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Cultura | 15 aprile 2026 | 18:00

"Mentre sulle Dolomiti c'è chi lascia chiodi a volontà, noi abbiamo scalato una fabbrica senza lasciare tracce". Viaggio nel ventre di una balena di cemento

Ambientato nello scenario post-industriale di Marghera, il film Marsarà racconta la spedizione alpinistica di Simon e Giovanni sullo scheletro di una fabbrica di fertilizzanti abbandonata. Combattere l’"ecoansia" immergendosi nelle acque contaminate: ce lo racconta il regista e psicologo Leonardo Panizza

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Simon, giovane montanaro perseguitato dall’ecoansia, vede il suo malessere incrinare i rapporti più intimi: la compagna, i suoi bambini, gli amici più cari. Dopo dieci anni lontano dalle pareti, decide di tornare ad arrampicare, scalando uno dei complessi industriali più inquinati d’Europa, di fronte a Venezia".

 

È la trama di Marsarà, l’opera seconda di Leonardo Panizza, regista e psicologo roveretano classe 1988. Una pellicola interamente autoprodotta, la cui composizione ha richiesto tre anni e numerose ore di lavoro volontario, che parteciperà a Visions du Réel, un festival in Svizzera tra i più importanti di documentario a livello mondiale. Sarà inoltre in concorso al Trento Film Festival con due proiezioni il 26 e 30 aprile.

Non nuovo a questo palcoscenico, Panizza aveva presentato nel 2021 PrimAscesa, un film sulla falsariga dei documentari a tema alpinistico, che ne ribaltava il messaggio con una lente ironica e capace di veicolare riflessioni di carattere ambientale e personale. Giocando su questo modello, il regista faceva allora scalare i suoi protagonisti su una discarica di oltre trecento metri, per poi discenderla sci ai piedi.

 

Questa volta, sempre rovesciando criticamente il cinema d’alpinismo tradizionale, la nuova pellicola Marsarà viene ambientata nello scenario post-industriale di una fabbrica di fertilizzanti abbandonata a Marghera, affacciata sulla laguna veneta. I fianchi di questo scheletro di cemento, con le sembianze di un enorme ventre di balena, saranno il teatro di quest’ascesa alpinistica dai tratti fortemente allegorici e grotteschi. Ne parliamo con il regista Leonardo Panizza.

Partiamo dal titolo. Perché Marsarà?

 

Ci sono delle varie ipotesi etimologiche sull’origine del nome Marghera, tra cui "mar che ghera", il mare che c’era, in un tempo in cui questi ambienti erano tutte paludi. Tra le altre cose abbiamo fatto un gran lavoro su immagini e video d’archivio, e spesso questa palude veniva definita "triste palude di acqua stanca", quindi qualcosa di percepito come sporco e morente, che l’uomo era riuscito in qualche modo a redimere riempiendolo con l’industria. In maniera ironica, volevo riflettere sul fatto che, tra l’innalzamento dei mari e l’erosione delle coste, probabilmente tornerà ad essere mare. Quindi "mare che c’era" ma anche "mare che sarà": la natura che avanza nonostante tutto, proprio come la marea che ritiratasi prima, ora torna a riacquistare i suoi spazi.

 

 

L’ambientazione chiave del film è la struttura fatiscente di una fabbrica di fertilizzanti abbandonata. Marsarà, nelle tue intenzioni di regista, è una distopia?

 

Forse strizza l’occhio a quel mondo, ma non lo è. Se la distopia è in genere ambientato in un futuro più o meno prossimo, un altrove nel tempo, quella di Marsarà è un’ambientazione del nostro presente, e poco distante da una città come Venezia. Allo stesso tempo però certi luoghi abbandonati sembrano appartenere ad un mondo diverso, basti pensare che questa fabbrica di fertilizzanti si trova di fronte a un complesso in cui ci sono start-up tecnologiche di super avanguardia. Quindi la situazione è un po’ distopica, ma si trova qui ed ora: noi siamo andati a vederla di persona. L’intento del film è proprio quello di cercare di ragionare sul fatto che in qualche modo il cambiamento climatico è una realtà: per quanto sia giusto cercare di cambiare le cose nel presente per migliorare il futuro, è altrettanto importante essere in grado di vivere il presente nonostante la sua devastazione. Serve un po’ di speranza e magari di immaginazione.

Com’è nata la sceneggiatura?

 

Eravamo stati invitati per una proiezione in quella zona, Marghera appunto, che non conoscevamo pur essendo stati a Venezia diverse volte. Lì c’è tutta industria ed enormi cantieri navali: è improbabile che qualcuno ci passi per caso, è più facile che si vedano queste megastrutture in lontananza. Dopo una proiezione di PrimAscesa, il mio primo film, vedendo questi posti abbiamo pensato potessero essere affascinanti da raccontare. Allora il giorno dopo siamo tornati, abbiamo fatto un po’ di sopralluoghi ed effettivamente era esteticamente molto bella.

Cosa la legasse al mondo alpinistico, a mio avviso, è molto immediato: uno vede una linea Marmolada e rimane incantato dalla linea, dalle forme, dalla roccia; noi abbiamo visto questa fabbrica e abbiamo detto: "Wow che forme incredibili, dobbiamo arrampicarla". Insomma il tutto nasce da un’estetica e da uno sguardo molto alpinistico.

 

 

Gli attori hanno scalato davvero quella grossa fabbrica di cemento. Come hanno affrontato l’ascesa?

 

A scalare sono stati Simon e Giovanni. Simon è il protagonista, che affronta l’impresa anche per ragioni personali dovute all’ecoansia; mentre Giovanni lo accompagna. Una cosa interessante è che Giovanni arrampica da primo, mentre il protagonista Simon è quello che in qualche modo deve essere trascinato su. Diciamo che è la storia del secondo di cordata.

La preparazione non è stata affatto facile: con la roccia negli anni si affinano le tecniche per valutare cosa tiene e cosa no, mentre il cemento è un po’ un’altra cosa. Alla fine abbiamo individuato una linea che ci sembrava la più sensata, la più bella, e abbiamo fatto tutto in clean climbing, senza lasciare nulla in parete. Vuol essere un po’ una filosofia del paradosso: nel senso che c’è chi sulle Dolomiti piazza ferri e chiodi senza riserve, mentre noi, in un posto dove potresti dire: "Vabbè qui posso piazzare spit a manetta tanto non faccio male a nessuno", abbiamo comunque cercato di lasciare la minore traccia possibile del nostro passaggio.

Tra i temi cardine del film c’è quello dell’ecoansia. Di cosa si tratta?

 

Ecoansia è un termine quasi vecchio, che aveva iniziato a diffondersi con il boom di ecologismo di qualche anno fa. Però è qualcosa che in qualche modo esiste: un’ansia dovuta a situazioni poco definite, macroscopiche, come il cambiamento climatico. Si tratta di fenomeni globali difficilmente comprensibili che però hanno un impatto sulle persone, sull’individuo.

In questo caso Simon è tormentato: dall’innalzamento dei mari, dal cambiamento climatico eccetera. Così piano piano perde un po’ il senso, il legame con la propria famiglia e con i tre amici. A un certo punto, per affrontare questa disperazione decide di prendere e andare a fare questo viaggio. È un viaggio anche allegorico, che richiama metaforicamente – nella forma strutturale della fabbrica - il ventre della balena che troviamo nella vicenda biblica di Giona.

Il momento culminante dell’arrampicata, ribaltando anche qui la narrazione classica dell’alpinismo, non è arrivare in cima ma quando loro si calano. Ecco allora che rientrano nel ventre di questa balena, ed è lì che si rendono conto di essere parte del microbiota, dell’organismo tossico nel quale, però, devono continuare a vivere.

 

 

In PrimAscesa gli alpinisti scalavano una montagna di rifiuti, ora una balena/fabbrica di fertilizzanti. Come si accetta di essere contemporaneamente vittime e carnefici del mondo in cui viviamo?

 

Non si tratta di un abbandono in termini, come dire: "Non mi prendo le responsabilità". È più un abbandonarsi nel senso di affidarsi al mondo stesso, per quanto malato. Simon all’interno del film parla ripetutamente di tutti i problemi che ci sono nel mondo, proponendo soluzioni, eccetera; però le parole e la razionalità forse hanno un limite. Quindi quello che emerge alla fine, proprio in una delle ultime battute, è: "Basta con queste parole, andiamo".

Allo stesso tempo, la sfida è anche cercare di uscire dal binomio tra essere vittima o essere carnefice. Dovremmo forse provare ad accettare determinate cose di noi. La montagna di rifiuti in PrimAscesa non è solo esteriore ma sono rifiuti anche interiori. Non dovremmo prendere come scusa il fatto che il mondo si sta sfracellando per sfracellarsi con lui, ma semmai cercare di cambiare il nostro sguardo su di esso.

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