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Sport | 01 giugno 2026 | 12:00

100mila metri di dislivello in tredici giorni: l'ultima impresa di Benjamin Mougel. "Non ha senso, è completamente assurdo, ma bisognava farlo per capire se fosse possibile"

Il trailrunner ventinovenne, originario della Francia orientale, è stato il primo a registrare un simile traguardo, dopo che già un anno fa aveva ottenuto il record di dislivello in giornata. 100 ascese e discese lungo il "chilometro verticale", partendo da Chamonix. Il forte trail runner Francesco Puppi commenta con noi impresa del collega

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Già detentore del record di dislivello in 24 ore, stabilito un anno fa con 21.134 metri di dislivello positivo nel massiccio dei Vosgi, il ventinovenne francese Benjamin Mougel se n’è inventata un’altra delle sue: scalare 100mila metri di dislivello positivo nel minor tempo possibile. Ci è riuscito in soli 13 giorni.

 

Un record, quello registrato da Mougel, piuttosto inusuale e certamente titanico; ma per uno sport sempre più popolare e "istituzionalizzato" come il trail running, quanto vale un risultato simile? Da profani, abbiamo posto la questione ad un esperto del settore: il trailrunner plurimedagliato Francesco Puppi.

 

Prima però entriamo nel dettaglio della prestazione.

 

Benjamin Mougel, originario dei Vosgi nella Francia orientale, era partito il 18 maggio per scalare cento volte il "chilometro verticale": 100 ascese e discese a piedi tra la chiesa di Chamonix e Plan-Praz (il cui tratto di 3,5 chilometri ha una pendenza media del 27%).

 

L’impresa è stata tutt’altro che semplice. Il percorso ha dovuto subire delle modifiche in corso d’opera a causa di lavori di taglio del legname lungo il tracciato, e Mougel ha assaggiato quasi ogni condizione meteorologica possibile: pioggia, neve e - negli ultimi giorni - un forte caldo.

 

Il primo giorno ha completato dieci andate e ritorno, nove il giorno successivo, e poi otto al giorno per il resto della prima settimana, prima di ridurre volontariamente il ritmo a sette a causa delle temperature elevate.

 

 

Per ogni ascesa e discesa, Mougel ha impiegato in media un’ora e quarantacinque. L'ultima, nella quale è stato accompagnato dalla sua squadra e dalla moglie Zoé Drouhin, è giunta a termine il 30 maggio.

 

A raccontare l’impresa in tempo reale è stato il magazine francese specializzato Distances+, che – comunicando il successo dell’impresa – afferma che "per quanto ne sappiamo, non c'erano tempi di riferimento per una sfida del genere".

 

Intervistato dalla rivista a sfida ancora in corso, di fronte alla domanda "perché lo stai facendo?", l’atleta ha risposto: "Non ha alcun senso, è completamente assurdo, ma bisognava farlo per vedere come sia possibile riuscirci. È un modo per scoprire di cosa sono capace, ed è anche un dovere fare ciò di cui si è capaci".

 

Per capire la portata di una simile prestazione, al di là dell'impatto di certi numeri, crediamo sia indispensabile uno sguardo dall'interno. Ragion per cui ci siamo rivolti a Francesco Puppi, che nell'impresa del collega ha trovato lo spunto per una riflessione più ampia sul mondo del trail running.

 

"Personalmente, penso ci siano cose più divertenti che mettersi lì per tredici giorni e fare 100 volte su e su dalla stessa salita, però se per qualcuno è importante credo sia una bella notizia".

 

"Ogni disciplina sportiva definisce le proprie regole, il proprio terreno di gioco, e ci deve muovere entro quei limiti: altrimenti saremmo tutti campioni del mondo in qualcosa". Ciò significa forse che la fatica di Mougel non vale nulla? Nient'affatto: "Quella di Mougel mi sembra un’impresa che ha un valore più personale: per scoprire i propri limiti o per le ragioni personali che lo hanno spinto. Non credo ci fosse l’intento di registrare una performance particolare".

 

Quanto conta, dunque, per il mondo del trail running agonistico? Probabilmente poco o forse niente, ma proprio per questo può essere un ottimo segnale per la disciplina e per lo sport outdoor in generale.

 

"Credo sia importante saper distinguere tra un’impresa con intenti agonistici ed un’avventura personale. L’esistenza delle une non esclude le altre, e credo sia un segno di vitalità per uno sport nato con intento esplorativo e con un’ampia libertà nei modi e nelle forme in cui praticarlo".

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