In sella alla bici, prese la bottiglia e bevve senza guardare: era cognac. Poi, stremato da caldo e fatica, ingerì anfetamine. Storia di Thomas Simpson, la prima vittima di doping

Era la tredicesima tappa del Tour de France 1967, quella che passava per il Mont Ventoux, 21 chilometri con una pendenza media del 7,5 %. Simpson era il favorito, ma del tutto fuori forma. Secondo le testimonianze la sera prima litigò con il direttore sportivo, che gli intimò di vincere la gara. Purtroppo, il giovane inglese non arrivò alla mai fine

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Da oltre centovent’anni, quando è nato come evento promozionale per un quotidiano sportivo, il Tour de France è non solo la corsa ciclistica più prestigiosa e impegnativa al mondo ma è anche un ricettacolo di storie e di momenti topici dello sport dell’ultimo secolo. Nel ciclismo, quando si parla di storie, di singoli momenti in punta di pedale consegnati alla memoria collettiva, spesso e volentieri si parla di salite.
Da quella di Octave Lapize sul Col du Toumalet nel 1910, quando il Tour attraversò per la prima volta i Pirenei: dopo 5500 metri di dislivello, circondati dalla neve su bici pesantissime, il vincitore Lapize si rivolse agli organizzatori gridando parole destinate a entrare nella leggenda: "Siete degli assassini!". Sulla stessa salita, un giovane Eddy Merckx nel 1967 dava inizio alla sua leggenda, con una fuga solitaria di 140 chilometri.
Ma anche il Col du Galibier, che con i suoi 2.642 metri è il il "tetto" più alto del Tour de France. Per non parlare poi della prima ascesa dell’Alpe d’Huez, percorsa per la prima volta nel 1952, quando Fausto Coppi, già campione del Giro d’Italia, si lanciò nella salita con l’iconica classe, staccando tutti gli avversari e involandosi verso un successo di tappa che avrebbe anticipato la sua vittoria del Tour. O ancora, per rimanere in casa, il Mont Ventoux, in Provenza (il celebre Monte Ventoso di Petrarca), dove il 13 luglio del 2000 si giocò un epico testa a testa tra Armstrong e Pantani, consegnando al "Pirata" una delle vittorie più iconiche.
Scene, molte di queste, che se non tutte ancora proiettate in diretta televisiva vengono ricordate certo nelle prime pagine dei giornali da chi le ha vissute. Ricordi d’infanzia, colmi spesso di nostalgia e riconoscimento comunitario. Tra queste storie, però, ve ne furono anche di cupe: momenti dei più bui della storia dello sport, in cui il lato più tossico della performance sportiva è venuto a galla toccando un punto di non ritorno. Una di queste è la storia del ciclista britannico Thomas "Tom" Simpson.
Era il 1967. Fu, anche allora, il 13 di luglio. In quelle stessa salita, il Mont Ventoux. Si pedalava la tredicesima tappa del tour.
Tom Simpson aveva 29 anni; originario di un sobborgo di Durham, nel nord-est dell’Inghilterra, aveva firmato il suo primo contratto da professionista sei anni prima, e subito si era distinto come il miglior ciclista britannico del periodo. Vincitore della Milano-Sanremo nel 1964 e del Campionato del mondo nel 1965, Simpson si presentava al Tour del ’67 come favorito.
La tappa parte da Marsiglia e arriva a Carpentras, in Provenza, ma per arrivarvi vanno scavalcati i 1912 metri del Monte Ventoso, 21 chilometri con una pendenza media del 7,5 %.
Simpson, nonostante la sua fama, non è in forma e questo suscita la rabbia del manager della sua squadra (la stessa Peugeot che ospita il giovane Eddy Marckx). Il compagno di stanza di Simpson, Colin Lewis, la sera prima della tappa assiste ad una accesa discussione tra i due. Furibondo per le scarse prestazioni, il direttore sportivo ordina all’atleta britannico di vincere la tappa successiva, costi quel che costi.
Il 13 luglio è una giornata caldissima. Simpson è determinato a redimersi e far valere la sua occasione, così parte agguerrito, ma presto inizia a mostrare i sintomi dell’affaticamento, rischia continuamente di staccarsi dal gruppo dei migliori.
Giunti ai piedi del Monte, Tom Simpson chiede ad un compagno di squadra di procurargli qualcosa da bere (al tempo era proibito passare da bere e da mangiare ai ciclisti dalle ammiraglie). Il compagno, allora, si ferma ad un bar ma si accorge presto di non essere stato l’unico ad avere quest’idea: l’unica cosa rimasta è una bottiglia di cognac. Così - senza pensarci - lui la prende, raggiunge il suo capitano e gliela porge. Simpson, preso dalla fatica e dalla concentrazione, prende la bottiglia senza guardare e tracanna un sorso. Poi, la getta via.
La pendenza inizia a sentirsi e Simpson è disperato, in una fatica folle sta dando fondo alle sue energie. È qui che - incapace di accettare la sconfitta - sceglie di assumere delle sostanze che inibiscano la fatica. Sempre secondo il racconto di Lewis, infatti, poche ore dopo il litigio della sera prima, in stanza erano arrivati due sconosciuti dai quali Simpson aveva acquistato, per 800 sterline, tre tubetti di anfetamine.
Sotto un caldo rovente, dopo quell’involontario sorso di cognac, Tom Simpson ingurgita uno dei tubetti che aveva portato con sé e riprende la salita.
Subito tutti si accorgono che qualcosa non va. Simpson procede a zigzag, lo sguardo vitreo è puntato sull’asfalto. Qualcuno dice che era irriconoscibile. Quando provano a passargli una borraccia, lui neanche se ne accorge, e, a pochi chilometri dalla vetta cade una prima volta. Il meccanico della squadra che lo seguiva con la macchina lo aiuta a rialzarsi. Il ciclista non fa che ripetere: "On, on, on" "avanti, avanti, avanti".
Di nuovo in sella, Tom pedala per qualche centinaio di metri, circa mezzo chilometro, poi cade ancora una volta. Manca circa un chilometro al traguardo, ma questa volta l’atleta non si alza più. Thomas Simpson è morto per insufficienza cardiaca.
Inizialmente, nell’ambiente ciclistico prende piede la teoria della morte per disidratazione, ma poco a poco emergono i retroscena e con il verdetto finale viene formulata quella che diverrà una vera e propria maledizione per il mondo ciclistico e non solo. Le anfetamine avevano inibito la sua percezione della fatica, portandolo allo stremo. Insieme al caldo, alla fatica, alla disidratazione e a quel sorso di cognac divenne un mix letale. Tom Simpson è considerato la prima vittima del doping.












