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Cultura | 29 aprile 2026 | 19:00

Perché beviamo 257 litri a testa di acqua imbottigliata ogni anno, producendo enormi quantità di plastica? Un viaggio tra marketing, sfiducia nelle istituzioni, scelte politiche e industriali

Da poche settimane per Altreconomia è uscito "Imbottigliati", un'inchiesta giornalistica sul mercato dell'acqua minerale e, in particolare, sul problema del packaging in plastica. Abbiamo posto alcune domande all'autore, Luca Martinelli, che collabora anche con L'Altramontagna

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Da poche settimane per Altreconomia è uscito Imbottigliati, un’inchiesta sul mercato dell’acqua minerale e, in particolare, sul problema del packaging in plastica, realizzata dal giornalista Luca Martinelli, collaboratore di diverse testate tra cui L’Altramontagna.

 

Dalle concessioni pagate pochi centesimi all’oligopolio dei grandi marchi (otto gruppi controllano il 70% del mercato), il nuovo libro di Martinelli smonta il greenwashing e le promesse di purezza che si traducono in tonnellate di rifiuti. Tra PFAS, "plastic tax" sospesa e diffidenza verso il rubinetto, questo libro dimostra come ogni nostro sorso sia, in fondo, anche una scelta politica.

 

Per presentare questo libro abbiamo posto alcune domande a Luca rispetto a questo interessante lavoro che, come scopriremo, riguarda direttamente anche le Terre alte.

 

 

La borraccia negli ultimi anni è diventata un simbolo assai popolare: contro lo spreco di plastica e pro utilizzo di acqua non confezionata. Ma al di là del simbolo, quali sono i numeri relativi al consumo di acqua imbottigliata in Italia?

 

Nonostante la diffusione almeno apparente di borracce di diverse forme, colori e materiali, negli ultimi quindici anni il consumo di acqua minerale in bottiglia in Italia è cresciuto di un ulteriore 30%. Se già nel 2010 eravamo i primi in Europa, oggi in media un italiano beve ben 257 litri a testa di acqua minerale ogni anno, un dato a mio avviso surreale, in particolare se consideriamo che la maggior parte delle abitazioni in Italia è raggiunto da acqua potabile o che, in quasi ogni paese, esistono delle fonti da cui è possibile ricaricare taniche o boccioni per l’uso domestico. Nel Nord Europa, in media, il consumo di minerale è pari a 10 o 20 litri a testa all’anno: non credo possibile che questo sia legato alla qualità dell’offerta, ma che dipenda dal tipo di comunicazione pubblicitaria che viene fatta dall’industria delle acque minerali, che negli anni ha costruito un’immagine di questo prodotto a discapito dell’acqua di rete.

 

 

Perché questo è un problema? E quindi, perché è nata la necessità di realizzare un'inchiesta e un libro su questo tema?

 

Sono tante le esternalità negative legate al consumo di acqua minerale, la prima delle quali è legata alla plastica - PET - in cui è imbottigliato l’80% degli oltre 15 miliardi di litri commercializzati in Italia in un anno. C’è poi un aspetto di natura economica: chi imbottiglia paga un canone irrisorio alle Regione per appropriarsi di un bene di proprietà pubblica, in base a una vecchia legge che risale addirittura al 1927. Fino a 15 anni fa, insieme a Legambiente, la casa editrice Altreconomia ha promosso la campagna "Imbrocchiamola!", per il consumo di acqua di rubinetto nei locali pubblici: nonostante questo, il consumo ha continuato a crescere e così, dopo quindici anni, sono voluto tornare ad osservare questo mercato e ad indagarne i limiti, dai canoni di concessione al marketing in alcuni casi ingannevole, fino ad arrivare all’uso perverso di imballaggi poliaccoppiati che stanno sostituendo il PET, cose se questi fossero più sostenibili. C’è chi è arrivato a imbottigliare nel Tetrapak anche l’acqua di rete trattata, per usarla come veicolo pubblicitario.  
 

 

Fabio Ciconte, nella prefazione del libro, si fa una domanda interessante: "Se abbiamo a disposizione un bene comune, sicuro, controllato e accessibile come l'acqua potabile, perché continuiamo a comprare quella imbottigliata?"Il libro esplora tutta la complessità della risposta, ma ci vuoi dare un assaggio?

 

La risposta più diretta è semplice: non abbiamo fiducia nelle istituzioni. A questo si aggiunge un elemento, che nel libro esploro grazie al supporto di Bruno Maria Mazzara, professore della Sapienza di Roma che si occupa di psicologia dei consumi: per noi, almeno in Italia, l’acqua di rubinetto è una cosa ovvia, un consumo che probabilmente nemmeno consideriamo tale. Per molti l’acqua minerale in bottiglie è lo status symbol a più buon mercato, dato che la maggior parte delle bottiglie sono vendute in fardelli da 9 o 12 litri nei supermercati, al prezzo medio di meno di 0,3 euro al litro, a quelle persone che spesso vediamo poi arrancare con i loro carrelli pesantissimi. C’è poi un problema di informazione: negli ultimi anni, l’Unione europea ha introdotto, con una nuova Direttiva, alcune modifiche al regolamento relativo alle caratteristiche dell’acqua destinata al consumo umano, ma il mondo delle utility che gestisce il servizio idrico integrato non ha la capacità di investire in comunicazione e di contrastare il peso degli investimenti pubblicitari di chi imbottiglia minerali. A questo è possibile aggiungere i problemi ambientali che caratterizzano il nostro Paese, che alimenta un clima di scarsa fiducia, basti pensare ad esempio all’inquinamento da PFAS della falda veneta.

 

 

Le montagne sono sempre presenti nelle pubblicità delle acque minerali, da cui, effettivamente, molte di esse provengono generando anche lavoro e indotto economico. Come far convivere questa economia con la necessità di ridurre il suo impatto?

 

Ho trovato e cito nel libro un’intervista a Enrico Zoppas, di San Benedetto, in cui fa riferimento agli anni Ottanta, quando introducendo il PET avrebbe "democratizzato" il consumo di acqua minerale. Ecco, probabilmente dovremmo tornare a quel momento, scegliere di non percorrere quella via, garantire l’imbottigliamento in vetro, con un sistema di vuoto a rendere capace di contenere i consumi.

Se chiediamo a Chat Gpt "Quella dell'acqua minerale è un'industria ad alta intensità di lavoro?", la risposta arriva in pochi secondi: "In generale, l’industria dell’acqua minerale non è considerata ad alta intensità di lavoro, ma piuttosto a intensità di capitale". E ancora: "L’imbottigliamento è fortemente automatizzato (linee industriali, robot, sistemi di riempimento e confezionamento). Il numero di lavoratori per unità prodotta è relativamente basso. Gran parte dei costi riguarda impianti, macchinari e logistica, non salari".

Mineracqua (associazione confindustriale del settore) difende spesso l’esigenza di tutelare l’occupazione, ma la maggior parte delle persone occupate si occupano di trasporti, di spostare l’acqua, anche per centinaia chilometri, su gomma: nel 2026 dobbiamo davvero difendere e tutelare questo tipo di occupazione?

 


Foto di copertina: Grendelkhan - Wikimedia Commons

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