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Cultura | 29 aprile 2026 | 12:00

"Natura e montagna ti insegnano a stare al tuo posto, ad avere i piedi per terra". I volti della restanza trentina: dieci storie di giovani montanari in un podcast del Museo etnografico di San Michele

Il podcast documentario "Noi restiamo qui" è già disponibile nelle piattaforme e verrà presentato al Trento Film Festival il 30 aprile al Castello del Buon Consiglio (ore 18) con gli autori Marco Romano e Sara Sartori, e il Direttore del Museo etnografico trentino di San Michele, Armando Tomasi. Saranno presenti anche alcuni dei protagonisti, che anticiperanno ai presenti alcune delle esperienze raccontate nel podcast

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Tra un albero che cade e una foresta che cresce, si sa che è la foresta che cresce a fare meno rumore. Ma tra una foresta che cresce e un bosco stabile, solido nelle sue radici, ormai maturo, è quest’ultimo a passare più inosservato, come se fosse destinato a rimanere lì da sempre.

 

È così che nella dialettica tra vecchi e nuovi montanari, tra abbandono e ripopolamento della montagna c’è un "terzo" mondo che non fa notizia: semplicemente esiste, ma lontano dai riflettori. È il mondo che Vito Teti ha definito "restanza", ovvero il mondo di chi ha scelto di rimanere dove è nato, non per semplice eredità o per assenza di alternative, ma per scelta deliberata.

 

Ed è questo mondo della "restanza trentina" che hanno voluto portare alla luce, un po’ controcorrente, Marco Romano e Sara Sartori, lui etnografo e scrittore trapiantato da tempo in val di Non, lei affermata autrice di podcast, in una serie di 10 puntate dedicate a 15 giovani trentini tra i 25 e i 40 anni che in montagna ci sono nati e hanno deciso di rimanerci, a dispetto di chi crede che i giovani dalla montagna siano destinati ad uscire, e semmai solo poi a rientrarvi.


C’è Marco, il vagabondo degli alpeggi, Maria e Ruggero, operai forestali, Valentina giovane rifugista, Claudia falegnama creativa, Stefano accompagnatore di media montagna… sono solo alcune delle voci incontrate in un viaggio caratterizzato dal rispetto per le proprie radici, dal coraggio e dalla capacità di affrontare le sfide non semplici della montagna, ma al tempo stesso sono esperienze rivolte al futuro, figlie della consapevolezza della crisi climatica e della cura per l’ambiente, in linea con un mondo interiore ricco e prezioso.

 

L'Altramontagna ha chiesto agli autori di raccontarci il "dietro le quinte" di questo reportage, che verrà presentato il prossimo 30 aprile al Castello del Buon Consiglio (ore 18) nell'ambito del Trento Film Festival, per capire in che termini questi protagonisti si distinguono da chi se ne va o da chi arriva risalendo dal basso.

Come siete venuti a conoscenza di queste traiettorie e come le avete selezionate?

 

Marco. Attraverso conoscenze dirette e indirette, reti di conoscenze locali, siti web e social. Ci interessavano giovani che svolgessero lavori e attività piccole o medio-piccole, ecocompatibili e legate alla montagna; che i loro valori cardine fossero l’attenzione ai territori e all’ambiente, al ruolo sociale e culturale oltre che economico delle attività, e che avessero idee e progetti per quanto possibile originali e creative, che avessero delle esperienze biografiche interessanti ai fini della ricerca e capaci di raccontarsi in un podcast. Abbiamo poi selezionato persone afferenti a diverse valli del Trentino, prestando attenzione ad una rappresentatività anche femminile.

Non ci interessavano giovani frutticultori, viticoltori, allevatori, artigiani con grandi numeri, di per sé impattanti. E neanche persone che frequentano la montagna solo per escursionismo o sport estivi o invernali.

 

 

Come si potrebbe definire l'appartenenza alla montagna di queste figure? È semplicemente la risultante dell'essere "nati in montagna", di una conoscenza ereditata dalle attività di famiglia, o esiste qualcosa di nuovo e diverso?

 

Sara. Quello che emerge dai racconti è che la montagna fa parte di un tessuto originario e profondo di ciascuno di loro. Se alcuni hanno pensato di poter vivere e lavorare in ambiti distanti da quelli che la montagna tradizionalmente ti propone, nel corso delle loro storie hanno sentito un richiamo profondo che non hanno potuto ignorare: ed è qui la novità, tornare ad un mondo "antico" fatto di tradizioni e legami con una consapevolezza diversa e uno sguardo moderno, capace di mettere insieme la cultura tradizionale con la modernità del mondo di oggi.

 

Marco. Il senso di appartenenza è per tutti molto forte: per nascita e contesto familiare (frequentazione della montagna fin da piccoli e prosecuzione di lavori di montagna); per amore della cultura e della natura dei luoghi (trasmesso e/o acquisito); per alcune caratteristiche che sentono proprie della montagna: la fatica, la capacità di ingegnarsi e di adattarsi in ambienti impegnativi e risolvere problemi complessi e/o di trasformali in opportunità. Quindi flessibilità mentale, lavorativa e presenza di pensiero laterale unite a una generale e sorprendente capacità di emozionarsi e provare stupore nel rapporto intimo e profondo con le piccole cose, gli elementi e le manifestazioni della natura della montagna.

La consapevolezza dell’importanza, o meglio della necessità e del bisogno di conoscere il territorio (paesi, valli, boschi, montagne) e di fare il possibile per rispettarlo, tutelarlo e valorizzarlo in maniera ecocompatibile attraverso le loro attività.


In che termini queste figure "innovano" le attività tradizionali della montagna, pur tenendole vive? Quale il loro valore aggiunto, rispetto all'eredità del passato?

 

Sara. L’innovazione sta nell’uso delle tecnologie per implementare e diffondere le loro attività. La voglia di condivisione e il desiderio di educare al rispetto e all’amore per i territori e i loro prodotti. A volte è emerso che la formazione ha permesso a molti giovani montanari e montanare di sviluppare competenze organizzative di analisi o di risoluzione dei problemi, che apparentemente non avrebbero a che fare con le attività di montagna classiche e che invece possono essere utili per gestire una malga, programmare la produzione di formaggi, districarsi tra la burocrazia o intraprendere nuovi progetti.

 

Marco. Forse l’innovazione sta proprio nella compresenza consapevole di passato, presente e futuro; cioè nella consapevolezza che le attività piccole o medio piccole sono quelle che più si confanno ai vari tipi di montagna e di cui la montagna ha bisogno per avere una prospettiva di vivibilità e di senso. La capacità di accettare/affrontare le sfide dell’ambiente e della contemporaneità, e al tempo stesso il senso del limite (che la montagna - spesso inascoltata - insegna ogni giorno), anche se non direttamente verbalizzato; il fare il passo non più lungo della gamba, essere accorti: piccolo è bello, idem essere essenziali, concreti ma allo stesso tempo anche un po’ visionari e spirituali. Perché la natura e la montagna, come dicono i due forestali, ti insegnano a stare al tuo posto, ad avere i piedi per terra, a stare al mondo. Ma anche a stupirsi, a coglierne ed assaporare il sublime delle sue meraviglie provando momenti di estasi.

La comunicazione ovviamente ha un ruolo importante, così come l’uso della tecnologia, che soprattutto in alcuni dei lavori raccontati è di grande aiuto. Il web e l’amore per i viaggi (andare oltre le montagne) facilitano la conoscenza di altre culture, suscitano stimoli e confronti con altre persone, storie ed esperienze da cui attingere ed eventualmente riproporre in chiave locale, arricchendole secondo le sensibilità e gli interessi individuali.

Inoltre, il livello di istruzione e formazione generale è medio o alto ed è integrato da scambi di informazioni, esperienze, corsi di formazione e aggiornamento, interazione con i turisti, dal web e dalle reti sociali.


Quale "essenza" di montagna emerge dalle traiettorie di questi personaggi? Come la riassumereste in poche parole?

 

Sara. Emerge una montagna viva, carica di tesori, da amare e rispettare, capace di rigenerarsi anche a prescindere dalla presenza dell’uomo. Una montagna maestra di vita, che "insegna a stare con i piedi per terra", che "ti aiuta a trovare il senso del limite", che "permette di percepire la forza e la sapienza della natura, che sa arrangiarsi da sola".

Ascoltare e raccontare queste storie montanare è stata un’esperienza eccezionale. Dalle voci appassionate di questi giovani emergono pensieri e valori di una generazione che ha fatto della montagna uno stile di vita, dove la forza interiore e la coerenza sono i capisaldi di scelte mai scontate. Scelte coraggiose che ripongono grande fiducia nel futuro.

 

Marco. Una montagna vissuta, lavorata e amata con la consapevolezza di tutte le sue risorse, opportunità, limiti, difficoltà, bellezze. Sara e io auguriamo loro di continuare a sognare, a progettare e realizzare. Di proseguire a essere, nel loro piccolo, custodi dei luoghi di montagna in cui vivono e lavorano, affinché almeno alcune porzioni di territorio non siano abbandonate, maltrattate o distrutte da logiche dissennate, ma curate, protette, animate e vivificate da buone pratiche: per il bene loro, dei paesi, delle valli, delle montagne e dell’ambiente che stanno costruendo e che verranno.

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