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Ambiente | 12 giugno 2026 | 19:00

L'Italia è il terzo paese europeo per responsabilità nel degrado forestale globale, ma nella Penisola il bosco aumenta e la deforestazione è pressoché assente

594.000 ettari di foresta sono andati persi a causa dei consumi italiani tra il 2005 e il 2023: a subire questa enorme pressione sono le foreste tropicali di Sud America, Africa e Sudest asiatico. I risultati del nuovo Report "Deforestation made in Italy", realizzato da Etifor e Università di Padova

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Pensate a un appartamento. Un normale appartamento di circa 100 metri quadrati simile a quello in cui vivono tanti di noi.

 

È questa la superficie di foreste, soprattutto tropicali ubicate nel sud del mondo (Sud America, Africa, Sudest asiatico), che ogni italiano ha contribuito a deforestare tra il 2005 e il 2023. Abbiamo contribuito perché ciascuno di noi, attraverso i propri consumi, è in parte responsabile della cosiddetta "deforestazione incorporata", quella insita in prodotti di uso comune come caffè, carne e pelli bovine, olio di palma, gomma naturale, soia, cacao e legno.

 

Come si evince dal Report "Deforestation made in Italy. Le responsabilità delle imprese e dei consumatori italiani nella deforestazione globale" (scaricabile QUI), realizzato da Università di Padova e Etifor, l’Italia è al terzo posto in Europa, e al ventesimo al mondo, tra i Paesi responsabili di deforestazione e degrado forestale.

 

100 metri quadrati per ogni cittadino significano una cifra complessiva assai rilevante: 594.000 ettari di foresta, un’estensione paragonabile all’intera provincia di Roma. Si tratta di un valore che, per fortuna, è in flessione rispetto agli anni ‘90, ma che è ancora assai rilevante.

 

In media, ogni anno contribuiamo a consumare oltre 31.000 ettari di foreste, una superficie equivalente a circa 45.000 campi da calcio. L’impatto climatico medio associato a questa perdita è stimato in 9,45 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno, pari al 2,5% delle emissioni nazionali.

Seppure con una flessione molto marcata nel corso degli anni, l’olio di palma rimane il prodotto a rischio più elevato, con il 34% del totale. Seguono carne e pelli bovine (18%), soia (15%), legno e derivati (13%), cacao (12%), caffè (5%) e gomma naturale (2%).


Infografica sulla distribuzione della "deforestazione incorporata" nei consumi italiani rispetto alla metafora dell'appartamento (Fonte: Etifor)

La deforestazione, come dimostra il Report, è incorporata in numerosi prodotti e settori italiani, inclusi comparti di eccellenza del Made in Italy: una dinamica quindi trasversale a diversi comparti e radicata nelle filiere produttive nazionali.

 

"Nonostante una tendenza generale alla diminuzione del rischio di deforestazione incorporata nei consumi italiani, dovuta soprattutto a iniziative volontarie di alcuni settori industriali e all’impegno dell’UE prima che cambiassero le priorità geopolitiche globali nell’era post-pandemica, il nostro sistema continua ad avere grandi responsabilità sugli impatti delle filiere del Made in Italy", spiegano Mauro Masiero e Giovanni Bausano, curatori del report.

 

Secondo i curatori, questi dati evidenziano come siano necessarie delle importanti azioni collettive: "Impegno concreto delle imprese per filiere a deforestazione zero, rafforzamento del monitoraggio indipendente e una transizione verso modelli di consumo più sostenibili. Tutto questo a partire dalla piena attuazione dell’EUDR, senza ulteriori semplificazioni e ritardi".

 

L’EUDR (European Deforestation Regulation) è il regolamento dell'Unione Europea (Regolamento UE 2023/1115) che vieta l'importazione, l'esportazione e la vendita nel mercato europeo di materie prime e prodotti derivati legati a processi di deforestazione o degrado forestale. Dopo due diverse proroghe rispetto alla sua attuazione e svariate modifiche - una situazione che ha sollevato numerose polemiche - questo Regolamento dovrebbe entrare nell’operatività entro fine 2026.

 

"Un cambiamento strutturale di paradigma economico verso una bioeconomia circolare, basata su principi di sufficienza e di responsabilità condivise, è essenziale per ridurre gli impatti e garantire benefici ambientali, sociali ed economici duraturi", sottolineano Masiero e Bausano.

 

Le foreste coprono oggi circa il 32% delle terre emerse. Nonostante un rallentamento dei processi di deforestazione avvenuto negli ultimi due decenni, tra il 1990 e il 2025 è andata persa una superficie forestale di quasi 0,49 miliardi di ettari: 16 volte la superficie dell’Italia. Ma si tratta di una perdita del tutto asimmetrica: nelle aree più ricche della Terra, infatti, le foreste aumentano o sono stabili. In Italia, ad esempio, sono quasi raddoppiate di superficie nell’ultimo secolo. È in quelle più povere che, al contrario, si concentra la deforestazione. Il principale motore di questa perdita, localizzata soprattutto nelle aree tropicali, è l’agricoltura industriale, legata ai prodotti citati in precedenza.

 

Conoscere questi numeri e queste dinamiche dovrebbe far sorgere una profonda riflessione collettiva, sia a livello politico e industriale, sia rispetto al nostro ruolo come consumatori (ed elettori). Ma dovrebbe farci anche pensare alla gestione dei nostri territori, spesso abbandonati a sé stessi e non gestiti a dovere. Anche attraverso pratiche agricole e forestali sostenibili potremmo, almeno in parte, diminuire l’impatto della deforestazione incorporata, valorizzando le filiere locali. Troppo spesso, però, si preferisce spostare il problema altrove: occhio non vede, cuore non duole. A dolere, però, sono ecosistemi essenziali per un equilibrio globale, la cui alterazione si ripercuote pesantemente non solo su territori e comunità con meno tutele e diritti, ma anche sulla vita di tutti noi.

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