? Se nessuno usasse certi ingredienti chimici nelle scioline, la sfida resterebbe la stessa per tutti, come nella vecchia discussione sul doping nel ciclismo: il livello si abbasserebbe un filo, forse lo spettacolo perderebbe un po’ di abbaglio, ma sarebbe più onesto e più sano, per gli atleti e per l’ambiente.
Nell’epoca in cui viviamo dovremmo imparare a scivolare più a lungo, non più veloci. A far durare il rapporto tra uomo e neve, invece di bruciarlo per qualche secondo in meno sul cronometro.

Dal catrame di pino alle paraffine
La storia comincia molto prima delle Coppe del Mondo. Nelle vallate scandinave dell’Ottocento, quando lo sci è soprattutto un mezzo per spostarsi, i contadini e i cacciatori passano catrame di pino, pece, grassi animali sulle tavole di legno. Serve a due cose: permettere agli sci di scorrere meglio in pianura e discesa, e dare un minimo di grip in salita. Ogni valle ha la sua "ricetta", spesso segreta.
Con l’inizio del Novecento lo sci diventa sport. In Norvegia, in Svezia, sulle Alpi, nasce una cultura tecnica diversa: non basta più "ungere" lo sci, servono prodotti specifici per neve e temperatura. Nel 1913 lo svedese Bror With mette in commercio una delle prime scioline moderne per il salto con gli sci. È l’inizio della differenza fra "cera qualsiasi" e sciolina come strumento di prestazione.
Negli anni ’20-’30 arrivano le prime aziende dedicate: miscele di paraffine, cere naturali, un po’ di pigmenti per distinguerle. Nasce il codice dei colori: rossa, blu, gialla: ognuna con un suo range di temperatura. Nel dopoguerra, con la chimica del petrolio e la produzione industriale, la sciolina entra a pieno titolo nella cassetta degli attrezzi di ogni sciatore.

Il boom: quando la sciolina decide le medaglie
Il vero boom arriva tra gli anni ’60 e gli anni 2000, in due ondate. La prima è quella delle paraffine sintetiche: prodotti più stabili, più resistenti all’abrasione, più facili da applicare. È l’epoca in cui si comincia a dire "oggi ha vinto chi aveva gli sci migliori", e non è solo un modo di dire. In Coppa del Mondo nascono i primi "maghi della sciolina", tecnici in grado di trasformare una coppia di semplici sci in un’arma, azzeccando la combinazione giusta di cere e temperature.
La seconda ondata ha un nome ben preciso: fluoro. Negli anni ’80 entrano nelle scioline i fluorocarburi, parenti stretti di quei PFAS che troveremo poi nelle cronache ambientali. Prima come additivi, poi come prodotti sempre più estremi: "high fluoro", fino alle polveri e ai blocchi "pure fluoro".
Il principio è semplice e micidiale: il fluoro respinge acqua e sporco.
Su nevi umide, trasformate, un sottile strato di sciolina fluorurata riduce in modo impressionante l’attrito tra soletta e neve. In certe condizioni, chi ha il "fluoro giusto" guadagna secondi a chilometro. Abbastanza per spostare un risultato olimpico. Nelle wax room si passa dall’artigianato all’alchimia: ferri a temperature altissime per fondere le polveri, mascherine (non sempre), aspiratori (quando ci sono), file infinite di sci da preparare. Ogni squadra custodisce il proprio protocollo come un segreto di Stato. Fuori, in pista, il pubblico vede solo chi taglia il traguardo. Il resto resta dietro una porta chiusa.

Quando la neve "perfetta" smette di essere innocua
Per molto tempo la questione è rimasta fuori dall’inquadratura. La sciolina era semplicemente parte del gioco. Il problema è entrato dalla finestra della ricerca sugli inquinanti persistenti. A partire dagli anni 2000 vari studi cominciano a mostrare che i PFAS (la grande famiglia di composti fluorurati usati in un’infinità di applicazioni industriali) non spariscono. Restano: nel suolo, nell’acqua, negli organismi. Si accumulano nella catena alimentare, arrivano fino a noi.
Nel mondo dello sci il campanello d’allarme suona in due direzioni. La prima è sanitaria, dentro quei container illuminati al neon. Studi come quello di Freberg e colleghi (2010) misurano l’esposizione dei tecnici di sciolinatura durante le gare di Coppa del Mondo: particelle ultrafini, composti fluorurati nei fumi, irritazioni alle vie respiratorie, mal di testa dopo ore di lavoro in spazi chiusi. È la conferma scientifica di racconti che molti skiman facevano da anni.
La seconda è ambientale. Analizzando neve fusa e suoli intorno alle aree di gara, soprattutto vicino alle wax room dove si sciolinano centinaia di paia di sci, emergono tracce significative di composti fluorurati. Paradossalemente, uno degli sport legati all’immaginario "pulito" della natura invernale scopre di lasciare una firma chimica tutt’altro che pulita. Mentre località e organizzatori spingono campagne "green", energia rinnovabile e gestione attenta della neve artificiale, dietro la pista di gara si continuano a usare chili di prodotti che l’ambiente non riesce a metabolizzare. Per guadagnare, appunto, centesimi. Decimi, quando va bene.

Il bando FIS e il nuovo equivoco: "fluoro-free = ecologico"?
La risposta più forte arriva dalla FIS, la Federazione Internazionale dello Sci. Nel 2019 annuncia l’intenzione di vietare l’uso di scioline fluorurate in tutte le discipline. Il motivo ufficiale è duplice: protezione dell’ambiente e tutela della salute di atleti e tecnici. Dopo vari rinvii tecnici legati ai controlli, il bando entra davvero in vigore nella stagione 2023/24.
Nel giro di poco, "fluoro-free" diventa la nuova parola magica. Ma qui serve una precisazione: no, la sciolina odierna senza fluoro non è automaticamente innocua per l’ambiente. Il bando colpisce i composti fluorurati (PFAS, PFOA), i cosiddetti "forever chemicals", perché sono estremamente tossici e persistenti. Toglierli è un passo avanti enorme. Ma molte scioline tradizionali "senza fluoro" restano basate su paraffine di derivazione petrolifera, che non sono facilmente biodegradabili e, sciata dopo sciata, finiscono nel manto nevoso e poi, alla fusione, nelle acque.
Detto questo, l’industria non è ferma. Esistono già scioline naturali o "bio", a base vegetale o completamente prive di componenti tossiche, progettate per essere più rapidamente biodegradabili e lasciare meno traccia possibile sulla neve e nel terreno. La direzione di marcia è chiara: formulazioni sempre più pulite, sempre meno impattanti. La meta (una sciolina che sia davvero a impatto zero) è ancora lontana, ma il cammino è iniziato.

Dietro il cancelletto di partenza
Nel mondo dello sci alpino, la wax room è sempre stata il retrobottega del circo bianco. Per anni alcuni skiman sono diventati leggendari quasi quanto i loro atleti. Nelle classiche di discesa (Kitzbühel, Wengen, Val d’Isère) il lavoro iniziava nel cuore della notte: tecnici che salivano in pista con una batteria di sci preparati in modo leggermente diverso li provavano con l’atleta su pochi secondi di scorrimento e poi tornavano al wax truck per le ultime correzioni. Su certe nevi difficili, la scelta di sciolina e struttura di soletta pesava quanto la linea di gara.
I racconti degli ex tecnici parlano di quaderni pieni di appunti: temperatura dell’aria, della neve, umidità, granulosità, e accanto la combinazione di paraffine e additivi che aveva fatto segnare i migliori tempi di prova. Nella settimana della gara, "la coppia buona" veniva fuori da lì: spesso qualche centesimo meglio di tutte le altre.
Poi c’è il rovescio della medaglia: anni passati in wax room e container poco ventilati, a respirare fumi di cere calde e polveri fluorurate. Mal di testa, gola che brucia, mani sempre a contatto con solventi. All’epoca era "parte del lavoro, per far scorrere gli sci". Solo dopo, con gli studi sui composti fluorurati e sull’esposizione cronica, abbiamo iniziato a vedere quelle stesse stanze come un pezzo del problema, non solo della soluzione.
Anche nello sci alpino, alla fine, tutto passa da lì: pochi centimetri di soletta preparati nel modo giusto o sbagliato. E oggi sappiamo che quella superficie non lega solo atleta e pista, ma anche il modo in cui trattiamo la montagna che ci sta sotto.

Una pista più pulita (davvero)
Oggi, nella nuova era "fluoro-free", la sciolina torna un po’ alle origini: meno spettacolare, più discreta, ma sempre decisiva. È ancora chimica, certo, ma con vincoli più stretti, più allineata all’idea di una neve che resta neve, e non diventa un archivio di molecole immortali. Per uno sciatore qualunque, il cambiamento è quasi invisibile. Per chi vive di sci ad alto livello, è un piccolo terremoto. Per la montagna, nel lungo periodo, potrebbe essere uno di quei passi silenziosi che fanno più di molte dichiarazioni d’intenti.
Alla fine, tutto si decide lì, in quel minimo spazio di materiale tra noi e la neve: la soletta. Se impariamo a farla scorrere rispettando il posto in cui lo facciamo, forse il vero risultato non saranno più solo i centesimi sul tabellone, ma il fatto che, al disgelo, la pista possa svanire senza trattenere nulla di noi se non il ricordo di una bella giornata.

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.














