Contenuto sponsorizzato
FVG
12 agosto | 21:00

Tra polemiche, fallimenti e ideologie rivoluzionò il modo di salire: a 93 anni dalla leggendaria prima scalata Comici-Dimai alla Nord della Grande di Lavaredo

Dal 12 al 14 agosto del 1933 la Nord della Cima Grande di Lavaredo fu il teatro dello scontro ideologico e nazionalistico per la supremazia nelle pareti più prestigiose. “Vinsero” gli italiani, ma a pagare il prezzo più alto è stata la montagna: martoriata dai chiodi. Un momento che rappresenta anche l'inizio del dibattito sul futuro dell'alpinismo

Tra polemiche, fallimenti e ideologie rivoluzionò il modo di salire

CORTINA. Sono 93 anni esatti dall'apertura di una via su roccia nelle Dolomiti che come poche altre ha saputo riconfigurare l'alpinismo italiano e internazionale. E' la celebre Comici-Dimai sulla parete Nord della Cima Grande di Lavaredo, aperta dal triestino Emilio Comici e dai cortinesi Giuseppe e Angelo Dimai tra il 12 e il 14 agosto del 1933. Una via clamorosa e per certi versi rivoluzionaria, eppure l'impresa messa a segno dai tre è ancora oggi frequentemente bersagliata da critiche e polemiche specie da parte dei puristi” che, sia chiaro, non senza valide ragioni, puntano da sempre il dito contro un impiego di chiodi per la progressione davvero spropositato, inflitti alla montagna.

 

Ma parallelamente la questione non si può ridurre unicamente a questo aspetto, perché la Nord della Grande ha davvero cambiato un'epoca, ed è stata indicata come una scalataestrema” da diversi grandissimi vissuti successivamente, come ad esempio Cozzolino.

 

Nel suo volume “Storia dell'alpinismo”, il giornalista Claudio Gregori sottolinea infatti come nel 1936, appena tre anni dopo l'apertura, la viaconta già quaranta ripetizioni” – aggiungendo -, “alla fine del 1964 le ripetizioni sono duemila”.

 

Per capire dunque come questa ascesa, divenuta col tempo un passaggio imprescindibile per ogni sedicente alpinista, sia così divisiva, quasi come avesse una “doppia faccia”, dobbiamo recuperare il significato della portata di quell'evento, che oggi, a quasi un secolo di distanza, può apparirci sfocato e difficile da cogliere, e ripercorrere, seppur in doverosa sintesi, la storia di questa salita.

 

Al centro di questa storia svettano le Tre Cime di Lavaredo, e il luogo non è casuale.

 

Le Tre Cime sono da sempre un crocevia di culture, nonché storicamente uno dei punti di contatto fondamentali tra la sfera italiana, o italofona, e quella austro-tedesca. E in un periodo come gli Anni Trenta la rivalità per la supremazia nazionale porta ad una lotta ideologica senza quartiere.

 

Le Tre Cime, complice loro forte carica simbolica, finiscono quindi col catalizzare la contrapposizione tra gli alpinisti tedeschi, che in quel momento spadroneggiano un po' in tutto l'arco alpino, mettendo a referto le scalate più ardite e prestigiose, e quelli italiani, che più di recente si sono affacciati all'alpinismo del Sesto grado, ai massimi livelli. La parete nord in questo senso è il baricentro della sfida. Delle tre è la parete centrale, la più alta e a prima vista anche la più impressionante, e in breve diventa il teatro della resa dei conti.

 

Anzi, più che un teatro, sembra quasi uno stadio. Perché quando si diffonde la notizia che Comici si è unito ai Dimai per dare l'assalto finale alla parete è un fatto sorprendente, e una folla inizia a gremire gli spalti, per sostenere i propri eroi e fare il tifo. La sorpresa è figlia del fatto che i tentativi alla Nord della Grande negli ultimi mesi sono stati una miriade, tanto per le cordate austriache e tedesche quanto per quelle italiane, talmente grande era il richiamo della gloria.

 

Ma la Nord si staglia ancora imperiosa e insuperata, sfidando chiunque con la sua verticalità assoluta, nulla del genere si era mai verificato prima. Tra i vari tentativi, due erano andati particolarmente vicini a sbloccare il problema degli imponenti strapiombi che fino a lì aveva fermato tutti: la cordata deipadroni di casa”, delle guide di Cortina, capeggiata da Giuseppe Dimai, e quella dei triestini guidata da Emilio Comici.

 

In pratica un testa a testa, dove la rivalità che va configurandosi non è più soltanto nazionale ma anche individuale. Comici non è un montanaro, fino all'anno prima ha sempre vissuto a Trieste, sua città natale, una città di mare per giunta. Ma su roccia è già un portento, promotore di un'arrampicata elastica ed estetica, affinata in Val Rosandra, che anche molti autori hanno accostato a una forma d'arte. Giuseppe Dimai al contrario è uno dei paladini dell'alpinismo di Cortina, è un alpinista sicuro di sé e dalla forza fisica che sembra ineguagliabile.

 

Eredita sulle sue spalle la grande tradizione in montagna sulle Dolomiti, quella dei Dibona, dei Dimai stessi. Come altre guide di Cortina non vede di buon occhiol'intrusoComici, che viene dalla città e secondo questa visione pretende di professare di alpinismo a casa loro.

 

Eppure, nell'agosto del '33, quando arriva il momento di chiudere il discorso, anche perché i tedeschi sono sempre in agguato e potrebbero soffiare agli italiani anche questa impresa, Dimai si trova improvvisamente senza una cordata, perché i suoi compagni, Giuseppe Ghedina e Ignazio Dibona, sono stati bloccati da impegni di lavoro.

 

La guida cortinese riflette, rimugina, ma alla fine comprende che se vuole fare la storia associando il suo nome alla prima salita assoluta alla Nord della Grande lo dovrà fare con l'unico che sino a qui si è rivelato in grado di tenere il suo passo in parete, l'acerrimo rivale, Emilio Comici.

 

Giuseppe Dimai incontra Comici i primi di agosto assieme a suo fratello Angelo al rifugio Principe Umberto, che è l'attuale rifugio Auronzo proprio sotto alle Tre Cime, proponendo al triestino di mettere da parte le ostilità e compiere l'impresa in forze congiunte. Comici dal canto suo è entusiasta, come egli stesso scriverà. L'entusiasmo viene giustificato sottolineando che in ballo c'è l'onore dell'Italia, qualcosa per cui vale la pena seppellire l'ascia di guerra e le questioni personali, ma in fondo Comici è per carattere incapace di portare rancore e in un primo momento spera davvero nel nuovo sodalizio.

 

I tre mettono così in campo unarsenaleper l'epoca impressionante, per dare l'assalto alla parete: circa 400 metri di corda, ai quali si aggiungono svariate lunghezze di cordino e cunei in legno, oltre a 40 moschettoni e 90 chiodi, li utilizzeranno quasi tutti.

Il 12 agosto attaccano, Comici è il primo e i tiri iniziali sono incoraggianti, sale a falcate, fino a raggiungere i grandi strapiombi, all'altezza del primo terzo della parete. A quel punto, quella che fino a lì era stata una scalata baldanzosa, in pieno stile Comici, inizia a mutare in una lotta di nervi lenta e sfibrante. Ma essere sotto lo strapiombo si rivela improvvisamente una grande fortuna, perché sulla zona, di colpo si scatena il finimondo.

 

Un inatteso ma violento temporale avvolge le Tre Cime e i gli alpinisti si stringono sotto al tetto di roccia che miracolosamente li protegge dai fulmini, facendo percolare l'acqua oltre. Quando cessa è ormai quasi sera, e la decisione sul bivacco che ne consegue farà discutere. I tre decidono che tutto sommato dormiranno meglio al rifugio che non in uno scomodo bivacco in parete, e scendono, lasciando però le corde fisse sui chiodi per poter riprendere da dove avevano lasciato.

 

Alcuni tra gli alpinisti più forti d'Italia che scelgono di dormire la prima notte al calduccio sotto le coperte, con buona pace dell'ardimento così in voga in quel periodo. A ben guardare però è il sintomo che qualcosa nel fare alpinismo sta cambiando, e che quella era una parete capace di mettere a nudo i limiti dell'uomo in quel momento. Il concetto della “direttissima”, è la linfa del periodo del Sesto grado, secondo cui l'uomo doveva avere la forza di tirare dritto superando ogni ostacolo e, imponendo la propria volontà alla montagna, inizia a vacillare.

 

La risposta, ancora una volta, sono i chiodi. Alle prime luci del 13 agosto ripartono e in breve tornano sugli strapiombi. A metà mattina, alla base delle tre pareti nord, una calca inizia ad ammassarsi, ci sono guide, valligiani e perfino gli amici e i compagni di Comici venuti da Trieste, che incitano il loro beniamino, ai loro occhi in quel momento poco più di un puntino appiccicato sulla distesa rocciosa.

 

Tra la folla figurano inoltre anche dei giornalisti come Vittorio Varale, storico corrispondente de “La Stampa”, particolarmente noto in seguito per la sua entusiasmante cronaca delle imprese di Coppi e Bartali al Giro d'Italia.

 

E' una delle prime volte che i media seguono in diretta gli sviluppi di una scalata, e a leggere il resoconto di Varale, si coglie la tensione. Non è il solito Comici: è sempre in testa ma i movimenti sono esasperati, le pose si fanno contorte perché cercano di adattare il corpo alla roccia scoscesa. In quelle condizioni deve anche avere la forza per preparare le staffe e soprattutto piantare i chiodi battendoli in modo che siano sicuri, una fatica immane, che testimonia, a margine delle polemiche, come però il Sesto grado in parete fosse anche unmestiereduro e fisicamente provante, non alla portata di tutti.

 

In tutta la giornata la cordata sale di poco, meno di cento metri rispetto al punto dal quale erano ripartiti. Il passaggio chiave è stato superato ma il conto è salato, Comici è sfibrato e i tendini degli avambracci pulsano dal dolore. Gli da il cambio Giuseppe Dimai, mentre il fratello Angelo assiste e chiude la cordata.

 

Dimai è più fresco e doma facilmente una traversata esposta e pericolosa che lo porta sotto a un tetto, superato il quale la parete finalmente si appoggia, compaiono camini e fessure che per una guida di Cortina sono ordinaria amministrazione.

 

Dopo il secondo bivacco, questa volta sul terrazzino roccioso, alle 10 della mattina del 14 agosto Comici e i Dimai superano gli ultimi passaggi di Quinto che li conducono diretti in vetta, e la Nord della Grande è superata per la prima volta nella storia.

 

Da quel momento però l'ambiente alpinistico si divide, tra chi esalta la risposta inferta al dominio tedesco e chi si scaglia contro l'uso dei numerosi chiodi. Tra questi figura Julius Kugy, che aveva seguito la vicenda e redarguisce Comici sull'utilizzo eccessivo dei chiodi, continuando a sostenere quella parete come una via impossibile.

 

Alle polemiche si aggiunge la frattura tra Comici e i Dimai sull'attribuzione del merito della scalata, e i verbali divergenti che dividono ancora oggi. Sarebbe però sbagliato affibbiare a Comici l'etichetta del “chiodatore seriale”, soprattutto nel contesto della sua epoca, perché si perderebbe di vista la sua esperienza complessiva, nonché l'obiettivo dell'alpinista triestino di mettere al centro l'estetica del gesto atletico abbinata all'elevazione spirituale verso l'alto.

 

Quattro anni più tardi, nel '37 Comici risalirà la Nord della Grande in auto assicurazione e in modo decisamente più vicino al suo stile, compiendo così la prima salita solitaria e annotando, sbalordito, “quanti chiodi!” avevano martoriato la montagna con le ripetizioni successive. Quel che è certo è che questa storia rappresenta, nel bene e nel male, un tassello fondamentale di quel percorso che ha successivamente portato alla nascita di una pratica diversa, una diramazione rispetto al tronco principale rappresentato dall'alpinismo, che attraverso varie evoluzioni sarebbe culminata nell'arrampicata vera e propria e il “Free climbing” moderno.

 

Non a caso pochi anni fa, a mettere un punto su quanto precorritore sia stato lo stile di Comici è stato niente meno che il celebre arrampicatore californiano Alex Honnold.

 

Honnold è particolarmente noto per aver enfatizzato al massimo la scalata di quelli che dalle sue parti, nello Yosemite, vengono chiamati i “Big walls”, cioè le enormi pareti di roccia apparentemente lisce e che consentono solo minimi appigli, come nel caso della sua via “Freerider”, di circa mille metri di pietra perfettamente verticale sulla parete sud ovest di El Capitan, da lui salita nel 2017 in “free solo”, cioè senza protezioni, sbalordendo il mondo intero. Secondo il fuoriclasse americano tuttavia un impatto culturale enorme perfino negli Usa e nello Yosemite, uno dei templi di questa pratica, è scaturito dalle imprese del triestino Emilio Comici.

 

A supporto di questa visione nel 2020 uscì un libro, a cura del canadese David Smart, dal titolo Emilio Comici: Angel of the Dolomites, nel quale compare in copertina una considerazione di Honnold che risulta quasi sorprendente.

 

“Il ritratto di Emilio Comici – scrive Honnold – è pieno di luci ed ombre: un uomo tanto geniale quanto fragile, che ebbe un impatto gigantesco, anche se spesso misconosciuto fuori dai confini europei, sul mondo dell'arrampicata”. Il testo aveva lo scopo in un certo senso di ridimensionare l'idea, nei confronti di un pubblico americano, che la nascita dell'arrampicata moderna fosse attribuibile esclusivamente allo Yosemite, ma se da un lato è pur vero che non si può tracciare un parallelo di spazio e tempo, tra l'epoca attuale e quella di Comici, così come tra le Dolomiti e lo Yosemite, dall'altro un elemento di congiunzione ideale potrebbe portarci a individuare nelle Dolomiti, con le debite proporzioni, il palcoscenico di uno dei primi grandiBig walls”, ante litteram, della storia: la parete Nord della Cima Grande di Lavaredo.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 13 agosto | 13:48
L’incidente è avvenuto nelle prime ore di questa mattina. Sul posto i vigili del fuoco e le forze dell’ oltre oltre ai soccorsi sanitari 
Cronaca
| 13 agosto | 13:26
L'ordinanza era chiarissima, ma 32 alpinisti sono saliti al rifugio Goûter, hanno dormito lì e poi chiesto al gestore di contattare le autorità [...]
Cronaca
| 13 agosto | 13:05
Ha perso il controllo dell'auto e, in maniera autonoma, la macchina è uscita di strada, andando a cozzare contro il muro mentre si trovava [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato