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Ambiente | 26 aprile 2026 | 12:00

Il pesce di torrente che in Toscana è diventato simbolo di credulità. Eppure, dietro all'apparente ingenuità, il ghiozzo etrusco è lontano dalla semplicità che gli attribuiamo

Cronache di un fotografo naturalista # 17 / Tra le acque fresche e agitate dei torrenti del Centro Italia questa specie resiste alle minacce che minano la sua esistenza

scritto da Giacomo Radi

La primavera in Alta Maremma è sbocciata dirompente. Da qualche giorno anche i paesi medievali del Monte Amiata sono tornati ad accogliere le grida giocose dei rondoni, nei loro voli di gruppo tra i campanili di pietra antica e i tetti di coppi rossi baciati dal sole. Prendo la via di un sentiero che costeggia il torrente. Il canto dei merli e delle capinere e il mormorio dell’acqua sono la colonna sonora della mia escursione e il carpineto misto a cerri e leccio la scenografia tipica dell’alta collina amiatina, una montagna che profuma di mare.

Sopra le pareti che costeggiano il corso d’acqua spuntano i delicati fiori dell’acetosella dei boschi (Oxalis acetosella), cinque petali bianco-rosati con venature porporine che dipartono da merletti giallo intenso. Vedendomi masticare le foglie di acetosella articulata – una Oxalis ornamentale sudamericana molto comune - che cresceva nel giardino di casa, mia nonna mi raccontava che anche lei da piccola assaggiava dei fiori candidi dal sapore aspro che crescevano nei boschi del Monte Amiata, sua terra natia.


Acetosella dei boschi (Oxalis acetosella) in fiore

Come da bambino non resisto ad assaporare una foglia e un gusto acerbo che fa stringere le palpebre e arricciare le labbra mi solletica il palato. L’epiteto generico Oxalis deriva dal greco e fa riferimento al sapore acidulo (oxys) e salato dalla pianta (hals).

 

Per anni ho battuto molti torrenti in cerca di creature che avevo visto solo sui libri e nel mio peregrinare acquatico non sono mancati momenti emozionanti. Uno di questi è stato l’incontro con il ghiozzo etrusco (Neogobius nigricans).


Adulto di ghiozzo etrusco (Neogobius nigricans)

Si tratta di un ghiozzo d’acqua dolce endemico della penisola italiana che abita i ruscelli freschi e ben ossigenati della Toscana, del Lazio e dell’Umbria, areale di appartenenza e di distribuzione che gli ittiologi definiscono "distretto", in questo caso Distretto Tosco-Laziale. Fondamentale per la sua riproduzione è la presenza nel torrente di un fondo fatto di ciottoli piuttosto grandi, indispensabili per costruire il nido. Non è chiara la distribuzione del ghiozzo etrusco nell’area amiatina e quando incontrai alcuni individui in questo piccolo torrente in quota provai una grande emozione.

 

Preparato il set nell’acquarietto da campo e inizio a cercare il mio soggetto sul fondo. Alcuni girini di rana appenninica hanno creato un ammasso nella quiete di una piccola ansa e con i loro movimenti creano leggere increspature sulla superficie.


Disegni sulla superficie dell’acqua creati dal movimento dei gerridi

A rendere ancora più complessi questi disegni acquatici ci pensano dei gerridi, degli insetti che pattinano sulla superficie creando onde concentrice ad ogni scatto. Mentre il sole si riflette nell’acqua questi cerchi cambiano continuamente forma creando sovrapposizioni di riflessi in un astrattismo geometrico quasi ipnotico.


Dettaglio della testa di un maschio adulto del Monte Amiata

Un maschio di ghiozzo etrusco mi osserva dal fondale con un musetto curioso che sembra interdetto dalla mia presenza. Con la testa e la bocca grandi e il muso un po’ stupito, sembra portarsi addosso un’espressione ingenua, quasi da personaggio di un cartone animato. Forse è per questo, o per la sua nota facilità ad abboccare all’amo, che in Toscana è diventato simbolo bonario di credulità: si dice "sei un ghiozzo" o "abboccare come un ghiozzo" per indicare chi si lascia ingannare con troppa facilità. È impossibile sfuggire all’antropomorfismo, trasformando un piccolo pesce di ruscello in una figura familiare, quasi affettuosa. Eppure, dietro quell’apparente ingenuità, il ghiozzo resta perfettamente adattato al suo mondo d’acqua corrente, ben lontano dalla semplicità che gli attribuiamo.

Il ghiozzo etrusco è una specie bentonica perfettamente forgiata dall’ambiente in cui vive e quindi "progettato" per restare fermo nella corrente e muoversi a scatto sul fondale ciottoloso: corpo allungato, leggermente cilindrico e un po’ appiattito verso il basso; testa grande e larga con occhi posti in alto; pinne ventrali riunite a formare una ventosa, usata per aderire saldamente al fondo dei torrenti.

 

La storia della vita torna ogni volta a raccontarci come l’evoluzione imbocchi sentieri preferenziali spinta dalla selezione naturale. Non è un caso che lo scazzone (Cottus gobio), uno scorfano d’acqua dolce, assomigli così tanto a un ghiozzo: testa grande e larga (da cui il nome comune inglese Bullhead, "testa di toro") e una struttura generale assai simile.


Individuo adulto di scazzone (Cottus gobio) ritratto ai margini dell’Appennino centrale

Siamo di fronte a quel fenomeno noto come convergenza evolutiva, per cui specie diverse, vivendo nello stesso ambiente e sottoposte alle stesse pressioni, sviluppano per selezione naturale adattamenti che le portano ad assomigliarsi molto. Esempi in natura ce ne sono moltissimi, ma restando in tema acquatico basti pensare ai delfini, agli squali e agli ittiosauri, rispettivamente mammiferi, pesci, rettili estinti, simili nella forma imposta dall’ambiente. In altre parole, quando la necessità chiama, la selezione naturale risponde. Ghiozzi e scazzoni sono evolutivamente molto distanti tra loro: con una certa approssimazione possiamo paragonare questa distanza a quella tra cani e gatti. Sebbene siano entrambi pesci ossei, le loro linee evolutive si sono separate milioni di anni fa e appartengono a gruppi ben distinti.

 

Fotografo il mio modello e dopo pochi scatti lo lascio tornare nelle sue acque. Questo piccolo pesce – 10-12 cm al massimo nei maschi – è una creatura tenace, ma allo stesso tempo fragile.


Adulto in livrea. Si nota il margine arancione della prima pinna dorsale, caratteristica della specie. Il ghiozzo etrusco è distribuito sul versante tirrenico dell’Italia centrale, tra i fiumi Magra, tra la Liguria e la Toscana, e Amaseno nel sud del Lazio e in una piccola porzione dell’Umbria. Esistono anche alcune popolazioni introdotte dall’uomo sul versante padano dell’Appennino tosco-romagnolo

La distruzione del suo habitat, la captazione delle acque e la competizione con specie introdotte dall’uomo sono le principali minacce per questa specie endemica. In particolare ad aver causato contrazioni nelle popolazioni di Neogobius nigricans è stata una "silenziosa" contesa per i siti riproduttivi con il cugino nordico, il ghiozzo padano (Padogobius bonelli), originario del bacino del Po e di gran parte dell’Italia nord-orientale, e introdotto in passato nell’areale del ghiozzo etrusco con immissioni a scopo alieutico.


Adulto di ghiozzo padano (Padogobius bonelli)

Il ghiozzo padano è spesso più aggressivo e competitivo e riesce a scacciare il ghiozzo etrusco dai rifugi migliori, occupando i microhabitat e i siti riproduttivi più idonei, fino a determinarne localmente la scomparsa per competizione per esclusione. L’etrusco arretra dalle aste principali, dove il padano risale da valle e prende spazio. Resiste invece nei reticoli secondari, negli affluenti più in alto: qui la quota diventa una salvezza indiretta, perché porta con sé corsi d’acqua più piccoli, frammentati e spesso interrotti. Tra salti, briglie e discontinuità, l’acqua si spezza e rallenta l’avanzata del padano, trasformando questi tratti in piccole roccaforti dove il nigricans riesce ancora a resistere.

 

La giornata volge al termine e i profumi costieri di aprile mi aspettano. Torno indietro sul sentiero lasciandomi alle spalle il paesaggio del Monte Labbro, il mormorio del ruscello e lo sguardo intenso ed innocente di una creatura di un mondo fragile.

il blog
Giacomo Radi

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.

 

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