"La gente rideva all'idea che potessi vivere come fotografo di montagna. Ancora oggi c'è chi mi chiede se, per mantenermi, fotografo i matrimoni". Nello sguardo di Matteo Pavana non solo alpinismo

Conosciuto con il progetto "The Vertical Eye", lavora da anni come fotografo e filmer professionista specializzato in ambienti montani e alpinistici. Il suo percorso passa attraverso i grandi marchi del settore e si intreccia a quello di grandi atleti e alpinisti. Da dieci anni lavora come freelance, e ha di recente pubblicato un libro di scatti personali, che porta il suo sguardo oltre la performance sportiva e arriva a toccare il rapporto tra l'uomo e la montagna

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siamo partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Questa volta però usciamo un po’ dal tracciato, intercettando uno sguardo inedito. Pur essendo anche un eccellente scalatore, Matteo Pavana, trentino classe 1990, ci risponde quest’oggi in veste di fotografo e regista, di montagna e non solo. Conosciuto attraverso il progetto The Vertical Eye, lavora da anni come fotografo e filmer professionista specializzato in ambienti montani e alpinistici. Il percorso di Pavana passa attraverso i grandi marchi del settore (Patagonia, The North Face, La Sportiva, Salewa, Red Bull tanto per citarne alcuni) e si intreccia a quello di grandi atleti come Fabian Buhl, Chrigel Mauerer, Adam Ondra, Stefano Ghisolfi, Francois Cazzanelli, Nadir Maguet, Tamara Lunger e Simone Moro. Da dieci anni lavora come freelance, e ha di recente pubblicato un libro di scatti personale, con protagoniste le sue Dolomiti, che porta il suo sguardo oltre la performance sportiva e arriva a toccare il rapporto tra l’uomo e la montagna. Si chiama Wunderkammer, ‘la camera delle meraviglie’.
Fotografia e arrampicata. Come hai conosciuto questi due mondi? In che modo si sono intrecciate tra loro?
Prima ho iniziato con la fotografia, perché la macchina fotografica mi affascinava molto come mezzo. Renzo, mio papà, faceva l’imprenditore e la utilizzava per i sopralluoghi nei cantieri, e ogni tanto me la facevo prestare. A quel tempo fotografavo "ciò che c’era", un concetto che dista molto da "ciò che vede", o dovrebbe vedere, un fotografo. Era uno strumento che ho sentito fin da subito come una buona scusa per creare dei ricordi, ma al tempo stesso faceva da ponte, specie con il mio carattere estroverso ma comunque timido, nel senso che mi permetteva di andare un po’ più in profondità con le altre persone. Avevo 16 o 17 anni.
L’arrampicata è arrivata poco dopo: vedevo l’emozione che traspariva dai visi dei miei amici quando andavano a scalare, e li ho forzati a condividermi quel mondo. Ho capito subito perché ne erano assorbiti e anche sono subito stato risucchiato da quel vortice nuovo. Era qualcosa di talmente inedito che - credo di potermi permettere di parlare anche a nome loro - ci faceva sentire speciali: non eravamo abituati a vivere lo sport in una forma tanto libera, non a quell’età, e non con una componente oggettiva di rischio.
Dal punto di vista fotografico, mettere insieme le due cose è stato abbastanza spontaneo: arrampicando inizi a chiederti "chissà come viene una fotografia dall’alto anziché dal basso?". Da lì è diventato andare in montagna, scalare, poi lo sci, la corsa in montagna, il parapendio: insomma, ha preso forma stagione dopo stagione come un processo di conoscenza di me stesso, anche un po’ fortuito, durato ben 15 anni e che mi ha reso una persona molto più curiosa. Neanche a dirlo, ovviamente, ma ciò non sarebbe stato possibile se non avessi incontrato le anime gentili con cui ho condiviso le mie esperienze più importanti.
Ci racconteresti le tappe di questo percorso?
Ricordo bene il periodo in cui ho intuito che cosa mi piaceva fare e che cosa mi sarebbe piaciuto diventare. Potrebbe sembrare scontato adesso, ma allora la gente rideva all’idea di poter vivere come fotografo di montagna. Faceva ridere anche me il solo pensarci. Ancora oggi c’è chi mi chiede se, per mantenermi, faccio fotografie ai matrimoni — figurati quindici anni fa.
I miei genitori, neanche a dirlo, erano abbastanza preoccupati che, a 23 anni, mi cimentassi in un percorso formativo in fotografia mentre dovevo ancora finire gli studi in Economia & Management. Di scalare non ne parliamo nemmeno: ci andavo di nascosto, soprattutto perché mio padre, da giovane, aveva perso un buon amico in montagna. L’unico a prendere davvero in seria considerazione quello che stavo facendo - e, a dire il vero, con uno sguardo molto più lungo del mio - è stato mio fratello Marco.
Fatto sta che, una volta laureatomi nel corso triennale in Economia, ho iniziato un percorso di alta formazione professionale in grafica multicanale, che prevedeva, tra le tante cose, anche la fotografia. Poi sono stato assunto in La Sportiva e, dopo nemmeno due anni, ho aperto partita IVA.
All’inizio è stato fare il fotografo per le aziende, lavorare con i brand e con gli atleti. Il focus era sulla performance sportiva: da una parte il commerciale, dall’altra lo storytelling, il contenuto centrato sulla prestazione di un determinato atleta. Poi, per una serie di vicende personali e cambiamenti sociali - come l’esplosione dei social media in questo ambito - ho iniziato a pensare: "Bello quello che faccio, ci vivo anche, però mi sembrava di non portare niente".
C’è chi dice che "the first part of your life you learn, the second you earn, the third you return". Ecco, improvvisamente mi è sembrato fosse il momento di restituire: viviamo in un mondo talmente fragile che pensare solo al mio mi fa stare male. Così ho iniziato a sviluppare progetti fotografici legati al volontariato, in cui ciò che guadagnavo dal commerciale lo investivo in esperienze personali, senza necessariamente un ritorno economico. Ho documentato due campi medici mobili in Nepal, un progetto di riforestazione in Tanzania e un altro sul supporto alla comunità di corridori in Kenya.
Cerco di dedicarmi a un progetto di questo tipo ogni anno, perché non riesco, in termini di tempo e budget, a fare di più. E va bene così: odio la sensazione di vivere tante cose senza sentire di averne vissuta davvero nessuna. Quindi, se mi chiedi a che punto sono, direi questo: sono un fotografo che cerca di bilanciare il commerciale e il personale. È una cosa che non do per scontata e di cui sono grato al mondo e, perché no, anche a me stesso.
Nelle presentazioni del libro parli di estetica e verità. Qual è un modo "vero" di raccontare la montagna?
Partiamo dal presupposto che la l’estetica nobilita l’uomo e rigenera lo spirito. "Cercare la bellezza", come direbbe la mia amica Sara, è fondamentale. Sicuramente vi risuonano le parole di Dostoevskij "la bellezza salverà il mondo". Io sono d’accordo con loro, ma parliamo pure di verità.
Per raccontare la montagna in modo autentico bisognerebbe essere sinceri, credo. Mi sforzo di credere che la verità sia qualcosa di oggettivo, una sorta di fondo resistente in questo mondo fatto di opinioni. Certo, ognuno può avere una propria percezione, però, se vogliamo usare una metafora alpinistica, una montagna o l’hai scalata oppure no; e lo stesso vale per tutto il resto. Per me la verità, all’interno dei miei progetti fotografici e video - che si tratti di lavori commerciali o meno - è un presupposto fondamentale che cerco di rispettare il più possibile. Come potrete immaginare, nel commerciale, di questi tempi, è sempre più difficile rispettare questo presupposto perché vuol dire per forza di cose - una cosa tra tutte - dedicarsi ai dettagli, qualcosa di totalmente antieconomico, che non rispetta le regole su cui il capitalismo è fondato. Al momento nel commerciale mi accontento, quando non mi è possibile essere sincero, di essere credibile e fare in modo di non nuocere la montagna.
In secondo luogo per raccontare la montagna bisognerebbe essere umili. Si è umili se ci si esprime in modo gentile e si ha un rispetto universale, coltivando soprattutto il valore del dubbio. Significa essere curiosi e di voler imparare sempre qualcosa, perché è così che si migliora e si riesce ad acquisire una conoscenza più profonda del mondo che ci circonda e delle persone con cui abbiamo a che fare.
Sincerità e umiltà sono fondamentali per la nostra sopravvivenza, per il bene comune.
Hai seguito in spedizione alpinisti e arrampicatori tra i più forti al mondo. Credi di essere riuscito ad umanizzare queste figure così apparentemente distanti ed eroiche?
Il problema è proprio questo, secondo me: abbiamo una percezione completamente distorta di cosa sia un’eroina o un eroe. Quando ero adolescente consideravo modelli - o eroi per alcuni altri - arrampicatori e alpinisti.
Avendo vissuto esperienze con alcuni di quelli che si possono considerare al top del loro sport, devo dire che più invecchio più rimango deluso. Questo potrebbe risultare forte da dire, ma per molti di loro è così: sono bambini in corpi da adulti, esseri umani con un forte complesso narcisistico, altri ancora usano letteralmente la montagna come fonte di guadagno senza restituire nulla.
Riesco benissimo a capire che un atleta, per essere tra i migliori al mondo, non abbia molto tempo per pensare ad altro al di fuori dell’allenamento e della performance; è ciò che l’eccellenza richiede: dedizione, concentrazione, individualismo. Non ho nulla in contrario in tutto questo, sia chiaro. Ho conosciuto però anche fortissimi alpinisti e arrampicatori che, oltre a dedicarsi alla propria attività, sono anche persone che muoiono dalla voglia di curare anche la propria persona al di fuori dello sport. Quello per me va la differenza tra un atleta e un essere umano: andare oltre alla propria attività sportiva. È per questo che alla tua domanda, posso rispondere - anche a costo di sembrare arrogante - che, a volte, non c’è niente da umanizzare: sono loro che dovrebbero umanizzarsi. Viviamo in tempi molto difficili che pretendono ascolto, gentilezza, apertura. E smettiamola di chiamarli eroi: non salvano vite.
Qual è il punto di arrivo di quel processo lungo quindici anni? Com’è nato Wunderkammer?
Più o meno a questo punto avreste dovuto capire quello che è stato il percorso professionale. Vi ci affianco il percorso personale.
A ventidue-ventitré anni, era il 2014, mi è stata diagnosticata una depressione, durata più o meno un anno e mezzo. Non era una cosa gravissima, però all’epoca non avevo gli strumenti per gestire quel dolore e quindi l’ho sofferta parecchio. Il dolore porta a una maggiore consapevolezza, giusto?
Alla fine del 2019 ho partecipato invece come fotografo a una spedizione invernale nel Karakorum, dove mi sono posto molte domande sul mio lavoro e, soprattutto, sul come e perché fotografo, poiché gli alpinisti che seguivo hanno rischiato di morire. Poi, nella primavera del 2020, ho perso mio papà, Renzo, durante il Covid. Tutte queste esperienze mi hanno portato innanzitutto a fermarmi e a riflettere, in secondo luogo ad adottare dei cambiamenti. Identificandomi molto con il mio lavoro, ho pensato che la fotografia, per me, dovesse comprendere anche altro, al di là di ciò che stavo facendo per le aziende, perché era quello che sentivo. Ho perso mio papà nel giro di una settimana e mi sono chiesto: "Ma se un giorno morissi anche io, che cosa resterebbe di me?". È davvero complicato riuscire a sintetizzare tanti anni di pensieri, azioni, sbagli e nuovi tentativi, ma vorrei che passasse il concetto che il libro è stato la risposta spontanea all’esigenza di dare più valore alla fotografia e a me stesso a seguito delle esperienze personali al di fuori del mio controllo e a quelle che ho intrapreso secondo la mia volontà.
Il punto di arrivo è proprio questo: che non c’è punto di arrivo. E va benissimo così, anzi, forse è anche il bello.
Foto in apertura: Stefano Piatti

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.














