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Ambiente | 26 aprile 2026 | 19:00

Nelle vecchie cartoline delle nostre montagne, la linea dove finiscono gli alberi era molto più in basso. Il bosco ha iniziato ad "arrampicarsi": quali piante sopravviveranno?

Cosa fanno i forestali mentre osservano questa avanzata? Intervenire altera l'ecologia attuale, ma il non-intervento espone al rischio di perdite irreversibili: si tratta di un vero e proprio dilemma etico

scritto da Paola Barducci

Ogni anno è la stessa storia: appena rimetto ai piedi gli scarponi quotidianamente (per lavoro) mi sembra di tornare ad osservare il paesaggio con occhi nuovi e trovo notevoli differenze sia guardando il bosco "vis a corteccia", sia mettendomi sui versanti opposti al bosco che devo studiare e osservandone le differenze. E ogni anno le differenze sono tante: una su tutte l’avanzata dei boschi sulle cime.

Avete mai guardato una vecchia cartolina delle nostre montagne italiane, di quelle con i colori un po’ sbiaditi degli anni '70? Se lo faceste con la lente d'ingrandimento, notereste un dettaglio: la linea dove finiscono gli alberi e iniziano le rocce o le zone erbate era molto più in basso di dove si trova oggi. Senza fare rumore, e senza che ce ne accorgessimo tra una sciata e un trekking, il bosco ha iniziato ad "arrampicarsi". Potremmo ipotizzare che la causa sia il graduale ma inesorabile abbandono delle attività di pascolo d’alta quota ma non è solo per questo; infatti in molti casi si tratta di una vera e propria migrazione verticale: le piante stanno facendo le valigie per sfuggire al caldo, cercando rifugio qualche centinaio di metri più su.

 

Il fenomeno si chiama risalita delle specie ed è, in parole povere, la ricerca del fresco. Immaginate il faggio ma soprattutto l’abete rosso: con l’aumento delle temperature medie e le estati sempre più siccitose, il "piano terra" (le quote basse) è diventato decisamente troppo caldo e afoso. Così, generazione dopo generazione, i semi cercano fortuna più in alto, colonizzando pascoli e praterie d’alta quota.

 

Il risultato? Le specie che amano il fresco spingono verso le vette, mentre dal basso avanzano querce e ornielli, pronti a prendersi i posti lasciati vacanti. Il problema è che in cima la montagna finisce: chi è già sulla vetta rischia di trovarsi come in un gioco delle sedie musicali dove, purtroppo, la musica sta finendo.

 

Ma allora, chi vincerà questa corsa contro il tempo? E, soprattutto, cosa facciamo noi forestali mentre guardiamo questa avanzata?

 

Stiamo mettendo in campo strumenti particolari: una è la migrazione assistita. In sostanza, stiamo dando una mano alla natura a fare ciò che farebbe da sola, ma con ritmi velocizzati. Parliamo di spostare specie arboree verso zone che diventeranno climaticamente idonee in futuro: un aiuto concreto per far raggiungere alle piante condizioni ospitali prima che sia troppo tardi. Non si tratta solo di spostamenti di quota altimetrica ma anche di areale: negli ultimi studi si sperimenta lo spostamento di specie a maggior influenza mediterranea in zone poste più a nord. Come una sorta di trasloco preventivo!

 

Intervenire altera l'ecologia attuale, ma il non-intervento espone al rischio di perdite irreversibili: si tratta di un vero e proprio dilemma etico. 

 

Un altro strumento che devo dire prediligo maggiormente è la selvicoltura adattativa. Dimenticate l'idea del forestale che taglia alberi a caso: ogni taglio infatti prevede non solo di ottenere legname ma anche di creare boschi misti, con specie diverse che convivono; questa è sicuramente la nostra migliore polizza assicurativa: se una specie soffre il caldo, l'altra potrebbe resistere meglio; se un parassita attacca l'abete, altre specie come il faggio o l'acero faranno da scudo, impedendo che l'intera foresta si trasformi in un deserto di alberi secchi.

Perché, diciamocelo: l'abete rosso, il re incontrastato delle nostre montagne, sta vivendo un momento di crisi d'identità (e di salute, tra parassiti e stress idrico). Al suo posto, vedremo probabilmente un avanzamento del larice nelle quote alte e una riscossa del faggio e dell'abete bianco, più plastici e capaci di sopportare meglio gli sbalzi termici, alle altre quote.

 

Tutto questo non è necessariamente un dramma, ma una trasformazione. Il bosco non è un museo immobile, ma un organismo mutevole e dinamico. Il nostro compito non è fermare il tempo, impresa decisamente fuori portata, ma accompagnare questa transizione con gli scarponi ai piedi e il gps in mano. L’obiettivo è evitare che il bosco scompaia, accettando che cambi abito.

il blog
Imparare a guardare il bosco

Mi chiamo Paola Barducci, ma tutti mi chiamano Forestpaola. Sono una dottoressa forestale e Imparare a guardare il bosco è l'invito che rivolgo a chiunque desideri trasformare una semplice escursione in un'esperienza di scoperta profonda. Spesso, infatti, attraversiamo i paesaggi alpini percependo i boschi come uno sfondo statico, sempre uguale. Ma la montagna in cui si inseriscono è in realtà un organismo vivo, un insieme di dinamiche invisibili e storie scritte nel tempo.

In questo blog vi invito idealmente a camminare al mio fianco, lungo i versanti e tra i boschi di abete, larice o rovere, per decifrare insieme i segni della natura e l'evoluzione del paesaggio montano: dalla semplice definizione di bosco al riconoscimento degli alberi quando non hanno le foglie, faremo divulgazione scientifica "con gli scarponi ai piedi", imparando a leggere la complessità della foresta con occhi nuovi e consapevolezza tecnica, ma senza mai perdere lo stupore di chi sa ancora ascoltare il respiro della montagna.

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