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Sport | 01 marzo 2026 | 18:00

Come si costruisce una pista da sci? C'è un elemento fondamentale, che richiede competenze specifiche. Ne parla Michele Freppaz, esperto di alta quota e suoli, professore all'Università di Torino

Come si realizza una pista da sci? Che differenza c'è, dal punto di vista della neve e del suolo, tra una pista con tanta neve programmata e un pendio innevato solo in modo naturale? Qual è la soglia altimetrica al di sotto dela quale, sulle Alpi, diventa sempre più difficile garantire la pratica dello sci? Domande a cui, con l'aiuto di un esperto, proviamo a rispondere in questa uscita della rubrica "Pista Battuta"

Viste le condizioni attuali, preferisco che il ghiaccio si mangi tutte le cose. Immagino la mia valle, la Valsesia, sommersa da un fiume di ghiaccio, lento come il miele. Dove il freddo è uno scaltro ladro che si appropria di ogni gola, occupando ogni lembo di terra. Bloccando tutto, imprigionando il tempo. E che gli impianti rimangano pure lassù, incastonati nel gelo. Ci adatteremmo in fretta, noi valsesiani. Come i coyote del Nord America, quelli del Canada. Ci uniremmo in gruppi familiari, proprio come loro: clan, bande. E sopravvivremmo.

 

Un anno fa ero con gli amici a bere la classica birra di fine stagione, ad Alagna, dopo un inverno senza senso. 1.200 metri di quota, a metà montagna. Nel prato c’erano le primule, le guance andavano a fuoco. Forti botti ci hanno raggiunto e una vibrazione potente ha fatto tremare i bicchieri. La schiuma della birra sversata si è infilata tra le travi del tavolo, come valanghe nei canali lassù. Echi di dolore, lontani eppure vicini, ci hanno fatto sollevare il mento. Eravamo dieci ebeti al bar, con lo sguardo al cielo e gli occhi sgomenti. I nostri corpi impotenti. Abbiamo bevuto birra mentre tutto, intorno, si stava sfaldando. Ero in un brutto sogno. Un piromane mi aveva incendiato la casa e io, senza estintore, non ho saputo fare altro che stare a guardare. 

Piuttosto che vedere la montagna fondersi, preferisco una glaciazione inaspettata. Anche quando arriva la bella stagione, quando la voglia di sciare lascia spazio ad altro, preferirei comunque tirare fuori le pelli di foca. Più passano le stagioni, più ho la sensazione di assistere a qualcosa che non capisco: neve che non arriva o arriva tutta insieme, neve che fonde troppo in fretta, piste che restano bianche mentre intorno è già primavera. Come sciatrice e valsesiana posso raccontare cosa provo, ma non cosa succede davvero sotto i miei sci.

 

Per questo, per la rubrica Pista Battuta, ho voluto chiedere il parere di chi la neve non si limita a sfiorarla, ma la studia in profondità. Michele Freppaz è pedologo e nivologo, insegna all’Università di Torino e, negli anni, ha partecipato a progetti di ricerca non solo sulle Alpi, ma anche nelle Montagne Rocciose, nelle Ande e in Himalaya, per capire come le montagne cambiano, come reagiscono al nostro passaggio, come resisteranno al clima che cambia.

 

Gli ho chiesto di accompagnarci sotto la superficie delle piste che amiamo, per mostrarci ciò che non vediamo. 

Quando guarda una pista battuta, da pedologo e nivologo, che cosa vede che noi sciatori non vediamo?

 

"Quando osservo una pista, se vado oltre a ciò che vedo in superficie, sono consapevole che sotto il manto nevoso battuto c’è un suolo che è stato predisposto appositamente per ospitare questa attività. Un suolo che viene letteralmente 'costruito' con alcune caratteristiche precise: deve essere senza asperità, senza rocce affioranti, il più possibile livellato, e deve essere un suolo il più possibile fertile, quindi in grado di ospitare efficacemente specie erbacee che crescano bene. Questo sia per una questione di ripristino paesaggistico, sia perché più l’inerbimento è efficace, meno si hanno problemi di erosione e di degradazione della superficie stessa.

 

Non è facile costruire il suolo di una pista da sci e occorrono competenze specifiche. Amo sempre dire che, nel momento in cui si decide di realizzare un’opera come questa, è fondamentale il come la si realizza. Bisogna attingere alle migliori conoscenze e ai migliori professionisti per fare le cose al meglio: c’è un processo decisionale che deve essere molto rigoroso.

Per esempio, negli inerbimenti ci si sta muovendo sempre più verso l’utilizzo di specie vegetali autoctone, tipiche di quell’ambiente. Si utilizzano dei "prati donatori" che forniscono i semi poi impiegati per l’inerbimento. Nel momento in cui si costruisce una pista da sci, si deve conservare lo strato (che noi chiamiamo ‘orizzonte’) più superficiale del suolo originario: la parte più fertile, concentrata nei primi 10–15 centimetri. Questo ‘orizzonte’, il topsoil, va messo da parte e poi riutilizzato con attenzione. È su questo suolo che, in definitiva, si scia.

 

Poi c’è la neve, che viene battuta aumentando così la sua densità, sia che si tratti di neve naturale sia che si tratti di neve programmata. Questo consente di sciare su superfici lisce, senza gobbe o asperità. La neve programmata è di per sé più densa rispetto a quella naturale e quindi, una volta battuta, genera un manto che resiste di più all’usura degli sciatori. 

Dobbiamo anche ricordare che la portata oraria degli impianti sciistici è aumentata moltissimo rispetto al passato, anche solo rispetto a pochi decenni fa: il numero di sciatori che passa su un metro quadrato di pista è cresciuto molto e, di conseguenza, è aumentata l’usura della pista stessa. A parità di piste disponibili in una stazione sciistica, dove una volta c’era uno skilift oggi spesso c’è una seggiovia quadriposto, che permette l’accesso alle piste a un numero molto maggiore di persone per unità di tempo. E le piste non si sono ampliate; anzi, spesso, per scarsità di neve (specialmente a inizio stagione) sono persino meno le piste sciabili, con un maggior afflusso di sciatori concentrato su superfici più ridotte."

 

All’Alpe di Mera, dove ho sciato per anni con lo sci club e dove oggi torno come allenatrice, ricordo bene quando tutti gli impianti erano ski-lift. Oggi sono stati sostituiti da seggiovie biposto o quadriposto. Questo cambiamento rende molto concreto ciò di cui parla Freppaz: uno skilift ha una portata oraria di circa 900–1.200 persone/ora, una seggiovia a due posti arriva intorno alle 1.200 persone/ora, mentre una seggiovia a quattro posti può raggiungere anche le 2.600 persone/ora.

 

Se il numero e la larghezza delle piste sono rimasti uguali, ogni metro quadrato di pista oggi è sottoposto a 2-2,4 volte il numero di sciatori rispetto agli anni ’90. A parità di larghezza e numero di piste, il carico (e quindi l’usura) sulla neve battuta è cresciuto in modo evidente.

Che differenza c’è, dal punto di vista della neve e del suolo, tra una pista con tanta neve programmata e un pendio innevato solo in modo naturale?

 

"La neve programmata è in genere più densa e crea un manto nevoso più compatto rispetto alla neve naturale. Dal punto di vista della qualità chimica, dipende molto dalla qualità dell’acqua che alimenta i cannoni: se l’acqua è buona, non ci sono particolari problemi. In alcuni casi, se proviene da pozzi o ha un contenuto più elevato di alcune specie chimiche rispetto alla neve naturale, può favorire specie vegetali più esigenti a discapito di specie abituate a vivere in suoli meno fertili.

 

Questo è importante perché, in montagna, molte piante sono adattate a suoli poveri, con pochi nutrienti e pochi sali minerali. Se con la neve programmata si apportano ripetutamente più sali e più nutrienti del normale, il suolo diventa nel tempo più "ricco" di quanto sarebbe in condizioni naturali. In queste condizioni tendono a prevalere specie che sfruttano meglio questa ricchezza, mentre le specie tipiche dei prati alpini, adattate alla povertà del suolo, possono regredire. Il rischio è quindi quello di avere, nel medio-lungo periodo, una vegetazione meno diversificata e meno caratteristica dell’ambiente alpino originale.

 

Va anche considerato che, nella pratica, la neve programmata si miscela e si diluisce quasi sempre con la neve naturale, creando quindi un effetto di "diluizione" delle sue caratteristiche chimiche. La neve programmata viene soprattutto impiegata per garantire l’apertura delle piste a inizio stagione, permettendo alle stazioni sciistiche di arrivare a fine novembre/inizio dicembre con un innevamento sufficiente per avviare gli impianti."

Il cambiamento climatico sta già cambiando il manto nevoso delle nostre montagne: che futuro vede per lo sci alpino alle quote in cui sciamo?

 

"Allo stato attuale la comunità scientifica è concorde nell’individuare una soglia altimetrica intorno ai 1.500 metri sulle Alpi al di sotto della quale diventa sempre più difficile garantire la pratica dello sci alpino. Sotto questa quota si osserva una riduzione sia della quantità di neve che della durata della copertura nevosa al suolo. Per ora, al di sopra di questa soglia, gli apporti nevosi sono ancora complessivamente consistenti.

 

La mia generazione ha già vissuto in prima persona gli effetti del cambiamento climatico. Fino agli anni ’80–’90, ad esempio, a 1.000 metri di quota sulle Alpi si poteva ancora praticare lo sci di fondo in modo piuttosto regolare. Oggi non è più così. Naturalmente, oltre alla quota, va sempre considerata l’esposizione: una stazione esposta a nord ha maggiori probabilità di mantenere la neve per l’intera stagione rispetto a una esposta a sud.

A queste quote più basse è sempre più frequente osservare episodi di pioggia su neve, oppure situazioni in cui piove anziché nevicare, o ancora ondate di caldo invernali che degradano rapidamente il manto nevoso. Guardando al futuro, se non si adotteranno politiche e pratiche efficaci di mitigazione del cambiamento climatico, questa soglia dei 1.500 metri tenderà a salire, mettendo in difficoltà anche piste e stazioni situate a quote più elevate."

 

Michele mi ha spiegato che, in maniera molto semplificata, a ogni aumento di temperatura di 1 °C la "linea della neve sicura" si alza di circa 150 metri di quota. Questo significa che, con un aumento di un paio di gradi, si passerebbe facilmente dai 1.500 metri di soglia relativamente sicura ai 1.800 metri, con tutte le relative criticità per molte stazioni. Si osserva già oggi la necessità di avere impianti di innevamento programmato molto performanti, capaci di produrre molta neve in poco tempo, per sfruttare al massimo le sempre più limitate finestre di freddo.

Parlando con Michele ho compreso con chiarezza un punto che spesso, nel dibattito pubblico, tendiamo a sottovalutare: se gli scenari dovessero essere quelli più pessimistici, con un aumento delle temperature di 3-4 °C rispetto all’epoca preindustriale, il problema dello sci diventerebbe forse trascurabile. Avremmo talmente tanti altri problemi che il poter sciare o meno passerebbe in secondo piano. Dovremmo preoccuparci innanzitutto di approvvigionamento idrico, di migrazioni climatiche, di vaste aree del pianeta non più abitabili e di enormi tensioni e problemi sociali collegati a questi cambiamenti.

 

Questa realtà mi preoccupa: mi preoccupa il vento caldo che soffia da nord, mi preoccupano le notti senza rigelo, ma a spaventarmi è la negazione di una fine preannunciata. Questo rifiuto non è solo un insulto a chi dedica la vita allo studio di queste tematiche, è la paura di accettare la realtà. Paura che rende tutto immobile. Una paura bastarda che impedisce il cambiamento, che impedisce di prendere con coraggio le scelte migliori per contrastare il riscaldamento globale. Vi prego, non nascondete la polvere sotto il tappeto, soprattutto quando il tappeto è così sottile.

 

Forse è anche questo che ci blocca: il cervello tiene lontano ciò che fa paura. Se qualcosa minaccia il nostro modo di vivere, tendiamo a minimizzarla, a rimandarla nel tempo, a dirci che riguarderà 'altri' o che 'qualcosa succederà e si aggiusterà tutto'. Cerchiamo solo le informazioni che ci confermano che possiamo continuare come prima, perché cambiare abitudini costa fatica e identità. Così il cambiamento climatico diventa astratto, lontano, finché non ci esplode letteralmente sotto gli sci.

la rubrica
Pista Battuta

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.

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