Dalla paura delle montagne alle vie impossibili, Manolo si racconta: "Non pianificavo allenamenti, non ho mai seguito diete: noi semplicemente arrampicavamo"
Il celebre scalatore era ospite a Trieste dove ha condiviso alcune delle esperienze più importanti che lo hanno reso “Il Mago”, capace di superare il vuoto verticale. “Noi cercavamo l'altezza e, da incoscienti quali eravamo, il pericolo. Tanti amici molto più forti di me oggi non sono qui a poterlo raccontare”

TRIESTE. Le guance scavate, un fisico che appare insensatamente agile rispetto all'età, lo sguardo che volge lontano. Il 28 maggio al Montura Store di Trieste, è stata una serata in compagnia di Maurizio Zanolla, per Tutti Manolo.
Chi arrampica o chi ha la passione della montagna sa che il tocco del “Mago” (così è soprannominato) sulla roccia è stato il preludio dell'elevazione a potenza dell'arrampicata italiana e non solo, disciplina che da lì sarebbe cambiata per sempre.
Manolo è passato slegato fino all'ottavo grado di difficoltà, nel 1981 apre “il Mattino dei Maghi”, una via di 7c+ divenuta celebre lungo la parete Totoga nel gruppo delle Pale di San Martino, via rimasta irripetuta sino al dicembre 2016, quando ci fu la prima ripetizione di nuovo ad opera di Manolo, 35 anni dopo. Promotore di uno stile di arrampicata legato al controllo mentale prima ancora che fisico, che gli consentiva movimenti leggeri anche su appigli impossibili. Nell'86 tracciò la via ribattezzata “Ultimo Movimento”, sempre nella falesia di Totoga che corrisponde al primo 8b italiano, fino a uno dei suoi capolavori, “Eternit”, impensabile prosecuzione della via preesistente “O ce l'hai..o ne hai bisogno” nella falesia del Baule, nel feltrino. Nella dichiarazione raccolta da Il Dolomiti Manolo si è aperto, si è guardato indietro e parallelamente ha rivelato un lato più umano del suo vissuto.
“Sono stato molto più fortunato che bravo – esordisce il rocciatore -. Tanti amici molto più forti di me oggi non sono qui a poterlo raccontare. Io ho avuto la fortuna di fare sin qui le scelte giuste nei momenti giusti”. Eppure non è sempre stato così, il volto dello scalatore infatti sembra improvvisamente distendersi quando ripensa alla sua infanzia, a quando non era ancora “Il Mago”, alle ragioni un po' casuali per le quali ha iniziato ad arrampicare.
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“Io ho iniziato per scherzo. La mia era una famiglia di contadini che non andava in montagna. Anzi, dalle montagne dovevamo stare ben alla larga perché erano viste come luoghi minacciosi e ne avevo paura, ma in realtà è stata proprio l'inquietudine che mi suscitavano le pareti rocciose a destare in me una certa curiosità. Ricordo ancora la prima 'lezione' di arrampicata – prosegue – me la diede il mio primo maestro, un amico dell'epoca, che, alzatosi per mezzo metro e traversato verso destra, si voltò verso di me e, in dialetto veneto, mi gridò: ''adesso prova ti!!'' – sorride Manolo - seguito da un intercalare che non si può ripetere”. Da quel momento sarebbe nato un rocciatore in grado di sviluppare un rapporto quasi simbiontico con la roccia, per il quale la ricerca del perfezionamento del gesto in parete diveniva prioritario rispetto a tutto il resto, in un momento nel quale l'allenamento era un concetto spontaneo, imparagonabile ai regimi agonistici o pseudo tali di oggi dove le calorie sono contate al centesimo.
“Quando ho messo per la prima volta nella mia vita le mani sulla roccia – ha detto Manolo – quella che dapprima appariva come una superfice dura e inerte ha iniziato per me come 'a muoversi', la roccia sembrava viva. E' stato allora che ho capito che potevo trovare soluzioni diverse per salire e per passare facilmente dove anche il mio maestro faceva fatica. Ciò che mi ha affascinato è stato quindi capire che l'arrampicata poteva essere per me un modo creativo per aprirmi una strada. Come miglioravamo? Noi semplicemente arrampicavamo. Non pianificavo allenamenti, non ho mai seguito diete, semplicemente da giovane ero spesso senza una lira e il mangiare poco ne era la logica conseguenza. Ma soprattutto, e qui vedo una grande differenza con i rocciatori di oggi, noi cercavamo l'altezza e, da incoscienti quali eravamo, il pericolo. A me le falesie 'basse' dietro casa mi dicevano poco, mi esaltavo sulle pareti grandi”.
In conclusione, il grande arrampicatore ha descritto cosa rappresenta per lui l'arrampicata oggi, a sessantotto anni d'età, e quale emozione o pensiero suscita l'arrivare a Trieste, città che, grazie alle numerose falesie del suo circondario, rappresenta una delle patrie dell'alpinismo e dell'arrampicata. “L'arrampicata fa ancora parte della mia vita – ha dichiarato -. Anche se ovviamente non nel modo in cui lo era prima. Ma avvicinarmi alle zone meno confortevoli mi costringe a rimanere presente a me stesso. Mi consente di rimanere attivo, ho sempre pensato che il corpo è la prima casa in cui ho mai vissuto, pertanto devo cercare comunque di tenerla a posto. Trieste? Ha una grande storia, ma in Val Rosandra non ci sono mai stato. Anche se ho arrampicato nelle falesie della costiera e in Napoleonica mi sono divertito”.












