Pino Guidi, medaglia d'oro del Cai allo storico esploratore degli abissi: "Cambiano i materiali, cambia la tecnica ma i pericoli della grotta sono sempre gli stessi"
Classe 1938, Pino Guidi è stato insignito della più alta benemerenza del Club Alpino Italiano per la preziosa attività di catalogazione ed esplorazione speleologica che ha restituito oggi una miglior comprensione dei misteri del mondo sotterraneo

TRIESTE. “Se sono riuscito a fare qualcosa per questo ambiente il merito non è solo mio, gran parte del merito dovrebbe andare alla schiera di persone che mi hanno instradato, guidato e accompagnato. Si premia sempre il risultato, ma l'impegno materiale e spirituale che tanti di noi hanno profuso con costanza e passione spesso viene trascurato, perché non è misurabile”.
In queste parole c'è tutta l'umiltà e l'umanità di Pino Guidi, socio di punta della Commissione Grotte “E.Boegan” della Società Alpina delle Giulie, sezione Cai di Trieste, di cui fa parte sin dal 1962. Sono parole che ha pronunciato appena dopo aver ricevuto, nella serata di ieri, 8 giugno, da parte del presidente dell'Alpina Massimiliano Reiter la medaglia d'oro, vale a dire la massima benemerenza conferita dal del Club Alpino Italiano, per l'attività d'esplorazione speleologica d'importanza storica svolta da Pino Guidi in oltre sessant'anni, che ha consegnato ai posteri una miglior comprensione dei misteri del mondo sotterraneo, dalle Alpi Giulie fino al Carso Triestino.
La storia speleologica di Guidi, nato a Venezia nel 1938 ma vissuto a Trieste, è caratterizzata da una duplice valenza: da un lato risalta l'aspetto delle ardimentose discese che hanno fatto la storia nelle voragini della terra, sempre affrontate con l'umiltà e il rispetto che si devono alle forze della natura, dall'altro emerge il meticoloso lavoro di relazione e catalogazione dell'enorme quantità di materiale acquisito.

“Ciò che non è scritto non rimane”, ha ripetuto Guidi, come una sorta di mantra, senza tuttavia dimenticare come l'esplorazione degli abissi abbia sempre mantenuto, oggi come allora, un elevato grado di pericolo, come ha raccontato lo speleologo per Il Dolomiti: “Nemmeno l'avanzare della tecnologia moderna ha potuto scongiurare il rischio in questa disciplina – ha spiegato Pino Guidi –. Cambiano i materiali, cambia la tecnica ma i pericoli della grotta sono sempre gli stessi. Spesso la speleologia viene associata all'alpinismo per ragioni storiche, eppure in alpinismo l'80% della fatica avviene nella salita, nella speleologia nella ri-salita, solo che anche quando scendi hai l'incognita di non sapere e non vedere cosa c'è là sotto. Quando risali sei stanco ed è molto più facile fare degli errori, anche fatali, è questa la grande differenza”.
Tra i tanti luoghi nei quali Pino Guidi è stato pioniere, è impossibile determinare quale tra le sue oltre tremila e novecento uscite sia stata la più significativa, anche se un posto speciale è sicuramente rappresentato dagli antri del monte Canin, sulle Alpi Giulie, come evidenziato dall'illustre speleologo: “Il Canin l'ho lungamente esplorato. Lì sono sceso fino a 450 metri di profondità, credo sia stato il mio massimo. Per gli standard dell'epoca era quasi un limite, oggi è una profondità abbastanza banale. Certo io ci sono andato con un gruppo numeroso, con materiali che pesavano diversi quintali, oggi non è più così e due persone possono calarsi per un abisso di mille metri, volendo, ma una volta c'era per questo maggiore mentalità sociale”.
La speleologia come il risultato di un'operazione di gruppo, è questa la visione di Pino Guidi, nonché il significato di quella “mentalità sociale” che è il segreto delle maggiori imprese nei meandri della terra, come evidenziato dallo stesso Guidi. “Io potevo affiancarmi a gente fortissima – ricorda – persone capaci di sopportare quaranta ore all'interno della grotta, eppure questi erano importanti tanto quanto il cuoco che restava in superficie e preparava da mangiare per tutti, poiché tutti nel gruppo contavano allo stesso modo, questo era il valore della speleologia, che forse oggi si è un po' perso”.
Ogni volta che Guidi tornava da un'escursione prendeva nota di tutto su un promemoria, erano le prime relazioni che sarebbero poi andate a confluire in quell'attività instancabile di ricerca e catalogazione che ha generato un impulso determinante per la nascita del Catasto Speleologico del Friuli, da cui in seguito nascerà il moderno Catasto Regionale. Inoltre, nei primi anni di attività speleologica, sin dagli anni Cinquanta, Pino Guidi ha partecipato a diverse operazioni di recupero dei corpi gettati nelle foibe durante il periodo drammatico della guerra e del dopoguerra sul confine orientale.
Una tragedia nel 1965 ha orientato Guidi e gli altri soci a una profonda riflessione sulla necessità di istituire un servizio di soccorso speleologico organizzato e capace di intervenire in caso di emergenza. Da quella presa di coscienza nacque l'anno successivo il Soccorso Speleologico Nazionale, realtà alla cui fondazione Guidi contribuì attivamente e che negli anni lo avrebbe visto ricoprire anche incarichi di vertice a livello nazionale e internazionale. Qui ritorna il senso dell'importanza del gruppo nella vita di Pino Guidi, come da egli stesso evidenziato non appena ricevuta la medaglia, un riconoscimento che di fatto suggella una generazione straordinaria, che muoveva con pochissimi mezzi e con il proposito di fare attività insieme mettendo sempre al centro il fattore umano.












